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La scelta della biancheria intima sobria, in età adulta, almeno per quanto mi riguarda, subisce l'influenza di traumi pre-adolescenziali irrisolti, risalenti a quando la biancheria intima me la comprava mia madre e io ero costretta ad indossare articoli improbabili. Non è che allora avessi chissà quali velleità: il mio unico desiderio era semplicemente quello di poter indossare mutande dignitose, discrete, che non mi provocassero sentimenti di vergogna già davanti allo specchio, nella solitudine della mia stanza, figuriamoci davanti ad altre persone.
Il jingle di mia madre, in risposta alle mie puntuali lamentele quando rientrava a casa orgogliosa del suo bottino, era sempre lo stesso: "chi te le deve vedere?". Tanto per cominciare, io per prima; quindi magari scegliere personalmente non mi sarebbe dispiaciuto. In secondo luogo, le occasioni di "mostrare" l'intimo si presentavano quotidianamente.
Si sa che le donne vanno al bagno in coppia, ed è un'abitudine che si acquisisce da bambine, dalla scuola, e poi ho sempre praticato attività sportive, fin da piccola, e mi cambiavo negli spogliatoi insieme alle altre bambine/signorinelle. Io sono sempre stata un'osservatrice curiosa e proiettavo sugli altri la mia stessa propensione. Forse sono stata precoce, ma vi garantisco che nello spogliatoio della palestra della scuola media, quando ci cambiavamo per l'ora di educazione fisica, le mie mutande avevano un effetto calamita sugli occhi delle compagne di classe.
Se la biancheria si chiama così, ci sarà un motivo di fondo? Io credo di si. Si chiama biancheria, perché, almeno originariamente, si trattava di capi di colore bianco. Che cosa avrei dato per possedere mutande bianche, banalmente bianche, tristemente bianche! Ma mi sarei accontentata di qualsiasi colore, purché a tinta unita.
Quelle che odiavo di più erano le mutandine stampate con i giorni della settimana, il nome e un disegno diverso per ogni giorno della settimana, soprattutto perché raramente mi riusciva di indossare quelle corrispondenti al giorno in corso: non si trovavano mai, vuoi per la fretta, vuoi perché finite sul fondo del cesto dei panni sporchi,... Indossare di mercoledì le mutandine con su scritto martedì, può insinuare, in chi guarda, il dubbio che tu le stia portando ancora dal giorno prima, e questo genera un certo imbarazzo. E quando mi capitava di indossare di venerdì le mutandine con la domenica?!? Lasciamo stare: mortificante!
Possiedo ricordi indelebili, marchiati a fuoco nella memoria, dei pezzi forti che popolavano il mio cassetto della biancheria (che sarebbe più proprio chiamare coloreria): le mutande a scacchiera nelle versioni nero/verde e nero/azzurro; le mutande a tovaglia da pic-nic con i panieri ricamati; le mutande stampate con scarpette da ginnastica appaiate o automobiline, trenini, biciclette rigorosamente in multicolor; fino ad arrivare alle versioni più soft, quasi rasenti alla normalità, con stelline, cuoricini, fantasie floreali, tutti i frutti, millerighe, principe di galles,... Superfluo aggiungere che le canottiere prima, e i primi reggiseni poi, non erano assolutamente coordinati.
Poiché la Madonna vede e provvede, a 14 anni ho iniziato ad alzare i primi soldini facendo da "baby sitter" ai figli piccoli delle amiche di mia madre, che mi lasciavano sempre una piccola mancia per aver restituito il proprio figlio intero. E poi c'era la mia insegnante di danza, a cui prestavo lo stesso servizio, che era la più generosa: mi metteva in mano 20.000 lire e mi diceva "con questi ti compri un paio di mutande!". Mi chiedo ancora oggi se era un'espressione come un'altra, tanto per dire "una cosa di poco conto" o "una cosa che ti serve", oppure se anche lei mi portava nel cuore a causa del mio intimo da clown.
E fu così che imboccai la via dell'indipendenza nello shopping, anche se c'è voluto del tempo per smaltire le scorte carnevalesche che, per essere buttate, dovevano usurarsi.
Credo di non aver mai superato lo shock, tant' è che ancora adesso aborro davanti a vetrine o cataloghi che esibiscono biancheria stampata a fantasia unica o modello patchwork e mi domando con terrore chi possa acquistarla e indossarla. No, non mia madre: ho controllato nei suoi cassetti.
Tre anni fa, il gruppo industriale per cui lavoro, ha costituito una nuova società di servizi alle imprese: una sorta di diversificazione di mercato nata da esigenze personali. Il collega è passato in capo a questa altra società e io, ercolino sempre in piedi, mi divido moltiplicandomi tra le due. Se inizialmente la mia mansione era la stessa, pur essendo un doppio lavoro, visto che gli ambiti sono completamente differenti, oggi mi ritrovo a fare un po’ di tutto per l’ultimogenita. Tanto è vero che ho iniziato a seguire un corso di formazione per una nuova figura professionale, un corso itinerante per varie città italiane, in compagnia del collega di cui sopra.
Tutto è cominciato quando il collega decise di fare “spionaggio industriale” incontrando una società leader nel settore a livello mondiale e di coinvolgermi agli appuntamenti. Dopo vari incontri, ci è stato proposto questo master, organizzato da questa società leader, con lo scopo di formare le figure interne alle varie aziende che si interfacceranno con tale società per beneficiare dei suoi servizi.
Noi due partecipiamo in veste di dipendenti del gruppo industriale, ovviamente, con il vantaggio di essere spettatori attenti delle problematiche delle altre aziende partecipanti e di apprendere strategie di risoluzione e strumenti adoperati dalla società organizzatrice.
Insomma, per farla breve, noi due partecipiamo sotto mentite spoglie o, come piace dire a lui, sotto omissione di spoglie: inutile sollevare questioni di lana caprina sulle differenze tra omissione di verità e menzogna. Nel caso specifico, mi sento di poter affermare con una certa approssimazione che siamo fraudolenti.
Mentire è un’arte che necessita di una certa predisposizione genetica unita alla capacità di memoria e alla disinvoltura che solo una lunga pratica può conferire. La regola più importante è “nel dubbio, meglio tacere”, ma il mio collega sembra non conoscerla. Nonostante io mi senta una campionessa in materia, la situazione mi tiene in costante tensione perché gioco da sola, perché il collega, ideatore della truffa, da ingenuo sprovveduto, rischia continuamente di fare autogol: ogni passo è un potenziale danno e tocca a me correre ai ripari con giochi funambolici. E quello che si fa assalire da attacchi di ansia divorante è lui!
Durante il prossimo incontro porterà la sua testimonianza un fornitore nostro che dovrò assolutamente contattare io per tempo –perché il collega è troppo agitato per farlo- per avvisarlo del magheggio che abbiamo messo in piedi…. e lui? Ci coprirà le spalle??? Stavolta l’abbiamo saputo in anticipo e se più in là riceveremo una sorpresa? Abbiamo superato soltanto le prime due giornate e dobbiamo arrivare fino a primavera. Io sono già esausta.
E mentre il collega è seriamente preoccupato per le prove d’esame, scritto e orale, che dovremo sostenere… io mi auguro di avere la possibilità di arrivare alla data dell'esame, senza essere cacciati prima a calci nel sedere!
Non ho il potere di farlo, ma nutro un enorme desiderio, peraltro più che giustificato, di introdurre un esame aggiuntivo a quelli già esistenti per il conseguimento della patente di guida, di qualunque tipo essa sia: la perizia psichiatrica.
Non si può prescindere dalla conoscenza del codice stradale, né dalla capacità di portare un veicolo senza lasciarsi portare, né da una buona vista... ma non sottovalutiamo l'importanza di essere psichicamente sano. Esserlo al conseguimento della patente, non implica necessariamente il rimanerlo nel corso degli anni: sarebbe pertanto doveroso ripetere il test ad ogni rinnovo.
Controlliamo le diottrie e compiliamo un questionario estratto dalla versione più aggiornata del Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders. Certo, si allungano i tempi burocratici, ma si allunga anche la vita dell'automobilista medio, messo a dura prova dalle vicissitudini personali e sociali "on the road".
Non credo di essere l'unica ad assistere a spettacoli preoccupanti, comici a volte, ma si sa che comico e drammatico vanno sempre in giro a braccetto, quindi l'allarmismo rimane l'aspetto preponderante.
Io li osservo gli altri automobilisti, con i miei occhi da 10/10 l'uno: parlano, parlano sempre, anche se sono soli, anche quando non sono al telefono; digrignano i denti e, anche se può sembrare, non sorridono, te ne accorgi quando la distanza si accorcia e noti il rivolo di bava che scivola sul mento; spalancano le fauci e non per cantare a squarciagola, l'espressione del volto è un indizio e i finestrini, quando lasciati aperti, ne sono conferma; agitano le braccia e non per sgranchirsi, certi gesti rivelatori sono inequivocabili; roteano il capo e non per dare sollievo a dolori cervicali, i movimenti sarebbero più lenti...
L'automobilista medio, uomo o donna che sia, appena inserisce la chiave nel blocchetto di accensione, si prepara a scendere in guerra. Io ho un'amica che in questo è una specialista: trova sempre argomenti di conversazione con gli altri automobilisti. Ha sempre una parola per loro e anche più di una: a volte si tratta di espressioni ripetibili, ma assai più spesso non lo sono. E il comportamento non è arginabile in nessun modo: anche se non c'è lei al volante, il meccanismo interlocutorio a base di offese e intimidazioni scatta ugualmente.
Ieri, un uomo e una donna, che si contendevano il passaggio secondo le regole del gioco "la precedenza è di chi se la prende", hanno occupato un incrocio per 3 minuti, pur di insultarsi vicendevolmente faccia a faccia. E io sono rimasta basita ad osservarli per tutto il tempo, senza disturbarli, perché volevo assistere al naturale dispiegarsi del comportamento animale senza l'intervento dell'uomo.
Chi è che non ha mai fatto il furbo, che non ha mai azzardato manovre "speciali" ... ma c'è una tacita accettazione: oggi io, domani tu. Finché non si fanno danni... perché prendersela tanto con gli altri per azioni piratesche invece di complimentarsi con se stessi per la propria prontezza di riflessi?!
Non so da che dipenda... se dall'inquinamento acustico dell'abitacolo del proprio veicolo, se da accumuli di stress mai scaricati, ... sta di fatto che l'aggressività volontaria o riflessa è una reazione dilagante sempre più comune. E le conseguenze di tante energie, profuse senza scopo, possono assumere la forma di disturbi permanenti lungo un continuum che va dal senso di frustrazione all'ictus cerebrale, passando per forme nevrotiche e psicosi incipienti, con possibilità di contagio aereo anche sulla percentuale della popolazione ritenuta sana.
Se qualcuno che ha potere in materia si dovesse trovare d'accordo con me, introduca questa riforma, subito, con valore retroattivo!
Secondo i miei amici maschi, a dispetto degli attributi fisici e di alcune caratteristiche tipiche che potrebbero facilmente trarre in inganno, io sarei un uomo perché:
1) i miei ragionamenti sono da uomo
2) le mie battute fanno ridere
3) non sono mai in ritardo agli appuntamenti
4) se mi dicono che mi passeranno a prendere di lì a 10 minuti, in quei 10 minuti sono pronta
5) mi possono portare in qualsiasi locale, anche il più squallido, senza che io mi lamenti
6) non dico mai "vestita così, io non posso venire"
7) riesco a stare in compagnia di soli uomini per un'intera serata senza fare da tappezzeria
8) quando guido, se devo parlare al telefonino, uso l'auricolare
9) se un amico non si fa vedere né sentire per una settimana o anche più, quando torna a farsi vivo è ancora mio amico
10) quando dico che ho mal di testa è vero.
Ore 7,15: pit stop per rifornimento carburante al solito distributore di fiducia. Il benzinaio fa il suo dovere e mi congeda, con il suo sorriso spettrale, con queste parole:
"Ila', ma quelli che hanno inventato il fumetto di Sara Croft si sono ispirati a te?"
Se è vero che il mattino ha l'oro in bocca, è vero anche che il silenzio è d'oro.
Allora, al mattino, sarebbe opportuno avere in bocca il silenzio.
... che dai nemici mi guardo io, recita un antico proverbio. E' proprio vero! Dai nemici stai in guardia, sempre e comunque. Con gli amici sei portato a rilassarti, ad abbassare le difese. Ma a volte un amico può giocarti un brutto tiro senza volerlo, in buona fede, magari credendo di farti un favore.
In questo caso l'amica è di mia madre, ma una donna molto cara anche a me: la dimostrazione che non si finisce mai di conoscere qualcuno fino in fondo. La incontriamo in un negozio dove avevo accompagnato mia madre. Salta fuori da dietro uno stand, con l'agilità e l'effetto sorpresa di un folletto dei boschi (e visto il personaggio e la sua statura, nessun paragone mi sembra più appropriato!) Dopo i saluti, abbracci, baci e convenevoli poco ortodossi nel suo stile catalizzatore di attenzione, gli occhi e le orecchie dei presenti erano inevitabilmente incollati su di noi. Ci sono restati a lungo, soprattutto quando mi ha rivolto una irrifiutabile proposta: "Vuoi partecipare a Uomini e Donne? Ho una raccomandazione!"
C'è pure bisogno di una raccomandazione per mettersi in ridicolo a livello nazionale? Incredibile!
La mia risata fragorosa non l'ha dissuasa dal proseguire descrivendo il film che stava girando nella sua mente: accendere la TV e vedere me come tronista, elegantissima, corteggiatissima che, con la mia dialettica avrei messo a tacere tutte le signore antipatiche e arroganti del pubblico parlante!
In effetti, si, è proprio una mia aspirazione... anzi, di più ... il fatidico sogno nel cassetto!
Temendo che fosse entrata anche lei a far parte del comitato "Troviamole il fidanzato" mi sono permessa di introdurre il tema delle finte coppie, della bufala galattica che è questa trasmissione.
"Ma certo! -ribatte lei- Tu ci devi andare perché con il tuo personale e la tua personalità farai subito carriera!"
Mia madre non riusciva più a mascherare l'imbarazzo mentre io ho dovuto tirar fuori il fazzoletto per asciugare le lacrime da riso quando ci ha rivelato l'apice della sua idea di carriera: Buona Domenica!
A fare? L'opinionista dell'ovvio? La moderatrice del gossip? La portatrice sana di storie drammatiche in TV? L'urlatrice alla comparsa dei Centocelle Nightmare?
L'eventuale partecipazione alla trasmissione della De Filippi, nella mia mente, scatenava un altro tipo di film: la perdita del posto di lavoro, la perdita degli amici, la perdita della dignità personale e civile.
Mia madre, in preda ad un attacco di vergogna barbina, cerca una via d'uscita per recuperare la tentata lesione alla mia immagine: "Ma che stai dicendo? Lo sai bene anche tu cha ha un ottimo posto di lavoro... hai sempre voglia di scherzare! Lasciala stare!"
Ma non è servito. Di tutta risposta l'amica confessa che avrebbe voluto farmi una sorpresa scrivendo lei stessa alla redazione di Uomini e Donne al posto mio ma... bisognava inviare una mia foto e lei non l'aveva.
Da oggi starò molto attenta: dietro le persone più insospettabile potrebbero nascondersi velleità da paparazzo...
Lezione di gag in palestra, ma non in sala corsi. Lezione di gag nello spogliatoio, senza istruttore.
Una ragazza nel sistemare la sua borsa su un ripiano alto, urta una gruccia nascosta e la fa cadere con violenza tra me e la mia amica F, che ci cambiavamo allenando i muscoli facciali con il racconto delle reciproche giornate. Mortificata e anche un po’ spaventata, la maldestra chiede venia: "Oddio, scusatemi! Ma che ti ho presa?"
F- No, non ti preoccupare!
i- Tranquilla! Comunque, non avresti fatto una lira di danno!
F- ... se prendevi lei!
E' consuetudine trattare i problemi delle donne in generale o quelli di qualche specifico esponente del genere femminile in particolare, avvalendosi dell'esempio dell'unghia spezzata in senso proprio o metaforico.
Due sono le macro-categorie che racchiudono i più svariati tipi di frecciate sul tema: una contempla il reale spezzarsi dell'unghia con la derisione di quel tipo di problema; l'altra contempla la derisione di un problema qualsiasi associandolo allo spezzarsi di un'unghia. In un caso o nell'altro, vi garantisco che il problema c'è! Sono una donna che cura molto le mani. Mi piace avere le unghia sempre in ordine e discretamente lunghe. Niente di esagerato, intendiamoci: non seguo proprio lo stile delle streghe, perché sarei facilmente riconoscibile e nel quotidiano mi muovo spesso in incognito. E gli uomini, che tanto ci scherniscono sull'argomento, apprezzano la mano da gatta non solo dal punto di vista estetico ma anche e soprattutto in virtù della serie di servizi che sono in grado di elargire (carezzine, grattini, solletichini e graffi da "sadomaso light", in particolari situazioni!).
Uomo, tu che tanto gradisci l'unghia lunga e ti permetti di schernire, sappi che richiede cure, attenzioni e sacrifici!
Mediamente, una volta a settimana, per coloro che non siano in possesso di un porto d'armi, è richiesta la cosiddetta manicure. Io me la faccio da sola. Sicuramente è un bel risparmio economico a fine mese, ma non di tempo materiale: per brava e veloce che sei -e io modestamente lo sono!- devi mettere in conto una ventina di minuti. Metti anche in conto che, certe volte, a prima mattina o a fine giornata, non sei proprio fresca e lucida, e così, quando arrivi alla fase smalto, il delirium tremens ti porta più volte nella condizione di "ritenta, sarai più fortunata!" finchè il lavoro su entrambe le mani ti risulta impeccabile.
A volte (perché noi donne, a dispetto delle malelingue, abbiamo anche altre cose da fare oltre alla manicure) la fretta, proverbiale nemica della precisione, ci spinge ad utilizzare le mani prima che siano trascorsi i minuti necessari alla perfetta asciugatura dello smalto e con un sospiro, un urlo, un improperio (ad libitum) dobbiamo riprendere gli attrezzi del mestiere ritoccare i danni.
Siamo giunti al momento della rivelazione: quando si spezza un'unghia, -udite!udite!- nel 90% dei casi fa male. Ebbene si: accusiamo del dolore fisico di intensità variabile, a seconda della violenza della botta presa e/o della quantità di carne che viene tagliata o resta scoperta. In ogni modo, trattasi di dolore apprezzabile. (Fortunate quelle che rientrano nell'altro 10%.)
Poiché è una cosa esteticamente orripilante andare in giro con le dita a scaletta irregolare, lo spezzarsi dell'unghia è considerato una carta imprevisti: richiede un'operazione di manutenzione straordinaria che si esplica nell'effettuare una manicure aggiuntiva a quelle di rito, nel tentativo di rimettere a pari le varie lunghezze.
Ora, uomini, immedesimatevi nella maggior parte delle donne che usano le mani per lavori manuali, per i lavori domestici, per portare le buste della spesa, per cucinare, per picchiare marit/fidanzati fedifraghi... il pericolo è sempre in agguato! Pensateci la prossima volta che vi viene voglia di fare dello spirito sull'argomento... pensateci! A noi non farà ridere!
Nell' infinita disputa tra animalisti e non, mi cavo d'impaccio. Io sono per la sperimentazione umana, o meglio, sono per l'autosperimentazione, nel senso che faccio gli esperimenti su di me. Quelli a basso rischio, è chiaro; ma passa oggi che viene domani, una prova tira l'altra, prima o poi beccherò anch'io qualcosa che mi farà male. Ne sono cosciente, ma questa consapevolezza non è sufficiente a farmi smettere. Per quanto mi riguarda, non esiste nessuna cavia migliore di me stessa. Come faccio a sapere se qualcosa può avere effetti su di me, se non provandola direttamente in prima persona?
E' che io sono curiosa, tanto curiosa, a volte troppo. Noto tutto e voglio sapere, voglio capire, voglio provare... Questo atteggiamento nei confronti della realtà spazia in tutti i campi, dall'utile al futile, dal farmacologico all'erboristico, dai cosmetici agli integratori, da ciò che ingurgiti a ciò che spalmi...
Io sperimento e consiglio: questo va bene, questo fa effetto, questo non serve a niente, questo da problemi... Tanto che i miei commercianti di fiducia sono i primi a sottopormi prodotti nuovi per potermi chiedere poi se funzionano oppure no (quasi quasi ne faccio un secondo lavoro ...).
Io provo anche le cose che al momento non mi servono, perché se agiscono su dettagli impercettibili ai profani, figuriamoci che cosa possono fare sul bisogno conclamato!
Conosco tutti i segreti dei prodotti dimagranti, dei complessi drenanti, proprietà insospettate di alcune vitamine e minerali, risultati inimmaginabili di alcune pomate cicatrizzanti sulle rughe...
Con la complicità di un medico (folle come me, se non di più!) sperimentai anni addietro anche l'azione delle pillole per gli obesi. Ma poiché qualunque cosa ingurgitassi, fosse anche solo una nocciolina, ero costretta a sedermi sul water, ho dedotto in pochi giorni che funzionasse e ho smesso subito. Le mie giornate sono piene e frenetiche, e non posso permettermi di perdere tanto tempo in una sola attività.
Qualche post fa, ho affrontato l'argomento del doping domestico, tirando in ballo l'esperienza di un amico, non per biasimarlo, ci mancherebbe, e da che pulpito?! In realtà la mia era solo invidia per l'impossibilità di seguire il suo esempio e verificare gli effetti di quel genere di prodotto su di me: troppo nauseabondo per i miei gusti. Ora però, una novità mi ha spianato la strada: ho scoperto che la Derby ha messo in commercio una bevanda energetica, con le stesse proprietà della Red Bull, gli stessi ingredienti, le stesse calorie ma... in due gusti, entrambi estremamente gradevoli al mio schizzinoso palato!
Da oggi mi dopo anch'io! Vediamo se funziona... e in caso di effetti collaterali non contemplati: sappiate fin da ora che vi ho sempre voluto bene!