ilallallero

Vita da Strega

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Strega per gioco e per passione, amo la vita perché riserva sempre sorprese speciali.



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martedì, 29 novembre 2005
Clonazioni 

Dai tempi della pecora Dolly, si è provato e si cerca ancora di clonare di tutto un po’, in vista di future utilità (?) o di immediate futilità.

 

In vetta a quest’ultima categoria, da qualche anno, c’è un esperimento di gran moda: la clonazione della carnagione. Ci prova la quasi totalità delle case cosmetiche, dalle grandi firme a quelle che trovi lungo le corsie dei supermercati, perché la “moda”, qualunque campo riguardi, deve essere fruibile ad ogni livello.

 

Anche di bufale ce ne sono in commercio per tutte le tasche e assai spesso i due aspetti si fondono, dando vita alle cosiddette bufale commerciali. Un esempio ben riuscito di bufala commerciale è l’ultimissimo ritrovato del fondotinta: la tipologia “color clone”. Un brevetto sofisticatissimo dalle proprietà camaleontiche che dovrebbe consentire un adattamento perfetto all’incarnato dell’utilizzatrice per un risultato di estrema naturalezza: come direbbero i maghi di una volta “il trucco c’è, ma non si vede”.

 

Il fondotinta è un elemento essenziale nel make up di una donna:  permette di omogeneizzare l’incarnato, coprendo piccoli difetti, imperfezioni, regalando un colorito sano, una pelle luminosa. Secondo il mio modestissimo parere, se il fondotinta è giusto si è già a posto e si può –volendo- rinunciare a tutti gli altri cosmetici. Ma, c’è sempre un ma: sembra facile fare un buon caffè…!

 

Partendo dalla mia esperienza, mi piacerebbe sollevare un sondaggio e capire se sono solo io ad incontrare serie difficoltà nella ricerca del fondotinta adatto a me.

 

Il fondotinta è un prodotto bastardo: lo provi sotto una luce artificiale e sembra ok, poi ti guardi alla luce naturale e ti spaventi… Di sera siamo tutte perfette, è di giorno che sembriamo maschere; cosa che può andar bene, al massimo, una settimana l’anno, quella di Carnevale. Non è affatto piacevole incrociare volti di donne, anche molto belle, che sembrano appoggiati su un collo che non appartiene loro. Il rosso mattone, l’arancio da primi lampadati anni 80, il fucsia ultra-timidezza, il livido Halloween, il marrone Caffarel al latte velano la vergogna e svelano la menzogna. Se noi donne ci trucchiamo è per essere più belle, non ridicole; altrimenti invece di passeggiare per i centri cittadini o frequentare locali di un certo tipo, ci chiuderemmo in un circo e anzichè spendere soldi ne guadagneremmo.

 

Io ho la pelle scura, mi capita di usare il fondotinta per pochi mesi all’anno. Tuttavia, nei mesi di digiuno da tintarella, ogni tanto ho la necessità di illuminare il mio pallore. Perché, al contrario di ciò che pensa la maggior parte delle persone, anche noi scure soffriamo di pallore! Le pelli chiare scoloriscono sul bianco, le pelli scure, altrimenti dette olivastre, dalle olive, che in natura si trovano verdi e nere, scoloriscono sui toni del verdognolo o del grigio. Ecco, io appartengo alla razza delle olive verdi, alla famiglia dei Visitors. Noi Visitors, quando siamo stanche e/o malaticce abbiamo bisogno del fondotinta ma non riusciamo a trovarne uno capace di conferirci un aspetto umano. Ho provato tutte le tonalità, quelle più vicine al mio incarnato e anche quelle che sembravano distanti (non si sa mai!). La scelta cadeva sulla mia disponibilità ad andare  in giro sembrando nell'ordine: un mimo, il culo di un porcello; la statuetta degli oscar; una senegalese.

 

Per questo motivo ho deciso di sperimentare -in senso proprio- sulla mia pelle questi nuovissimi clonatori del colore. Ammetto di non essere molto ferrata in chimica, ma a naso mi sembrava un esperimento che potesse riuscire. A malincuore mi sono ritrovata un'altra volta di fronte alla scelta tra i soliti colori standard che promettevano, su di me, i risultati sopra descritti dei fondotinta tradizionali. Ma non mi sono data subito per vinta. L'ho fatto dopo una lunga ed estenuante sperimentazione, condotta sul campo (profumerie, farmacie, supermercati &co.) raccogliendo e provando campioni di tutte le ditte presenti sul mercato.  Solo allora ho capito: il vero camaleonte sono io, che mi trasformo a seconda dei colori che mi spalmo sulla faccia.

 


Postato da: ilallallero alle 08:59 | permalink | commenti (47) |

venerdì, 25 novembre 2005
Via, via la diplomazia! 

Il mio miglior pregio è la diplomazia. Il mio peggior difetto è la diplomazia.

 

Come è possibile?! La diplomazia si rivela preziosa in tutte le situazioni formali: sul lavoro, in generale, è utilissima, nel mio in particolare è indispensabile. Coltivo da tempo immemore questa dote: è una pianta  sempreverde che fiorisce e dà frutti in continuazione. Il problema è che oggi è talmente grande e ingombrante che le sue radici hanno deformato il terreno su cui sorgono: il mio carattere.

 

La diplomazia permette di far passare un messaggio attraverso un filtro che ripulisce, addolcisce, abbellisce, ammorbidisce...

 

Io tendo ad essere diplomatica con tutti confidando nell'intelligenza altrui che, troppo spesso, erroneamente, do per scontata.

 

Da uno studio empirico condotto, da me personalmente, su un campione vastissimo dell'umanità di genere maschile e femminile, è emerso che, indipendentemente dall'età che si è rivelata una variabile ininfluente, la diplomazia raggiunge la più alta percentuale di fallimento quando incontra la presunzione.

 

Poiché io sono anche presuntuosa, conosco bene l'argomento e ciò mi ha consentito anche una buona lettura dei dati qualitativi. Esistono due tipologie di presunzione: la presunzione sana e la presunzione malata. La presunzione sana investe solo il giudizio sulla propria persona. La mia presunzione, per esempio, è sana (altrimenti che presuntuosa sarei!): riguarda me, chi sono, come sono, cosa so fare,...

 

La presunzione malata è quella che si estende dalla propria persona ai rapporti interpersonali: essa implica il credere, da parte del presuntuoso in questione, che l'altro abbia le stesse opinioni, la stessa percezione, la stessa stima che il presuntuoso ha nei confronti di se stesso.

 

L'eventualità non è impossibile, ma è molto rara: necessita di una conoscenza profonda, di un rapporto concreto, di una relazione stabile... ma soprattutto richiede una dimostrazione a parole, o ancora meglio, con i fatti da parte dell'altro. Il presuntuoso malato, invece, lo riconosci subito perché è supponente!

 

E se suppone, fraintende qualunque tipo di messaggio che non sia sintetico e diretto, interpretandolo secondo la versione che meglio conferma le sue idee, che più di ogni altra torna a suo vantaggio.

 

I risultati della ricerca confermano l'ipotesi di partenza: la diplomazia non può e non deve essere la chiave universale per affrontare qualsiasi tipo di persona/situazione.

 

Per quanto mi riguarda, è giunto il momento di imparare ad essere più dura e decisa.

 

Cercherò una scuola serale dove poter seguire corsi intensivi di impudenza e brutalità.

 

Nel frattempo,  ogni suggerimento sarà benaccetto.

 


Postato da: ilallallero alle 10:07 | permalink | commenti (30) |

mercoledì, 23 novembre 2005
" Ai miei tempi..." 

Noi non eravamo così: così scalmanati, così irriverenti, così rumorosi, così sboccati, così spericolati ...

 

E' il tormentone più pronunciato da generazioni, tramandato e riciclato in qualunque occasione si presti ad un confronto di una generazione con quella successiva. A volte il punto va al passato, a volte al presente; a volte il paragone ha un senso, altre volte non lo ha.

 

I tempi cambiano e con essi anche i modi. La tecnologia, la psicologia e leggi sempre nuove si propongono di migliorarci la vita: i metodi di insegnamento, gli studi, il lavoro; le abitudini, gli aspetti del carattere, i comportamenti. Giusto o sbagliato, nessuno può dirlo; e neanche vale la logica di "ai posteri l'ardua sentenza" perché a posteriori ci saranno stati sicuramente nuovi cambiamenti.

 

Personalmente mi dispiace solo che anche l'educazione, intesa come insieme delle regole che fanno la "buona creanza" subisca lo stesso influsso, perché i pedagogisti primi e la giurisprudenza e i servizi sociali poi, abbiano legato i genitori mani e piedi, togliendo loro i sacrosanti diritti di educare i figli come si faceva una volta, con sane mazzate. Quando il figlio non ha l'età per ascoltare e comprendere, bisogna ricorrere ad una forma di linguaggio immediatamente comprensibile. Lo stimolo doloroso associato all'azione inadeguata del bambino, funziona alla perfezione. Come ci insegnava Pavlov negli esperimenti sul condizionamento dei cani. Poi è arrivato Piaget a rimescolare le carte ... e non ci sono più i bambini bon ton di una volta!

 

Giorni fa prendevo un caffè con un'amica seduta al tavolino di un bar piuttosto grande, popolato da diverse persone. Ad un certo punto, una bella bambina di 4 o 5 anni, spuntata fuori non so da dove, inizia a sottolineare la sua presenza correndo tra i tavoli e gracchiando a squarciagola canzoncine e filastrocche. Dopo 15 minuti accademici di tolleranza estrema, in cui io e la mia amica ci sforzavamo di comunicare seguendo il reciproco labiale, visto che l'angioletto prediligeva il nostro tavolo per circumnavigare a mo' di squalo, dico alla mia amica: " Ora le metto lo sgambetto così batte i denti a terra e le passa la fantasia!"

 

Una delle due signore al tavolo accanto al nostro mi fulmina con lo sguardo, uno di quegli sguardi misti di collera e disprezzo, di quelli che ambiscono ad incenerirti: era la madre.

 

In quello stesso momento ho provato a tornare indietro nel tempo, immaginando di essere io quella bambina e che ci fosse mia madre seduta al posto della sua. Ipotizziamo per assurdo che io mi fossi mai permessa di mettermi a scorazzare liberamente per il bar; al secondo giro della sala mia madre mi avrebbe arrestata con un ceffone sonoro, dopo il quale non avrei avuto neanche la concessione di piangere a dirotto perché avrei continuato a dare fastidio ai presenti. Quindi avevo ben presente il suo " Se piangi, ti do il resto!"

 

Nel caso in cui, una perfetta estranea in età adulta si fosse permessa di manifestare il suo dissenso, come ho fatto io, mia madre avrebbe potuto reagire in due modi:

 

a) signora, sia gentile, visto che mi figlia le è a portata di mano, non mi faccia alzare: le tiri lei uno schiaffone come si deve! Grazie!

 

b) no signora, mi scusi: quella bambina è figlia mia e lo sgambetto glielo metto io!

 


Postato da: ilallallero alle 08:14 | permalink | commenti (37) |

lunedì, 21 novembre 2005
Pendant: uno stile di vita 

Molti definiscono una mania la mia capacità di fare pendant con tutto ciò che mi circonda.

 

Potrei dar loro ragione se la intendessero come passione incontenibile per l'effetto pendant, ma so che usano il termine nella sua accezione negativa, quella di tendenza morbosa e irrefrenabile a compiere determinate azioni. Quindi non mi trovano d'accordo.

 

Se fosse proprio necessario coniare una definizione appropriata a questa mia caratteristica, io la chiamerei predisposizione naturale agli abbinamenti: perché mi viene facile, non mi comporta fatica, non genera in me né ansia né stress, al contrario mi procura soddisfazione... Accade nel modo più fluido e piacevole possibile, quasi a tracciare uno stile di vita.

 

Ciò che agli altri sembra patologia, per me è un meccanismo routinario, come mangiare quando hai fame o bere quando hai sete... io abbino tutto, in tutti i campi!

 

Ovvio che non parliamo semplicemente dell'abbigliamento, in cui, penso, sia condotta comune alla maggior parte delle persone, esclusi i daltonici senza famiglia e amici, combinare il sopra e il sotto (che siano maglie e pantaloni, maglie e gonne, giacche e pantaloni...)  Per quanto, anche nell'abbigliamento, mi spingo un po’ oltre... non mi basta che due colori stiano bene insieme, devono avere dei richiami precisi con tutti gli accessori che mi porto dietro. Ripudiando le fantasie, uso al massimo tre colori e coordino tutto, quello che si vede e anche quello che non si vede. Se nel mio guardaroba spunta un capo di un colore "moda", come vengono chiamati quei colori che si impongono in una stagione fino a darti la nausea, devo necessariamente procurarmi di quello stesso colore una cinta, una sciarpa, una borsa, le scarpe, una collana, un bracciale...

 

Per esempio su un tailleur nero gessato sul blu petrolio, una cinta nera sta bene, ma diventa scontata. Allora mi metto a caccia della cinta petrolio sulla stessa identica tonalità di quell'impercettibile righino.

 

E non mi succede mai di comprare un accessorio particolare se non so con cosa abbinarlo, a meno che non mi piaccia particolarmente e quindi diventa la base per costruirci un nuovo mondo intorno.

 

Ma non amo esagerare, perché poi l'insieme diventa monotono; per cui se ho abbinato tra loro cinta e pashmina, scarpe e borsa devono essere pendant tra loro ma su un altro colore. E la volta successiva si cambia: quindi più accessori ho, più è ampio l'arco della rotazione.

 

La spiaggia in estate è il luogo che, più di tutti gli altri, svela questa mio lifestyle: ogni costume è abbinabile e quindi abbinato a pareo, canottina, fascia/bandana per i capelli, ciabattine, borsa, pochette porta tutto nella borsa e telo mare. Non riesco ad abbinarmi sempre ai colori degli ombrelloni, perché dovrei cambiare lido a seconda di come mi vesto... e sarebbe un po’ troppo dispendioso. Poi non credo che i miei amici sarebbero disposti a trascorrere stagioni itineranti lungo la costa, da decidere al mattino per il giorno stesso...

 

Una volta mi è successo di tirar fuori dalla borsa un accendino coordinato a tutto il resto e all'improvviso, insulti irripetibili si sono levati insieme a fragorose risate. Ho spiegato che si trattava di una mera casualità, ma visti i precedenti, non sono stata creduta.

 

Ma non finisce qui. In casa, in ufficio, in automobile ... i complementi d'arredo sono tutti coordinati con abile maestria! Nella mia casa al mare, ogni stanza ha il suo colore. Il salotto sprigiona l'energia del giallo-arancio: i copridivano, il copritavola, le tende, i cuscini delle sedie, un posacenere e altri ammennicoli, i quadri! Ho acquistato tele dipinte su quelle tonalità! Se sulla scrivania del mio ufficio il tema è l'acciaio, che richiama le maniglie e altre finiture dei mobili, non ci metterò mai un porta penne di plastica rosso, perché non ci azzecca nulla. Quindi: portapenne, ferma carte, posacenere, porta cellulare, calcolatrice, orologio da tavolo... sono tutti rigorosamente in acciaio. Badate bene: non semplicemente color acciaio, ma in acciaio naturale.

 

Perché non mi basta coordinare i colori, io coordino i materiali, le forme, le dimensioni, gli stili...

 

Insomma, mi tocca spesso sentirmi dare dell'esaurita per questo! Eppure io sono così serena... C'è un'amica in particolare che mi sfotte sempre, ma credo sia invidia dovuta alla sua incapacità di sperimentare look alternativi a quello di Arlecchino. A volte si acconcia certe primiere effetto shock, o unisce fantasie dal risultato allucinogeno... e in casa sua non c'è un mobile né un oggetto che abbia un minimo di family feeling con gli altri. Ad eccezione delle cose che le regalo io, che stanno pian piano sostituendo i cimeli più osceni.

 

Beh, incredibile a dirsi, ma la lunga esposizione a questo stile di vita è contagioso. In modo indiretto e oserei dire subdolo, agisce a livello inconscio. Proprio l'amica di cui sopra, il soggetto più insospettabile, me ne ha dato dimostrazione. Sabato scorso eravamo insieme a comprare un regalo per il compleanno di un'altra amica. Scelta la borsa, siamo andate a cercare il biglietto di auguri. Dopo una rapida occhiata, individuato il genere che piacesse ad entrambe, lei mi ha detto:

 

- Questo! Prendiamo questo! Perché ha gli stessi colori della borsa! 

 

Volendo essere puntigliosi, sarebbe stato più opportuno abbinarlo ai colori del pacco regalo ... ma anche il minimo progresso va premiato!

 


Postato da: ilallallero alle 09:45 | permalink | commenti (39) |

mercoledì, 16 novembre 2005
Punizione per una ladra 

*

Cara ladra dei miei stivali,

non nel senso dispregiativo dell’esplicazione del ruolo, ma nel senso dell’oggetto del furto, ti stimo perché sei stata coraggiosa: non è da tutti sottrarre un paio di calzature in più dallo spogliatoio di una palestra nel momento di massima affluenza, senza dare nell’occhio. Sicuramente non è da me, che l’unica volta che riuscii a rubare una cipria alla UPIM, evento che si perde nella notte dei tempi, soffrii di extra
sistole, palpitazioni e tremori alle estremità fino alle due ore successive al rientro a casa. Non lo meritavo io che, dopo aver rinvenuto in quello stesso spogliatoio un bellissimo paio di occhiali da sole firmati, (pezzo mancante nella mia collezione e che, peraltro, mi donavano decisamente!), sono andata di filato a consegnarli in reception, pensando che presto qualcuna li avrebbe pianti.
Ho cercato una giustificazione per te: magari non hai la possibilità di comprarli e hai pensato bene di prenderei miei, magari sapendo che la
proprietaria ero proprio io, che colleziono scarpe e quindi un paio in più o in meno non avrebbe contato. Sappi, però che non è così: ogni
calzatura ha il suo perché e non ha la capacità di essere sostituita da altre, altrimenti perché continuerei a comprarle?
Forse sei minorenne e vai ancora a scuola, ma come giustifichi a casa, con i tuoi, l’ingresso di questi stivali nuovi? Se mamma e papà non notano queste cose mi dispiace enormemente per te, perché significa che non ti dedicano attenzioni sufficienti a garantirti una futura maturità e responsabilità.
Provo a capirti, perché quegli stivali sono veramente belli e non hai saputo resistere: come biasimarti?! Mi dimostri che ho gusto. Grazie, non c'era bisogno che ti scomodassi, lo sapevo già .
Una volta i ladri venivano puniti con l'amputazione delle mani, affinchè non potessero più capire simili gesti. Ma è un metodo antico, da tempo entrato in disuso. Non pensare che ti auguri la morte: nè improvvisa e fulminante, nè lenta e lancinante. Per carità, la morte non si augura a nessuno! Beh, però neanche posso augurarti tutto il bene del mondo, convieni con me?!
Allora, spero vivamente con tutta me stessa che si rompa un tacco o anche tutti e due e che tu, rovinando a terra possa farti veramente male. Quando poi, seguendo l'esempio di più recente attualità, cercherai di essere risarcita, non ci riuscirai. Perchè i miei stivali non sono di Prada, ma di uno sconosciuto e squattrinato fasonista marchigiano. Cosa? Non ci credi? Eh, lo so... pensavi che fosse pitone vero... è bravo il fasonista, e modestamente sono stata brava anch'io a pescarli nel mucchio!
Se riesci a sentirmi, ovunque tu sia, ascoltami bene: inizia a pregare tutte le divinità che conosci, sacre e profane, affinchè oggi stesso, tornando al mio negozio di fiducia, io trovi ancora un paio di stivali di quel modello e del mio numero, perchè non ho la benchè minima intenzione di rinunciarci.
Se il mio tentativo dovesse andare fallito la maledizione del tacco si abbatterà su tutte le scarpe che calzerai (con una piccola appendice
integrativa al sortilegio, anche su quelle da ginnastica!) e trascorrerai la maggior parte del tuo futuro sdraiata con le gambe sollevate, perchè avrai in dotazione quasi perenne le caviglie della Sora Lella.
Parola di strega!

* Aggiornamenti:

Ieri sera sono riuscita a ricomprare un nuovo paio di stivali identici: ho ignobilmente strappato di mano l'ultimo 39 rimasto ad un'altra pretendente con un numero estemporaneo di "ars dramatica". Sarei stata disposta a contense di ogni disciplina atletica, artistica, culturale, triviale... 

Ho effettuato una variazione al sortilegio, vorrei infliggere una punizione con armi "più umane": userò i miei poteri solo per riuscire ad incontrare la ladra a passeggio con i miei stivali ai piedi, la riconoscerò perchè quando le sarò vicina prenderà una storta paurosa. A quel punto mi avvicinerò come per soccorrerla e... le tirerò una capocciata violenta alla croce degli occhi.


Postato da: ilallallero alle 09:23 | permalink | commenti (56) |

lunedì, 14 novembre 2005
Bilanci di una spia 

Scampata nuovamente e miracolosamente al pericolo della figura di merda da applauso che pende sulla mia testa come la leggendaria spada di Damocle, provo a tirare due somme su questo master.

 

Visto che non sono arrivata neanche a metà strada, il giudizio non può che essere parziale; tuttavia la dose di scetticismo con cui ho intrapreso questa nuova avventura sembra in crescita…

 

Il mio obiettivo principale è fallito dal primo incontro a Firenze. Era l’obiettivo “marito”: un modo come un altro per definire il mio desiderio di conoscere un uomo interessante. Non ci ho mai creduto veramente, ma mi dicevo “vuoi mai che tra tutte queste persone provenienti da ogni dove, ne trovi finalmente uno che ti vada a genio?!”. Mai, appunto; non è accaduto. Me ne sono accorta subito perché siamo pochi, di questi pochi gli uomini sono meno. Tolto il mio collega e un ultracinquantenne, per altro molto interessante ma con una famiglia a carico, non mi resta che piangere. La settimana scorsa ho provato a dare a tutti una seconda possibilità, che andasse più a fondo del colpo d’occhio e di quattro chiacchiere di convenienza e ho capito che non è sempre necessaria una seconda possibilità. Per restare sulla metafora del dirupo e delle mele… l'altra metà della mia mela è rotolata giù più velocemente, è arrivata in pianura prima di me, e un bisonte l’ha calpestata.

 

Passiamo ai docenti. Senza infamia e senza lode quello di Firenze, mi sono concentrata su quello romano. Un tipo belloccio… ma insopportabile! Qualcuno dovrebbe dirgli che un' aula non è l’equivalente del palcoscenico di un teatro, perché lui credeva di trovarsi nel laboratorio di Gigi Proietti. Personaggio istrionico, parlava con voce impostata sul baritonale profondo, ottima per il monologo di Amleto con il teschio, e usava come intercalare la classica risata forzata che… ok se me la fai una volta, anche due, ma ogni quarto d’ora diventa pesante! Mi guardava spesso negli occhi e inizialmente ho pensato che fosse perché gli piacevo. Ma dopo la prima ora temo che il suo sguardo insistente fosse dovuto alle mie incontrollabili espressioni facciali che denotano disgusto.

 

Ho seguito l’ennesima “lezione” sulla comunicazione: voto zero! Né generale, né specifica… sempre i soliti “giochini” che credevo, ormai, si fossero rinnovati. Mi è toccato impersonare il ruolo dello spettatore ingenuo per non rovinare la sorpresa agli altri, perché non è giusto: tutti hanno il diritto di scoprire per la prima volta con l’esperienza personale. Poveroni, erano tutti delusi! E allora a pranzo, poiché ne andava della mia dignità personale e professionale, ho risollevato lo spirito di qualcuno approfondendo alcuni temi, consigliando libri e promettendo materiale via email.

 

Le tematiche più interessanti e addentro al ruolo che stanno cercando di formare sono state trattate con estrema velocità e superficialità, dando troppe cose per scontate.

 

Ma voi docenti che venite pagati un’ira di dio, voi che ci chiedete sempre di inviare documentazioni sui ruoli che ricopriamo e sul nostro curriculum, voi che ci chiedete anche di presentarci agli altri non appena la classe è formata, abbiate la decenza di utilizzare le informazioni di cui entrate in possesso e di tarare le lezioni sui corsisti.

 

Tra le corsiste, poche si salvano dal baratro di depressione e frustrazione. In certi momenti mi sembrava di stare ad una riunione di qualche associazione “Anonimi”, come quella per gli alcoolisti. Superato l’imbarazzo iniziale, presa confidenza con i compagni di corso, trasformare lezioni interattive in sedute terapeutiche è stato un attimo. Su 100 interventi, 10 erano pertinenti. Per il resto si trattava di sfoghi di persone che probabilmente sul proprio posto di lavoro o nella vita privata non vengono mai lasciate parlare e che quando riescono a prendere la parola devono recuperare anni di silenzio. Poi, arriva il momento di fare esercizio di role playing e capisci perché in altre circostanze non hanno mai la possibilità di parlare: non si può prendere il prossimo a parolacce sempre e comunque!

Aspetti positivi: abbiamo mangiato bene! E poi ho capito che l'azienda in cui lavoro è una specie di favola: noi siamo quasi una famiglia, non un'arena in cui si lotta per la sopravvivenza.

Alla fine di questo seconda tranche, per mia fortuna, il docente non ci ha rivolto la tipica domanda “Cosa vi riportate a casa stasera da queste giornate?” che serve come iniezione di autostima perché nessuno, dopo aver pagato, ammetterebbe di aver buttato soldi al vento esprimendo dissenso. Gli è andata bene, la risposta più eloquente che avrei potuto darli è “  Du’ ceci e ‘na castagna”!

 


Postato da: ilallallero alle 09:13 | permalink | commenti (38) |

mercoledì, 09 novembre 2005
Mata Hari 

Stasera parto per Roma: mi attendono due nuove giornate di spionaggio al corso di specializzazione

 

Il mio collega è particolarmente assente a se stesso. Più del solito.

 

Sono a cavallo… di un porco!

 


Postato da: ilallallero alle 09:13 | permalink | commenti (29) |

lunedì, 07 novembre 2005
La tombola assassina 

Caffè con due cucchiaini di zucchero e 4 cucchiaiate di chiacchiere a casa di amici.

S, compagna di L e sua collaboratrice nello studio legale, decide di regalarci una perla di gossip nostrano, nel rigoroso rispetto dell’etica professionale, quindi senza fare nomi. E’ stato denunciato loro un “classico” caso di tentato omicidio: il marito spara alla moglie, la quale si rivolge a loro per farsi difendere.

Difficilmente mi tiro indietro quando si tratta di approfondire tematiche "passatempo":

i – il marito ha sparato alla moglie?! E l’ha presa???

S – purtroppo no, neanche di striscio!

i – e allora come fate a dimostrarlo? è la sua parola contro quella del marito…

S - eh, ma in casa sono stati ritrovati i BUSSOLOTTI! Ben 5 BUSSOLOTTI!!!

L – amore, volevi dire i bossoli…

 

 

 

Beh, però, anche una partita a tombola, in due, ante-tempo… è un tentato omicidio!


Postato da: ilallallero alle 08:55 | permalink | commenti (29) |

giovedì, 03 novembre 2005
Sono un segugio 

Si dicono tante cose sulle somiglianze di cani e padroni e non ho mai capito se, nel reciproco scambio della convivenza, è il cane che assume gli atteggiamenti del padrone o il padrone che prende le sembianze del suo cane. Lo ignoro perché non ho mai avuto un cane e non ho mai potuto studiare il fenomeno da vicino.

 

Si dicono tante cose anche sul mio conto: chi mi vede donna, chi mi vede uomo; chi moderna, chi antica; chi solare chi lunatica... ma uno solo ci ha visto veramente bene: il mio amico " Amò" che mi ripete sempre "Tu sei uno spinone!", 'Sta cosa mi ha sempre fatto sorridere, perché pensavo che ci fosse un buon margine d'errore condito con tanta ironia in questo paragone. Ma il mio amico "Amò" è una persona estremamente colta ed informata e nessuna parola che esce dalla sua bocca è casuale o fuori luogo.

 

Infatti, giorni fa, trovo nella macchina di un collega che ha da poco preso un beagle, un manualetto con le istruzioni per "educare" al meglio i segugi, e mi sono edotta sulle peculiarità della razza...

 

I segugi annusano tutto, avvertono gli odori anche a lunga distanza, riconoscono gli odori, sono rassicurati dagli odori familiari,...

 

Pure io annuso tutto, anche le cose che normalmente nessuno annusa, che apparentemente sono senza odore. Sapeste come mi guardano le commesse dei negozi di abbigliamento quando seleziono un capo che mi piace, e dopo averlo osservato nei minimi dettagli e toccato in ogni punto e su ogni cucitura, lo avvicino al naso per odorarlo! Riconosco chi è passato in un ambiente dall'odore che lascia nell'aria; saprei riconoscere il proprietario di una casa dall'odore personale. Rintraccio presenza di olezzi, gradevoli o sgradevoli che siano, a distanze da record. Ecco perché ucciderei inventori e portatori di profumi invasivi.

 

I segugi, più di qualunque altra razza di cane, delimitano il territorio con la pipì, non solo per questioni di "proprietà" ma soprattutto per individuare le zone  già esplorate.

 

Io conosco tutti i bagni di tutti luoghi pubblici e privati in cui ho messo piede: case, ristoranti, locali, uffici,... e devo ammettere che mi rasserena sapere di conoscere in anticipo il bagno in cui mi recherò.

 

I segugi devono fare attività fisica almeno un'ora al giorno, altrimenti tendono ad ingrassare.

 

E io no?!? Se non bruciassi il doppio delle calorie che assumo ogni giorno, abbandonerei l'andatura a passi per rotolare!

 

I segugi devono essere portati a spasso con un guinzaglio corto, perché hanno la tendenza a scappare avanti.

 

Provate a passeggiare con me senza tenermi sottobraccio o attaccata in qualunque altro modo: per restarmi a fianco ci vogliono i pattini!

 

I segugi non abbaiano spesso, per poterlo fare devono aver acquisito familiarità con l'ambiente in cui si trovano.

 

Prima di proferire parola io osservo e ascolto. Mi esprimo solo se e quando penso che ne valga la pena.

 

I segugi vanno rimproverati alzando la voce e puntandogli un dito contro.

 

Ecco, se ci sono due modi di fare che non sopporto proprio nelle discussioni sono il tentativo di prevaricare l'altro con il volume di voce anziché con i contenuti del discorso, e il dito indice che fa l'alzabandiera in tono minaccioso.

 

I segugi adorano le carezze sulla testa e quando le ricevono, sono capaci di restare immobili per ore.

 

Io, uguale! Vado in estasi da relax e mi assento. Divento imperturbabile a qualunque fenomeno.

 

Amò, ma chi mi conosce più di te?!!

 

Quasi quasi mi regalo un collarino...

 


Postato da: ilallallero alle 09:04 | permalink | commenti (42) |