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Buon Natale a chi è felice,
Buon Natale a chi si sente solo,
Buon Natale a chi sta male,
Buon Natale a chi non vuol cambiare,
Buon Natale a chi ha freddo e cerca il sole,
Buon Natale a chi ha trovato l'amore,
Buon Natale a chi parte,
Buon Natale a chi resta,
Buon Natale a tutti i bambini del mondo senza Natale,
Buon Natale a chi si vuol bene,
Buon Natale a chi mi vuol male,
Buon Natale a chi non sa più che cosa è Natale,
Buon Natale a te!
Anni e anni or sono, da quando scrissi la tesi per un mio ex fidanzato in Cinematografia Documentaria. Ne conservo poche reminescenze, e quelle poche sono anche confuse...
Mi ricordo della corrente del Realismo, mi è rimasto impresso che i registi scegliessero gli attori tra la gente comune, prendendoli direttamente dalla strada ... proprio per tener fede al vero...
Credo che il realismo cinematografico stia tornando in voga: non ne sono certa, non ne ho ancora sentito parlare sui mezzi di comunicazione di massa... però nutro un forte sospetto a riguardo.
Ieri mattina, mentre mi recavo al lavoro sulla mia automobile, imbocco la più nota e battuta superstrada della zona: un raccordo frequentatissimo, ad ogni ora del giorno e della notte, battuto da automobilisti che portano, incisa nel DNA la fretta, schiacciata tra adenina e timina, e l'inciviltà, che fa da collante tra guanina e citosina.
Insomma, quando ti lanci in pista e incontri quegli automobilisti lì, anche se sei la persona più civile e rispettosa della terra, ti viene voglia di gareggiare con loro: è l'effetto travolgente della massa unito al discreto ritardo che portavo sulla mia tabella di marcia.
Così, anche io ho deciso di giocare al GP e dimostrare che, quando voglio, so avere il piedino pesante. Mentre contavo i secondi di percorrenza del tratto in rettilineo più lungo, la mia attenzione viene catturata un oggetto non ben identificato, situato in alto, all'estremità di un palo.
Inizio a formulare ipotesi sull'oggetto misterioso, finchè non lo raggiungo e lo supero. Solo allora lo riconosco: una telecamera!
Avrò fatto in tempo a sfoderare un sorriso smagliante? Avrà filmato il mio profilo migliore? A saperlo mi sarei vestita e truccata in modo più idoneo, sarei passata anche dal parrucchiere per l'occasione, e per evitare la probabilità di una ripresa mossa, sarei andata a 90 km/h, come consigliano ripetutamente quei cartelli rotondi, cerchiati di rosso, piantati lungo la strada... invece che a 120.
Non faccio altro che domandarmi come sarà andato il mio provino. Mi hanno detto che è inutile lambiccarsi la mente con vane supposizioni, perché tanto quei registi lì ti inviano una comunicazione scritta ufficiale. Allora, se a breve riceverò una letterina a casa, significa che mi hanno presa!
Hollywood... aspettamiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!
Datemi i malanni più gravi, i dolori più atroci e insopportabili, spezzatemi un braccio, sfilatemi una vertebra, prendetemi a colpi si spranga contro le ginocchia... pur di barattare il raffreddore, sono disposta ad accettare qualunque offerta.
Può un acciacco così idiota mettere ko una persona? Nel mio personalissimo caso, la risposta è sì. Quanto dura in media un raffreddore? Cinque giorni? Nel mio personalissimo caso, anche cinque mesi.
Per prendere una signora influenza virale devo recitare preghiere lunghe e complesse, che assai spesso non vengono ascoltate; devo preparare incantesimi e macumbe che richiedono ingredienti rarissimi (come le unghie di leonessa sterile) che non sempre riesco a trovare. Per buscarmi uno stupidissimo raffreddore, invece, non ci vuole niente: accade senza che io faccia il minimo sforzo.
In modo assolutamente aleatorio, trascorro inverni in compagnia del raffreddore e inverni senza.
Dipenderà anche dal fatto che io appartengo alla scuola di pensiero delle terapie d'urto, quelle che bandiscono l'accoppiata di paracetamolo e riposo, a favore della trascuratezza del problema unita a massicce sudate in luoghi chiusi, seguite da repentine e violente escursioni termiche all'aperto.
Di conseguenza, l'unico modo per debellare il raffreddore prima del mese di maggio è partire per una meta tropicale... e così, mi toccherà anche quest'anno... ah, quanti sacrifici si devono fare per campare!
Tornando a bomba, questo comune e diffuso male stagionale è la dimostrazione evidente di come la banalità non sia necessariamente sinonimo di piccolezza.
Il naso si trasforma come se fosse stato vittima di un incontro di pugilato: al gonfiore si aggiunge il rossore che, nella zona immediatamente circostante alle narici, da luogo a screpolature e crosticine che gli conferiscono una certa somiglianza con dei crateri di vulcani in miniatura. Il naso gocciola in continuazione: perde come i rubinetti con le guarnizioni allentate, il tipico rubinetto con la goccia di Paperino. Più gocciola, più soffi e strofini con i fazzoletti, più irriti le screpolature. E si riparte: altro giro, altra corsa, altro giro, altra corsa per tutto il giorno. Durante la notte, la posizione distesa arresta la fuoriuscita favorendo il ristagno: i canali si occludono e la bocca si apre. Al mattino è tutto impastato: ci vuole l'idraulico liquido per sturare i condotti e l'acido muriatico per eliminare la patina felpata dalla lingua e l'effetto acetato sul palato.
Durante i primissimi giorni di raffreddore, poi, mi spunta sempre un brufolo formato melone: di quelli giganti che sorgono in posizioni strategiche tipo al centro della fronte o della guancia, o peggio all'attaccatura del collo, appena sotto la mandibola; di quelli che non puoi neanche sfiorare mentre ti lavi la faccia, perché fanno più male di... non lo so, non trovo un termine di paragone adeguato. E mi struggo invano da anni per cogliere il nesso raffraddore-brufolo.
E a guarnire il tutto, meglio della fatidica ciliegina sulla torta, c'è il disco incantato della mamma "ma come hai fatto a prendere il raffreddore?" Già, come si prende il raffreddore?
Ah, sicuramente con un "colpo d'aria". Il colpo d'aria è la diagnosi più frequente, la risposta più ovvia e immediata, quella che spiega tutto e si addice a tutti, usata indifferentemente sia come prima ipotesi sia come ultima carta da giocare quando le cause sembrano avvolte da una nube di mistero... Ma cos'è in pratica questo colpo d'aria? Una sordida mossa di karate a tradimento? Tutti lo conoscono, tutti ne parlano, nessuno lo sa veramente spiegare. Io ho cercato di documentarmi per approfondire il tema: il colpo d'aria non esiste su nessun libro di medicina!
Nel 2005 sono stata, per ben due volte, molto vicina a sposarmi: in sogno.
La prima volta, la scorsa primavera. Ero nella mia parrocchia che non è 'sta gran chiesa; inadatta a mio avviso, ad ospitare una bella cerimonia, tanto più che fuori c'era una specie di cantiere aperto per rimettere l'asfalto. Comunque si era lì: gli invitati arrivavano a frotte e si attardavano fuori in attesa che arrivasse la sposa, ignari che la sposa fosse già dentro. Qualcuno comincia ad entrare e trova me, in splendida forma, avvolta in un abito da sera nero, stile Valentino. Elegantissimo, scollato sulla schiena, lasciata scoperta anche dai capelli raccolti. Avevo una delicata parure di diamanti che dava una gran luce. Strano però: era giorno e io indossavo un abito da gran sera... mai avrei commesso un simile errore!
Raggiante di felicità, annunciavo a tutti che la cerimonia non ci sarebbe più stata, l’avevo annullata: ma non avremmo rinunciato ai festeggiamenti, anzi! Domandavo agli ospiti di portare pazienza giusto il tempo utile per far arrivare tutti gli invitati, così poi, saremmo partiti insieme alla volta del ristorante.
Un mesetto fa ci ho riprovato (a sposarmi, intendo!). Ero nella casa al mare di mio zio: immediatamente riconoscibile dall’immenso terrazzo pieno di piante rigogliose. Gli ambienti erano gli stessi, anche se molto, molto più grandi. Io ero seduta davanti ad uno specchio, nella camera matrimoniale, attorniata da un'equipe di truccatori, parrucchieri, sarti … tutti addosso a me, ognuno con il proprio da fare... (roba che neanche al concorso di Miss Italia!). Ad un certo punto decido di dare una sbirciatina fuori dalla stanza, per vedere cosa stesse accadendo. Sollevo l'abito bianco, reggendolo con le mani e cammino scalza lungo un corridoio infinito. Neanche stavolta l'abito era quello giusto: si, era bianco; si, era da sposa; ma no, assolutamente non era il mio genere! Lo stile campagnolo tipo "sette spose per sette fratelli" non mi convincerebbe mai da sveglia. E tralascio la descrizione del corpetto con maniche a palloncino... Arrivata in sala, vedo una quantità esagerata di persone, per lo più sconosciute, che sorridevano, mi abbracciavano, si congratulavano... Poi incrocio mia madre, arrabbiata nera, che mi rimprovera in tono aspro, trattenendosi per non urlare, perché ne avevo combinata un'altra delle mie, perché sono testarda e voglio fare sempre come dico io, perché stavolta ho esagerato e l'ho messa in difficoltà e ora lei non sa che dire a tutta questa gente, non sa come cambiare il suo discorso. E sparisce. Discorso? Mia madre che fa un discorso in pubblico??? Poteva essere solo un sogno, appunto. Dovevo capire... Vedo passare una mia cugina, la fermo tirandola per un braccio. Lei si divincola e mi chiede di essere lasciata fuori da questa storia, almeno stavolta: non voleva saperne niente.
Incuriosita e anche un po’ spaventata, vedo un'alta faccia nota, un'amica, che mi scoppia a ridere in faccia dandomi della pazza, più di una volta. Intanto l'equipe truccatori-parrucchieri-sarti viene a recuperarmi quasi di peso per ultimare l'opera. "Signorina, sono arrivate le scarpe!". (Beh, figuriamoci se possono mancare le scarpe… neanche in sogno!). Apro la scatola e trovo un paio di stivali, gli stessi che ho notato recentemente nella vetrina di un negozio. Li indosso. Uno stivale invernale sotto un vestito estivo, da sposa... no, non mi piacevano proprio. Mi convinco che devo indossare un paio di sandali della mia collezione, quelli bianchi o quelli argento, o addirittura quelli con gli swarowsky, almeno è la volta buona che li indosso! E inizio a cercarli. Poi ci ripenso: non posso preoccuparmi delle scarpe prima di aver capito cosa sta succedendo. Fuggo di nuovo dalla stanza con i bigodini ciondolanti sulla testa. I bigodini??? Io con i boccoli??? Ma è proprio un incubo! Incontro di nuovo mia madre. La blocco tenendole le spalle contro il muro. "Mi spieghi che succede? Se vuoi non se ne fa più niente. Finiamola qui. Non possiamo mandare tutto a monte?"...
La sveglia implacabile mi riporta alla realtà: inizia una nuova giornata.
Che storia... è come leggere un libro a cui hanno strappato l'ultimo capitolo o vedere una pellicola a cui hanno tagliato la fine. E lo scopri solo quando ci arrivi, alla fine... che non c'è.
Ho rinunciato a ipotizzare qualunque tipo di interpretazione, recitando un atto di inspiegabile modestia: non sono all'altezza. Allora ho organizzato una seduta spiritica per evocare lo spirito di Freud. Dopo un breve tentativo di innescare il meccanismo delle libere associazioni, si rifiuta di darmi una mano: lui, il padre della psicanalisi, messo in crisi e in imbarazzo dai miei sogni. Ha chiesto di lasciarlo riposare in pace, una buona volta!
Non mi resta che attenermi ai fatti, a questa specie di soap opera a puntate che va a ritroso: ... un matrimonio annullato in chiesa, i preparativi e la mia volontà di annullare il tutto... Non voglio sapere cosa significa, non voglio entrare nella lotta intestina tra il mio "es" e il mio "io". Una cosa però, una sola, la vorrei: scoprire chi diavolo avrei dovuto sposare!
Mi piace sentirmi libera nei movimenti. Non tollero indumenti pesanti o costringenti, anche se in questa stagione sono inevitabili. In inverno mi sembra di vivere in galera, una galera multi-strato che mi fa perdere un sacco di tempo nell'attività del metti e togli, e mi opprime corpo e anima.
L'indumento che meno sopporto (e quindi porto) sono i collant.
Ci sono 1000 motivi per cui non sono riuscita a costruire un buon rapporto con i collant: potrei partire ancora una volta dall'infanzia, quando ero obbligata ad indossare pesanti e orticanti calzamaglie di lana di vetro, ma facciamo finta che, almeno su questo, io abbia perdonato mia madre.
Vorrei conoscere l'inventore dei collant: chi era? un secondino? il direttore di un manicomio? I collant sono una diavoleria che arriva seconda solo alle camicie di forza!
I collant sono una morsa avvolgente, come le spire dell'anaconda: sono una trappola. Guai, per me, ad indossarle sotto i pantaloni! Oltre alla sensazione immediata di gelo, non sopporto quella di essere impacchettata.
La lycra velata mi genera un prurito irresistibile nella zona inguinale e non è molto elegante abbandonarsi all'impulso irrefrenabile di grattare, specie in luoghi pubblici e specie da quelle parti. Per questo indosso solo la microfibra pesante, ma anche con questo tessuto la tolleranza non supera le 6 ore.
Vogliamo parlare dell'elastico?! Come si fa a concepire un elastico di due centimetri di altezza e 50 di circonferenza, quando il giro-vita ideale ne misurerebbe almeno 60? L'elastico è una tagliola dentata studiata per azzannare e non mollare, con conseguente costrizione all'apnea, specie dopo i pasti. Non importa che tu sia una gazzella o un ippopotamo, è studiato per strizzare anche le ossa. L'elastico cerca invano di opporsi ai tuoi movimenti e alle tue morbidezze, finchè, vinto dalla carne, si accascia su se stesso dando vita ad un antiestetico e fastidiosissimo rotolino. Forse per questo hanno inventato il modello a vita bassa, per eliminare l'effetto collaterale del rotolino. Non ditemi che è per nascondersi dentro gonne e pantaloni a vita bassa, perché non sono in grado di farlo: la molla maledetta sbuca sempre fuori, perché per quanto essa vanti di essere bassa, è sempre più alta degli indumenti con la stessa caratteristica.
Per nasconderle dentro i vestiti devi tirarle su fino all'altezza delle ossa del bacino, non un millimetro più su, non uno più giù: il dramma è che, pur individuando la posizione giusta, il collant tende a scivolare verso il basso, formando quelle orribili pieghine intorno alle articolazioni principali e ad allontanarsi dalle zone intime lasciando spazio per eventuali perdite solide.
E allora, quando proprio non posso fare a meno delle calze, ringrazio l'inventore delle autoreggenti di seconda generazione, quelle con la fascia alta rivestita internamente di silicone (perché anche la molla delle vecchie autoreggenti bloccava la circolazione conferendo anche alla gamba più esile l'aspetto di un cotechino).
Certo, in pieno inverno, quando abbino gonna e autoreggenti, l'arietta frizzantina tende ad insinuarsi per rinfrescarmi le idee... ma alle basse temperature tutto si conserva meglio, no?!
Ho visto uno spezzone del Motorshow in TV: il Motorshow di Bologna, una delle poche fiere capace di smobilitare un numero incommensurabile di gente da tutta Italia. Fiera per non dire un carnaio mostruoso. Almeno nei miei ricordi.
Io ho lavorato al Motorshow per ben 6 anni, ho partecipato a tutte le edizioni dal 1994 al 2000: moto, motocicli, auto, auto di lusso, compagnie telefoniche,...
Per il ciclo "che cosa non si fa per un bel gruzzoletto di denaro quando si è studentesse" (e anche quando già hai un lavoro vero, se la cifra di ingaggio cresce). A ripensarci mi vengono i brividi... e anche un conato di vomito.
Il primo anno è stato molto divertente, come ogni nuova esperienza. Dal secondo in poi, arrivavo alla fine di quei lunghissimi 11 o 13 giorni, a seconda delle edizioni, talmente distrutta dalla stanchezza e devastata nell'animo da eventi spesso mortificanti ,che giuravo non avrei mai più ripetuto una simile esperienza. Poi, passava un anno, il brutto ricordo svaniva, il soldo facile riprendeva ad esercitare la sua attrattiva... e ci ricascavo!
Una volta, forse, il Motorshow era la fiera dell'uomo interessato alle novità, all'acquisto conveniente... per come l'ho vissuta io, invece, era la festa del molestatore delle ragazze "esposte".
Dal vestitino appariscente, passando per il tailleur, fino alla divisa supersportiva con berretto a coprire la faccia, se ti trovavi dentro i confini del complesso fieristico eri un bersaglio da non mancare! Complimenti scontati, proposte indecenti, volgarità irripetibili, richieste di autografi (?) e flash, flash, flash...sparati negli occhi tutto il santo giorno! In linea di massima ci sono 3 tipologie di fotografi amatoriali da motorshow:
- lo schivo, quello che ti gira intorno facendo il vago e poi scatta la foto a tradimento, credendo che nessuno se ne accorga, tantomeno la ragazza (si sarà mai chiesto perché nelle sue foto tutte le ragazze hanno la faccia deformata dalle risate?);
- lo sfrontato, quello che ti comanda a brutto muso dove devi guardare e che, al posto delle braccia, ha una ventina di tentacoli e riesce ad agguantarti su tutte le parti del corpo (che quando va a sviluppare scopre che le ragazze per dispetto sono uscite tutte con occhi storti o con una smorfia di disgusto).
- il timido, quello che, molto educatamente, ti chiede il permesso di fare la foto con te e trema come una foglia al vento (le sue foto sono le migliori!)
Nonostante abbia vissuto in prima persona quei momenti, ci sono ricordi che hanno ancora dell'incredibile:
come le file di cacionelli urlanti aggrediti dall'acne giovanile, in piena tempesta ormonale, in fila chissà da quanto tempo davanti agli ingressi ancora chiusi, che nei dialetti più sconosciuti lanciavano commenti incomprensibili (e se comprensibili, discutibili!) al passaggio delle ragazze che entravano ancora avvolte in piumini, scarponi, scafandri...
Come dimenticare le innumerevoli tipologie di tanfo da sudore, le fiatelle alcoliche o peggio, quelle da piadina salsiccia e cipolla delle 8 del mattino?!
E le orde di barbari assatanati che assalivano gli stand alla ricerca di qualunque gadget o, peggio, pezzo di carta stampata con cui riempire lo zaino?!
E gli anziani, ridicoli, che giocavano a fare i piacioni, esternando apprezzamenti d'altri tempi con la dentiera sfuggente?!
Il primo amore non si scorda mai, e neanche l'ultimo Motorshow... Iniziavo a costruirmi un'identità rispettabile nell'ambito professionale in cui lavoro ancora adesso. Aiutai l'agenzia di un'amica ad organizzare il casting per la Lamborghini e il responsabile Lamborghini esplicitò il desiderio di avere anche me a coordinare le ragazze nel loro stand. Io gli dissi subito che non era fattibile, ma in tono perentorio andò quasi a minacciare la titolare dell'agenzia: o c'ero anch'io oppure avrebbe preso le altre ragazze altrove. Ho provato ad opporre resistenza con la mia amica, che è dovuta ricorrere alla corruzione. In effetti, 250 euro al giorno (per 13 giorni, pagati a fine fiera) hanno fatto franare tutta la mia convinzione. Ho preso un permesso dall'ufficio. "Tanto, chi se ne accorge!" mi ripetevo. Mi rassicurava la Casa per cui avrei lavorato: buon gusto, eleganza e sobrietà. Ho ricevuto la divisa la sera prima dell'apertura: minigonna di vinile nero (e ci vuole fantasia per chiamarla minigonna!), stivalazzo da "poco di buona" fino al ginocchio (non importa che fossero tornati di gran moda!), e maglia di lycra color giallo buccia di limone intenso, scollata a V come voragine avanti e dietro (roba che neanche Lorella Cuccarini al primo saggio di danza!). In quella occasione ho capito veramente il significato della parola vergogna.
Sono uscita per tre giorni consecutivi,con tre foto diverse, sul Resto del Carlino, la lettura quotidiana preferita del mio capo di allora. Che non mi ha mai detto nulla... non so se per una strana forma di complicità o... per pietà?!
Mi scuso, in anticipo, per la trivialità dei termini presenti in questa trattazione; ma essendo una denuncia del gergo sporco, la testimonianza deve essere testuale.
Non vorrei sembrare rigida e bacchettona, anche a me capita di avere uscite non troppo felici, connotate dalla fuga di termini che poco si addicono alla bocca di una signora: ma non sul lavoro e soprattutto mai diretti ad offendere i colleghi.
Nella vita privata ognuno è libero di fare come meglio crede; nella vita d'azienda ci si augura un autocontrollo superiore sul linguaggio comunemente usato.
L'utilizzo di una terminologia offensiva risulta sgradevole non solo a chi la riceve, ma anche a chi è costretto ad ascoltare. Lo stress non costituisce una scusante; altrimenti diventa una giungla e allora valgono anche i versi degli animali e i rutti.
Poichè rientra nelle questioni di mia competenza, ho deciso che scriverò una circolare interna, che potrebbe suonare più o meno così:
"Ai fini di una efficiente ed efficace circolazione e comprensione delle informazioni di lavoro, poiché vantiamo tutti una conoscenza approfondita della lingua italiana, che conta il maggior numero di sinonimi rispetto a qualunque altra lingua, chiediamo la collaborazione di tutti per limitare usi e abusi di parolacce del nostro staff.
La parolaccia rientra in una terminologia assolutamente non professionale, pertanto, in un ambiente popolato prevalentemente da persone ad alto livello di scolarizzazione, ci si aspetta l'impiego di un vocabolario più ricco e forbito. Non è desiderabile introdurre una qualsiasi discussione con parole come "cazzo" e "porca puttana" né l'utilizzo delle stesse ogni volta che si vuol dare risalto ad un concetto; lo stesso vale per tutte le forme e le derivazioni del verbo "cagare" ("stronzi" e "stronzate" annesse).
Alcuni suggerimenti:
- quando un collega commette un errore si può evitare di dire che "ha fatto una cazzata" e quando questa persona viene rimproverata si può trovare un'espressione equivalente a "se lo stanno inculando";
- mancanza di determinazione può essere usata in sostituzione di "mancanza di palle". Allo stesso modo "cagone" può essere sostituito da "mancanza di iniziativa" ;
- non è professionale chiamare "rompicoglioni" una persona insistente o riferirsi a situazioni difficili con "stare nella merda" ;
- per esprimere il proprio desiderio di essere lasciati soli, si può usare una perifrasi al posto di un semplice "vaffanculo";
- è più collaborativo rispondere al collega che si rivolge a te con un " come posso aiutarti?" piuttosto che con un "che cazzo vuoi?"
- i colleghi sono spesso appellati, a seconda dei sessi, come "froci" o "puttane", ma il loro comportamento sessuale nella vita privata non deve essere messo in discussione in termini di performance lavorativa;
- infine, le idee creative del management non sempre sono "idee del cazzo" o "cagate mentali".
A chi venisse in mente di dire che con questo pezzo di carta "ci si pulisce il culo", consigliamo di preoccuparsi, invece, di conservarlo intonso per poter seguire la disposizione alla lettera!"