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Ho notato alcune facce nuove nel mio condominio. Volti nuovi e … giovani, molto giovani… forse un po’ troppo giovani… Ma certi faccini, così deliziosi, che si lasciano guardare volentieri e ti lasciano incantata.
Incrociare per le scale splendidi cuccioli d’uomo è un piacere per gli occhi: sono molto più graditi dei musi lunghi degli anziani figuri che popolano la maggior parte questo edificio e lesinano saluti a mezza bocca.
Ed è gratificante che anche loro manifestino espressioni di sorpresa: son soddisfazioni! E poi il favore reciproco non ti fa sentire in debito o in difficoltà.
Studenti, devo essere senz’altro studenti universitari. Chissà di chi è l’appartamento che occupano e chi ha effettuato il casting: 3 incontri su 3 con ragazzi-copertina non può essere una pura casualità, deve essere voluto! Magari non abitano qui e li ho incontrati mentre si recavano in visita a qualche studentessa… No, no: ci deve essere un nido di occhietti vispi e sorrisi smaglianti… devo solo scoprire dove!
Se avessi più tempo libero mi terrei in forma saltellando su e giù per le rampe degli 11 piani del palazzo; ma forse è meglio se studio una strategia più efficace a tavolino.
Sarà la primavera?!?
Nell'educazione della famiglia italiana, uno dei posti d'onore spetta all' "imparare a stare a tavola". E' una delle prime regole che i genitori insegnano ai figli: a partire dai comportamenti basilari tipo a tavola si sta seduti composti, non ci si avventa sul piatto di portata ma si aspetta il proprio turno per essere serviti, non si mangia con le mani, non ci si allunga sopra i piatti degli altri, si chiede per favore, si mastica a bocca chiusa, non si parla con la bocca piena, non si gioca con il cibo nel piatto, fino alle sottigliezze da galateo delle grandi occasioni non si appoggiano i gomiti sul tavolo, non si alzano i gomiti per tagliare una pietanza, si chiede permesso per potersi alzare,... e potremmo star qui a citare esempi fino al punto di farci passare la fame così eliminiamo il problema alla radice.
Ognuno di noi, a casa propria, si permette il lusso di concedersi qualche piccola trasgressione.
Io, per esempio, a tavola sono comoda quando posso stare senza scarpe, tutta storta, abboccata su di un lato, con un piede poggiato sulla sedia e il ginocchio all'altezza del mento; ovviamente può accadere solo se sono a casa mia, solo se in compagnia di qualcuno con cui sono in grande confidenza. Già se sono con un'amicizia intima ma a casa sua, non ci riesco. Mio padre tuttora non sopporta di vedermi in quella posa da contorsionista.
A me piace molto osservare la gente nei luoghi pubblici, soprattutto al ristorante, e ho notato che la maggior parte delle persone dà manifestazioni di buona creanza a tavola, specie se non mangia da solo. Forse semplicemente perché sono accortezze che ci vengono inculcate da piccoli e che poi diventano abitudini radicate, cose che facciamo in automatico, senza doverci pensare.
Dicevamo, trasgredire qualche regoletta è possibile e accettabile, ma non essere proprio capaci di stare a tavola con altra gente a 40 anni è disumano. Ci sono tante cose che non tollero e sulle quali soprassiedo, ma veramente poche che mi mandano in bestia e mi fanno perdere il controllo, come mangiare con un animale travestito da uomo, un collega in particolare.
Lo stato d'ansia che trasmette con la sua capacità di divorare 3 portate nel tempo in cui io, che sono veloce a mangiare, sono ancora al primo piatto, ti costringe a mangiare con la sensazione della fretta che ti attanaglia, con l'idea del ritardo da recuperare, e inizi ad andare in iper-ventilazione ingoiando più aria che cibo. Anche perché, se non riesci a tenere il suo ritmo, lui mangerà anche il tuo, di pranzo.
Il collega è "sempre a dieta", ha adottato un'alimentazione iper-proteica: in un pasto riesce a farsi fuori un piatto di carne, uno di affettati e uno di formaggi, che aiuta a scendere bevendo direttamente a collo dalla bottiglia. Finchè mangia, con lo stile dei personaggi dei cartoni giapponesi che tuffavano le teste nelle ciotole di riso, sei tranquillo. Quando finisce, che alza gli occhi per guardare nei piatti dei suoi commensali, armato della sua forchetta, inizia a servirsi senza neanche chiedere: una forchettata di pasta, un assaggio di lasagne, due tre patate al forno, un pezzo di pane che hai incautamente lasciato in vista, un assaggio di macedonia, un pezzettino di dolce che magari non hai ancora neanche toccato...
Non lo so se sono esagerata, ma sinceramente mi fa un po’ schifo mangiare insieme ad uno che ha passato la sua forchetta dalla sua bocca a 4 piatti dove stanno mangiando altre 4 persone per poi ripassarla nel tuo e riprendere il giro. Soprattutto non è divertente mangiare incontrando sempre una forchetta estranea che, con estrema naturalezza, concorre con la tua ad infilzare gli stessi bocconi. La pausa pranzo, per definizione, è un momento di relax e non una disciplina dei giochi senza frontiere. Quindi il più delle volte lascio le portate a metà: cosa che odio per il gesto in sé (anche se nulla va sprecato perché è lui a finirle) e per il senso di fame che resta.
Se ciò non dovesse essere sufficiente a mettere a dura prova il proprio stomaco, aggiungo un altro dettaglio poco trascurabile: una masticazione rumorosa di cibo e parole, con la bocca aperta a mostrare il bolo alimentare nel caso qualcuno che non l'avesse mai visto si chiedesse che aspetto abbia, per sproloquiare su argomenti di vario genere, meglio ancora se inadatti al momento del pranzo.
Morale della favola: cerco sempre di evitare di trovarmi a pranzo con lui, fosse anche che devo inventarmi le performance più assurde, fosse anche che rischio di non mangiare. Tanto non mangerei comunque!
Il marrone continua ad essere di gran moda anche per la collezione primavera-estate, come mostrano riviste e vetrine. Il marrone è un colore che non mi ha mai entusiasmato, anche se quest’anno ho ceduto anch’io alla tentazione di acquistare qualche capo dalle nuance cioccolato e caffè. Ma non è del trend dei colori che voglio parlare: il marrone è un colore che mi riporta indietro nel tempo, perché ogni volta che lo vedo addosso a qualcuno, persona o manichino che sia, o ne sento parlare, mi richiama automaticamente alla memoria un aneddoto che risale a sette o otto anni fa, a quando frequentavo l’università, a quando io e le mie compagne di appartamento avevamo i guardaroba a lutto: aprivi le ante dell’armadio e vedevi nero.
Una sera, una di loro, l'unica che vantasse un guardaroba ricco di tutti i colori che lo spettro visivo è in grado di percepire, decide di stupirci puntando su una mise che accostava diverse tonalità del marrone. Era una delle prime sere d’autunno e, volendo, poteva anche essere una scelta tematica appropriata. Sbuca fuori dalla sua stanza in “total brown” ton sur ton: era riuscita a mettere insieme lo spettro del marrone in quasi tutte le sue sfumature, dal testa di moro al beige, includendo il castagna, il nocciola e il cammello.
Il suo sguardo furbetto, quegli sguardi che ambiscono dire “ beh?! allora?! cosa ve ne pare?!?” in tono retorico, incontra lo scarso entusiasmo del nostro. Era il troppo che storpiava...
Delusa dalla giuria casalinga, ma soprattutto innervosita dalla nostra incapacità di apprezzare il suo genio creativo, ci scavalca per mostrarsi in tutto il suo splendore al ragazzo, che era appena arrivato per portarla fuori. Lo fissa con tutta la seduzione di cui è capace e gli domanda “Amore, come sto?!” e lui, con tutta l'eleganza che lo ho sempre contraddistinto, le risponde “Sembri uno stronzo cacato a forza!”
A tutti coloro che navigano nel mare sterminato di internet, a tutti coloro, tra questi, che credono basti trovarsi lungo lo stesso tratto di mare per essere sulla stessa barca, chiedo gentilmente di cambiare rotta perché è ora di finirla, ma soprattutto non è mai stata ora di iniziare!
Mi rivolgo ai babbei che hanno cercato di farsi conoscere in modo più approfondito usando canali privati, aggrappandosi alla falsa credenza che la diplomazia sia un punto di non ritorno e che la pazienza umana sia illimitata, e che avrebbero fatto più bella figura a restare nell'ombra.
Parlo di quegli improbabili playboy, di cui ignoro anche quale faccia abbiano ricevuto in dono da Madre Natura, che credono di padroneggiare l'arte di far capitolare le donne ai loro piedi, che persistono con svenevolezze scontate e, alla lunga, fastidiose; quei suonatori di piattini che si sforzano in ogni modo di sorprendere e falliscono miseramente nell'intento, che si arrogano diritti inesistenti; quei nevrotici da ricovero immediato che credono di trovare in me la cura ai loro mali, che scambiano l'educazione per manifestazione di interesse, che si auto-illudono e si permettono di fare la voce grossa in scenate che escono fuori da ogni logica umana di immaginazione.
A tutti coloro che rispondono, anche solo in parte, alla descrizione, desidero dedicare due parole: sono stufa!
E' giunto il momento di rivelare un segreto: non sto cercando un fidanzato via internet! Non ho bisogno di internet per ricevere complimenti, non ho bisogno di internet per sentirmi qualcuno e soprattutto non ho bisogno di internet per farmi una sana scopata.
Pensavo che così come capita di scambiare due chiacchiere con persone che incontri in giro ogni giorno, lo stesso si potesse fare con i naviganti internettiani. Ho sbagliato. Ho sbagliato a credere che su internet si potesse incontrare gente "normale", che scambiarsi un paio di e-mail o farsi una telefonata fossero cose "normali". In realtà ho sbagliato a generalizzare, perché di gente in gamba e con le rotelle a posto ne ho conosciuta anche qui: gente che ha capito subito che io sorrido, sorrido sempre e sorrido a tutti, senza portare messaggi subliminali infilati tra i denti.
Il blog è un gioco, un passatempo al pari della Settimana Enigmistica; solo che è più stimolante, molto più divertente, visto che offre la possibilità di interagire con altre teste pensanti, purché abbiano sapore di sanità. Io sono una persona, reale e concreta, che conduce una vita soddisfacente, circondata da persone vere, con cui è possibile instaurare rapporti veri. Figuriamoci se posso perdere la testa per fantasmi che, il più delle volte, non sono altro che proiezioni fantastiche di esseri inesistenti...
Se quanto ho detto non dovesse bastare come deterrente, svelo anche un altro segreto: l'immagine in alto, al centro della testata del mio blog, è la mia fotografia più recente!
Un amico, dopo un incontro con il mio capo, giovane imprenditore, presidente di un impero, elogia la sua umanità e semplicità.
E conclude:
"E' uno di noi, solo... con una freca più di soldi!"
Quando ho occupato l'ufficio nuovo, un paio d'anni fa, sono stata dotata di una bellissima stampante laser a colori. L'ho ottenuta in fretta, senza dover rispondere a troppi perché: richiesta legittima, la mia, viste le mansioni che ricopro. Impossibile non notarla, per fattura e dimensioni: una lavatrice da 1,5 kg con carica dall'alto. Se il processo di stampa può essere paragonabile alla centrifuga, aggiungo anche che non è delle più silenziose, concedetemi questa litote. Oggetto di scherno da parte di tutti i colleghi invidiosi: con un occhio la disprezzavano ma con l'altro manifestavano tutta la loro brama di possesso. Tanto è vero che, pur non essendo l'unico esemplare di stampante a colori presente in azienda, è diventata ben presto il polo di attrazione di tutti i piani della palazzina e la risposta al bisogno di tutte le figure professionali.
Fu così che i primi impavidi iniziarono a bussare alla mia porta recando supporti elettronici di ogni genere e tipo affinché io ne stampassi il contenuto, che assolutamente non poteva essere presentato in bianco e nero (a volte semplicemente perché il titolo del documento era rosso o blu...).
E fu così che, come spesso avviene, il coraggio di pochi aprì la strada a tanti ... E io mi ritrovai a dover interrompere il mio lavoro per agevolare le urgenze altrui, anche se, lo ammetto, egoisticamente preferivo sbarazzarmi in tutta fretta del lagnoso questuante di turno. Lagnoso, si: l'aspetto più fastidioso era la preghiera lacrimevole che accompagnava la richiesta. Un banale "per favore" è sufficiente quando la motivazione è reale: quando invece vieni a frignare con mille preamboli e giustificazioni è perché sai bene che il tuo è un mero capriccio.
Stufa di queste processioni interminabili che superavano, per fasto e durata, anche il nostro rito locale del Venerdì Santo, chiesi di mettere in rete la stampante, in modo che chiunque potesse approfittarne senza necessariamente venire a farmi visita. Non è misantropia, è solo che la stampa diventava occasione per accomodarsi nel mio ufficio, con la pretesa di fare due chiacchiere con me, nell'attesa che uscissero tutti i fogli. Fai tanti fogli per altrettanti questuanti... e l'aria si fa pesante! A nulla serviva il mio "ti chiamo quando è pronto" o "vengo io stessa a portarti il plico"; per carità, si sta così bene nel salotto di Marta Marzotto! Peggiori erano i soggetti "collaborativi", quelli che per non arrecare troppo disturbo preferivano fare loro: apri e chiudi il cassetto della stampante, apri e chiudi le ante dei miei scaffali, cerca, prendi, porta, appoggia, sposta tutto per far spazio sulla mia scrivania, sostituisci i toner, gira e prilla... affinché io, secondo loro, potessi rimanere concentrata sul mio daffare. Nonostante una presenza mi girasse attorno modello squalo, facendo un baccano carnevalesco, e passadomi di tutto sotto il naso?!!
Paventata la possibilità di mettere in condivisione la stampante, uscì una lunga lista di pretendenti: tutti la volevano, anche dall'ufficio tecnico; perché quella a loro disposizione era ormai vecchiotta e perdeva i colpi, perché la sua qualità di stampa non era più ottima e i manuali d'uso e manutenzione richiedono certe accortezze... I manuali arrivano anche a 200-300 pagine... e sono zeppi di foto pesantissime che richiedono tempi geologici di caricamento...
Da quel momento, l'educazione ha lasciato il posto alla libera iniziativa: chiunque poteva prendersi la briga di lanciare una stampa senza preavviso. Il mio ufficio sembrava posseduto dai fantasmi: spie che si accendevano, fogli che saltavano fuori senza un apparente comando, io mandavo in stampa un file e uscivano fogli con tutt'altro, inceppamenti continui di carta, sovrapposizioni di invii con inevitabile blocco della macchina, suoni strani... e telefonate di protesta come se il mio fosse l'ufficio reclami. La telefonata sarebbe stata una bella mossa, se preventiva a qualunque atto pratico: telefonare per chiedere se era possibile lanciare una stampa, o quanto meno per avvertirmi, perché magari la stampante era già in funzione, perché magari io stessa potevo aver bisogno di usarla in quel momento.
La signora stampante, provata dall'iperattivismo isterico, iniziò a dare segni di cedimento. Prima accese una lucetta, poi due, tre, quattro... una festa di paese!!! L'amministratore di rete la curò e io, da amministratrice di condominio a garante della mia quiete, imposi una nuova regola: quando sono presente autorizzo io e solo i casi di vita o di morte; quando sono nelle altre sedi, non mi interessa, giocatevela pure come i cristiani nella fossa dei leoni.
Risultato: ritrovavo sempre la stampante fuori uso per cause inspiegabili. Al mio rientro, fosse anche dopo mezza giornata di assenza, se avevo bisogno della stampante non funzionava!
Per punizione nei confronti degli sciacalli, l'ho tenuta guasta per più di un mese. L'arte dell'arrangiarsi mi riesce bene e il gusto di rispondere alle richieste di utilizzo con un "è rotta!", "non funziona!" con il sorriso dispettoso dei bambini viziati, non ha prezzo!
Una volta riparata, l'ennesima, l'ho ceduta in cambio di una più discreta ma altrettanto efficiente.
Da quel giorno, qui, nell'head quarter aziendale, un collega è scomparso misteriosamente: non è stato licenziato, ma non si è più presentato al lavoro. Secondo il rilevatore elettronico delle presenze, pare che l'ultimo giorno in cui qualcuno l'ha visto, avesse passato il badge in ingresso ma non in uscita. L'abbiamo cercato ovunque, persino nelle sale archivio del sotterraneo, senza trovarlo. E' un fatto inspiegabile! E' sparito nel nulla, fulminato, polverizzato.
Gira voce che le ultime parole sentite uscire dalla sua bocca fossero apprezzamenti relativi ad una nuova stampante a colori entrata in azienda...
Non ho mai avuto il classico sogno nel cassetto, quello che speri si realizzi da sè, perché tu non hai modo e tempo di darti da fare affinché si avveri. D'altra parte, in quanto sogno, lo realizza altro da te. Diversamente, quando siamo noi stessi attori di un conseguimento, parliamo di obiettivi, più o meno raggiungibili.
Oggi ho aperto l'ultimo cassetto della mia scrivania in ufficio perché non ricordavo cosa ci fosse. Una confusione di gadget, inviti, biglietti d'auguri... roba che conservo alla rinfusa, che non serve avere a portata di mano. E c'era ancora spazio. Allora, ho pensato bene di chiuderci dentro un sogno. Così come si è materializzato nella mia mente, messa a dura prova nelle sue funzioni e capacità dal persistere del maltempo, l'ho preso e l'ho infilato lì.
Vorrei lavorare in pubblicità.
Non come ho fatto finora. Vorrei essere la protagonista di uno spot pubblicitario, ma non uno qualunque. Vorrei essere la testimonial del prossimo spot del Club Med. Vorrei essere portata in uno di quei paradisi tropicali. Vorrei essere portata in una di quelle spiagge bianche con il mare cristallino ... e... vorrei essere lasciata lì!
Pare che le manipolazioni dell'osteopata stiano dando i loro frutti, in modo piuttosto rapido. Peccato che il giorno successivo ad ogni trattamento, io mi senta come se fossi stata investita da un treno. Quando va bene, invece, mi sento come se mi avessero malmenato a colpi di spranga. Trascorro ancora un giorno con dolori ossei sparsi, che somigliano a sintomi influenzali e poi sto bene. Ma proprio bene! Quindi, ripeto, davvero "peccato" star male 3 giorni alla settimana. Invece, il dottore dice "per fortuna": perché quando il fisico reagisce così vuol dire che è recettivo ai suoi stimoli, vuol dire che la terapia ha effetto immediato e durerà meno del previsto. Non succede a tutti di star male, c'è gente che ha bisogno di molte più sedute. Ahhh, son fortune!!! E' sempre una questione di punti di vista, di prospettive da cui e verso cui si guarda...
Sono una persona molto scettica e poco persuadibile, un po’ come San Tommaso che voleva vedere per credere, faccio sempre la tara a quello che mi raccontano, ma stavolta devo ammettere che sto facendo delle scoperte sorprendenti: quando ti metti -letteralmente- in mano a questi specialisti, ti accorgi che non sai assolutamente niente del tuo corpo.
Comunque, al di là del beneficio fisico indiscutibile, quest'uomo incide profondamente sul mio spirito e sul mio umore. Sono molto più tranquilla, più rilassata... riesco a svolgere attività che non facevo più da quando il lavoro ha iniziato a succhiarmi la pazienza effetto salasso: parlo di quelle opere da certosino come infilare perline per fare collane a più fili, quelle per cui ci vorrebbe un telaio e che io so fare anche senza telaio. Ho da poco ultimato con le mie mani fatate una parure che farebbe invidia ai Masai! E presto tornerò a personalizzare anche gli abiti con lavori di cucito, strass, pietre...
E poi l'osteopata, un argentino con un accento spiccatamente caliente, secondo me ha conseguito la specializzazione sul palco di Zelig. Non credevo si potesse ridere incessantemente e di gusto, per un'ora di fila, in uno studio medico. Rido per le sue battute martellanti, a cui do spago, affinché non smetta. Rido per gli esperimenti che fa su di me, perché sembrano giochi di prestigio. Non mi sembra possibile quello che vedo e mi sento la donna del prestigiatore. Nei pochi minuti di silenzio ripenso a quello che mi ha fatto ridere e ricomincio a ridere, apparentemente senza motivo. E, come se non bastasse, soffro anche il solletico.
Ridere fa bene. Quando si è allegri nel nostro organismo avvengono delle reazioni chimiche: si produce un aumento di endorfine e una diminuzione di colozolo.
La risata è quindi uno stimolante per il sistema immunitario e ha effetti positivi sul cuore e sui polmoni.
Ridere è liberatorio, sano, aiuta a scaricare le tensioni ed allunga la vita. Un lungo riso è come esercitare tutto il corpo: il cuore batte più forte, apporta ossigeno fresco e stimola la circolazione del sangue. Ridere attiva l’ipotalamo che produce le endorfine. Tutto il corpo si rilassa e le cellule del sistema immunitario si riproducono velocemente. Ridere aiuta a bruciare le calorie e non ha effetti secondari o collaterali.
Un inconveniente, tuttavia, c'è: ridere fino alle lacrime, per una donna avvezza all'uso del mascara, significa uscire dallo studio del suo osteopata con le sembianze di un panda.
Lavorare in ufficio bello, ampio, luminoso, sito in una palazzina nuova, curata, con un bel giardino, eretta in cima ad una collina, che consente da un lato la vista mare e dall'altro quella sulla montagna, non è affatto male. Ma il centro città, rispetto alla tristezza di una zona industriale, è per me tutt'altra cosa.
E così sono ben felice quando lavoro nell'altra società, ultima nata del gruppo aziendale, che mi porta a stare fisicamente nelle vie più centrali di una città a forte vocazione commerciale. Vedi tanta gente in giro: incontri altri lavoratori affaccendati e ti confronti; incontri anche tanti nullafacenti che invidi: vorresti conoscere i loro segreti, sapere come fanno a campare... così faresti lo stesso anche tu! Puoi sbrigare velocemente 1000 commissioni in tempi mascherati. In quei giorni mi bastano pochi minuti per dilapidare un mese di stipendio: spendo e sono felice! Non c'è che dire: rispetto alla zona industriale panoramica, la città è un'altra storia!
La cosa che più mi allieta, però, è la possibilità di fare la pausa caffè direttamente al bar, anche quello più vicino, che è così carino, sempre pieno di gente, dove il caffè è ottimo e ci sono tanti dolcini sfiziosi.
Quando frequenti per un periodo prolungato lo stesso bar e i proprietari sono simpatici burloni "sparabattutearaffica", a lungo andare, rischi che il caffè ti vada di traverso. Io sono una che sta sempre al gioco, perché scelgo le persone con cui accompagnarmi e difficilmente do confidenza. Il problema è che spesso, certa gente, la confidenza se la prende senza chiedere e in un attimo si perde la percezione barista-cliente e si diventa tutti "una grande famiglia". Faccio anche finta che mi sta bene, per cortesia, finché non ti allarghi troppo oltre quel bancone. Ma chi sei? Per caso mi torni parente? Sei mai venuto a mangiare a casa mia?
E così, quando l'apprendista teen-ager scopre che non sono la moglie del mio collega, come aveva sempre pensato, e allude sornione al fatto di poterci provare con me, cosa che scatena un'ilarità generale tra i presenti, il titolare senior deve a tutti i costi riconquistare il centro della scena con un intervento in scivolata: "Ma cosa dici, ma se potrebbe essere tua madre!!! Scusalo, sai, lo educheremo meglio!".
Ma figuriamoci se ora mi metto a rimuginare su chi dei due è stato più impertinente o su quale altro commento inopportuno mi toccherà sentire la prossima volta, quando il mio scopo è soltanto quello di bere un buon caffè in santa pace! Non c'è problema, assolutamente: a pochi metri c'è un altro bar!