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Il tiro a volo è uno sport antico, una disciplina olimpica, che originariamente si divideva in due categorie: tiro al piccione e tiro al piattello. Oggi esiste solo il tiro al piattello; quello al piccione è stato vietato.
Perché?
Cosa, meglio di un piccione, identifica un bersaglio sempre in movimento, mai predeterminato?!?
Si va bè, ora non tiriamo fuori la scusa –peraltro prevedibilissima- dell’essere vivente, chè allora pure virus e batteri sono piccole forme di vita, eppure ci danniamo per debellarle!
Il piccione è un essere di palese inutilità: un tempo, almeno, prestava servizio come portalettere; ma oggi, con l’avvento delle moderne tecniche di comunicazione e l’invenzione di mezzi sempre più tecnologici, hanno perso il loro ruolo nella società. E bivaccano per le città, creando disturbo fisico e psicologico agli onesti cittadini. Non puliscono l’ambiente da insetti o agenti nocivi: anzi, sporcano strade, marciapiedi, automobili e incauti avventori con il loro prodotto interno lordo.
C’è poco da ridere: inutile lamentarsi dello smog, delle discariche, del fumo delle sigarette… sono bazzecole al confronto della sporcizia infettiva che producono i piccioni.
Perché se si avvista un topo di fogna si getta l’allarme e non si fa altrettanto con i piccioni?! I piccioni altro non sono che pantegane con le ali!
Le trappole per topi, si; le disinfestazioni, si; il tiro al piccione, no?! E’ fuorilegge! Ohhhh! E’ chi l’ha deciso? Noi l’abbiamo deciso. E come si fa a rendere lecita un’azione illegale? La risposta rasenta la banalità: basta applicarsi nell’attività preferita dei promulgatori: cambiare la legge!
Basta ripristinare il tiro al piccione come sport di profonda utilità sociale, aperto a categorie agonistiche e dilettantistiche. Uno sport dove i campioni saranno stipendiati come ogni sportivo di ogni disciplina che si rispetti. Riporteremo questo sport alle Olimpiadi, e anche alle Paralimpiadi. Lo porteremo nelle scuole, per insegnarlo e tramandarlo fin da bambini. Diventerà l’hobby della terza età.
Sentiremo sparare giorno e notte, a tutte le ore, in ogni momento della giornata: pensate che allegria, sarà San Silvestro tutto l’anno!
Si creeranno nuovi posti di lavoro, istituendo squadre specializzate di operatori ecologici: nascerà la figura professionale di “raccatta-piccione”, che potrà impiegarsi negli stadi e nei campi sportivi o per le strade della propria città. Dotati di divisa stile ghoast-busters e guanti di amianto, riempiranno camioncini con dispositivo tritatutto igienizzante che ne farà fertilizzante per foreste. Nel giro di pochi anni le nostre città torneranno pulite, il tasso di disoccupazione sarà sceso e le aree verdi rifioriranno più rigogliose.
Detto-fatto! E’ tanto difficile?!
Il tema è ampio e il senso è lato; ma non è mia intenzione sfociare scottanti temi socio-politici.
La prospettiva è squisitamente personale: femminile, singolare. Come al solito.
Sono diventata intollerante con il tempo, con l’età, con la senilità incipiente e la conseguente demenza: in particolar modo ad alcuni alimenti. Si dice che dipenda molto dallo stress: ma mi convinco sempre più che questo stress che riempie la bocca di tutti, esperti e naives, sia un mero capro espiatorio quando non si sa più dare una spiegazione plausibile.
Tanto per dirne una, un bella mattina d’estate di qualche anno fa, mi alzo dal letto con un prurito insopportabile su collo e spalle. Sfiorandomi, avverto su queste zone un insolito bassorilievo punticchiato. Lo specchio mi rivela, dopo poco, la presenza di uno sfogo vistoso e facilmente leggibile in brail.
Passa un bel po’ di tempo prima di scoprire, con sommo dispiacere, che era una reazione allergica ai pomodori. Cosa c’è di meglio di una bella insalata di pomodori freschi d’estate? Niente, credetemi: dopo averci dovuto rinunciare non ho trovato nulla in grado di sostituirla egregiamente.
Come tutte le forme di intolleranza, ho pensato (e sperato) che con un periodo di disintossicazione potesse affievolirsi. Invece no: anche dopo un anno senza mangiare pomodori, ne bastava uno spicchio per ritrasformarmi nella donna-grattugia.
Mi rimaneva, tuttavia, come premio di consolazione, la passata di pomodoro: il sugo cotto non mi dava problemi. Prima. Ora me ne da! Abolita, quindi, anche la pasta al sugo e la pizza rossa. Il rosso mi attira, come fossi un toro e il sapore del pomodoro mi piace proprio; ma siamo nati per soffrire e io …soffro!
L’ultima chicca della parabola degenerativa è che non posso più addirittura toccarli i pomodori: non mi posso più permettere neanche di lavarli, tagliarli e condirli, senza che mi si rivoltino contro. Mi hanno proprio presa in odio!
Allora ho deciso di soccombere sia per il fattore estetico, sia perché non posso grattarmi di continuo come se avessi la rogna: non è rassicurante per chi mi sta accanto.
E poiché la parabola è decisamente discendente, sono certa che a breve non potrò neanche più ascoltare Radio Ketchup.
Sul lavoro sono circondata da persone che si cimentano nello studio delle interazioni tra me e gli altri elementi del sistema azienda, in particolar modo del sistema ufficio, nello specifico del mio ufficio.
Forse, a mia insaputa, sono state incaricate dal vertice a sperimentare mutamenti logistico-organizzativi dei miei spazi, al fine di ottimizzare il mio stato di benessere personale, in vista di un ulteriore innalzamento della performance e a beneficio ultimo del miglioramento della prestazione di tutto il sistema.
Se l’omino delle pulizie mi sposta le carte sulla scrivania, divise per importanza, scadenza, argomento, accatastandole tutte insieme in una pila altissima, se mi frantuma l’unico soprammobile di valore che tenevo in un angolo, se butta via riviste che non ho ancora estratto dal cellophan, non è per antipatia. Lui sta solo collaborando attivamente al progetto: mi dimostra come rendere più pratico e confortevole lo spazio di lavoro del desk.
Se i cari colleghi degli uffici limitrofi, quando sono assente, si cimentano nell’arte dell’appropriazione temporanea indebita di carta, forbici, calcolatrice o qualche “appendice” tecnologica del mio pc, lo fanno per il mio bene: la sedentarietà va combattuta con un po’ di moto e loro mi incitano a passeggiate finalizzate al recupero degli ammennicoli mancanti.
Se il Presidente, quando ha bisogno di materiale di comunicazione aggiornato, si avvale del metodo self-service direttamente dalla mia vetrinetta, creando il caos dove c’era l’ordine e lasciando le ante spalancate, altro non vuole che solleticare il mio genio: è opinione generale che la confusione stimoli la creatività!
Così, sotto l’egida dell’ergonomia, anche il tecnico internet/intranet, quando si mette al lavoro per ripristinare le connessioni misteriosamente saltate, crea una vera e propria rivoluzione nell’abitabilità del mio ufficio.
Il materiale raccolto in cartoni ancora da imballare per una spedizione alla sede brasiliana sparisce: ne deduco che abbia controllato tutto lui per sgravarmi da un compito ingrato.
Il salottino per gli incontri, composto da tavolo e due poltroncine, finisce stipato in un angolo: credo rientri nell’intento di creare una location più intima, più riservata.
L’enorme scrivania a L si erge imponente al centro della stanza e si lascia comodamente circumnavigare anche dalle taglie forti. Se non fosse per la miriade di cavi che attraversano la stanza in lungo e in largo, quasi a voler tessere una trama di rete a maglie larghe sul pavimento, sarebbe risultata idonea come pista da ballo, per esercitarsi nei giri di valzer!
Chissà quali altre strabilianti sorprese hanno in serbo per me e chissà quante altre ancora…
Alle prime avvisaglie di mutamenti meteorologici settembrini, me ne torno in città.
Ogni anno è una tragedia che si dispiega secondo lo stesso copione. Puntualmente mi riprometto, per l’anno seguente, di non aspettare le prime piogge: andar via con il sole e magari tornare nei fine settimana successivi, potrebbe non avere lo stesso impatto drammatico di addio all’estate.
La preparazione al rientro è soprattutto mentale: devo accettare che si chiude la mia stagione preferita e tutto quello che le ruota intorno. Devo fare un lavoro approfondito per riappropriarmi dell’identità cittadina, e in breve tempo; pena abulia, apatia e clausura volontaria. Non è affatto facile!
Il secondo passo è quello di raccogliere sotto un comune denominatore le cose materiali che mi seguiranno: neanche questo è un compito semplice!
La mia trasferta al mare è un vero e proprio rito che eseguo a più tornate: comincio nelle belle giornate di maggio quando, con la scusa di cambiare aria, approfitto per depositare un po’ di questo e un po’ di quello. Apro casa, inizio a pulire, a riempire le credenze… così, quando arriva il giorno del trasferimento definitivo, ho con me un bagaglio minimo che mi lascia passare del tutto inosservata. Se non fosse per il sorriso ebete stampato in faccia che fa dire a chiunque incontri “te ne stai andando al mare, eh?”
Il rientro in città è un trauma: primo perché ho la pretesa di realizzarlo in un’unica soluzione, poi perché lo stato d’animo di mestizia acuta che mi grava sulle spalle. Bisogna sistemare tutto e lasciare casa in condizioni di buona abitabilità e con i generi di prima necessità per la sopravvivenza, perché può sempre tornare utile, a dispetto delle stagioni.
E non c’è musica caliente che serva a rallegrare le operazioni di pulizia e rientro dell’arredo terrazzo, di lavaggio teli mare e costumi, di riordino generale armadi e spazi vitali, quando il cielo è nuvoloso, la spiaggia deserta e ogni tanto qualche spruzzo di pioggia a vento ti entra di prepotenza in casa dalle finestre spalancate.
Che poi, ogni anno, mi domando come mai io abbia tante cose a seguito da riportare, quando abbigliamento, scarpe e accessori estivi restano sempre nella casa al mare…
Si, certo, stando via quasi 4 mesi, devo essere previdente: devo necessariamente portarmi dietro indumenti di mezza stagione in caso di giornate con temperature fuori dalla media stagionale. Allora ci vuole un giubbino di pelle… uno, appunto, non una mandria! Ci vuole un paio di scarpe semichiuse… però ne serve uno da giorno, meglio due, uno da sera, quel paio che metto raramente ma se poi mi viene voglia di indossarle non le ho, … e un paio di scarpe ginnastica, anzi 2, facciamo 3; qualche completo da palestra, che anche se in palestra d’estate non vado, non si sa mai; una cinquantina di CD perché la musica è fondamentale e deve coprire ogni situazione e stato d’animo. Aggiungi i regali del compleanno e i primi acquisti autunnali; aggiungi una busta di provviste alimentari perché la vista del frigo vuoto mi da idea di “provvisorio”, tantomeno mi piace buttare roba da mangiare e quindi porto indietro con me quello che non ho consumato. E si fa presto a fare volume!
Mi accorgo di aver sbrigato tutte le pratiche quando vicino alla porta c’è un numero indefinito di pezzi tra borsoni, borsine, borsette e buste: il pensiero che quei contenitori da poco riempiti vadano a breve svuotati di nuovo e sistemati al posto loro mi agita un po’. E poi, la casa al mare in versione addio mi intristisce, non la posso guardare.
Chiudere i doppi infissi, calare le serrande, caricare la macchina e arrivare in città … è un attimo, non me ne accorgo neanche. Non è un trasloco, è una fuga!
Il mio post di oggi lo trovate sul blog di Akio.
per oscarblog
Sono una grandissima e insopportabile presuntuosa. Testarda, prepotente, indipendente.
Lucifero l’ha imparato a sue spese. Lucifero, Mefistofele, Belzebù…chiamatelo come volete: pensa di confondere cambiando nome e travestimento, ingenuo! Quello sguardo schizzato blu oltremare è inconfondibile. Come se a me bastasse un abitino bianco e una parrucca bionda per essere scambiata per Marylin Monroe… (senza candeggiarmi, ingrassare qualche chilo e segare
E’ talmente abituato a barattare i suoi servigi che non accetta rifiuti. Ce l’avevo sempre tra i piedi, come il più caparbio dei corteggiatori che non si arrende davanti ad una donna che lo disdegna!
Ero solo una bambina la prima volta; concentrata davanti allo specchio a muovere passi di danza. Voleva essere il mio compagno di giochi: caramelle? giocattoli strepitosi? pesanti marachelle? il riflesso della mia immagine era più coinvolgente! Prova con tutù ricchi di chiffon e lustrini, ma il mio l’avevo scelto io, pertanto era il più bello che potessi mai desiderare! Disturbata nell’esecuzione del pliet in terza, perdo la pazienza: “Non lo vedi che ho da fare? Puoi stare qui a guardarmi, ma devi stare zitto. Quando ho finito devi battere le mani!”.
Torna che ero una ragazzina, sperando nel momento propizio delle crisi adolescenziali. Si offre di fare i miei compiti, ma senza dirmi che classe faceva e non mi sono fidata. “Ti faccio togliere gli occhiali per sempre!”, dice. Ma l’oculista mi aveva già promesso che li avrei buttati nel secchio di lì a poco. “Ti elimino le doppie punte dai capelli!”, ma avevo già la mia parrucchiera di fiducia…
All’Università voleva rivelarmi in anticipo le domande d’esame; ma io le sognavo di notte!
Ad intervalli regolari torna alla carica con nuove e impedibili offerte, peggio di Mastrota che televende di tutto un po’.
Mi dice che posso avere tutti gli uomini ai miei piedi: a quel tempo ne frequentavo già 3 alla volta, non avevo tempo materiale per altri ancora!
Vuole rendermi la donna più intelligente del mondo: ma a volte è più utile non capire, ti risparmi un sacco di problemi!
Sdraiata in un letto di ospedale dopo l’incidente, si offe di farmi tornare indietro nel tempo: e mi perdevo fior di soldi del risarcimento che mi spettava?
Scarso tempismo e poca fantasia, verso uno spirito libero narcisista e troppo sicuro di sé.
Maliarda, cattiva, buona preparazione teorico-pratica su superstizioni e riti, discrete capacità premonitorie… finalmente si accorge che se c’è uno, tra noi, che può fare qualcosa per l’altro, quella sono io!
La sua assistente? Con il mio curriculum posso ambire a qualcosa di più della valletta del prestigiatore!
Così firmo un contratto di consulenza esterna e divento consigliere del suo CdA. Così ufficializzo la mia vita da strega.
La contropartita? Non ho ancora deciso, ho davanti tutta l’eternità per pensarci!
Ho sempre desiderato un fratello maggiore ma non l’ho mai potuto avere per questioni insormontabili di consecutio temporum, essendo io primogenita, … rimasta peraltro figlia unica.
Il mio ideale di fratello maggiore era un gran bel tipo (e dato il patrimonio genetico familiare non sarebbe certo stato un problema), dinamico, divertente, un gran viveur, circondato da amici altrettanto splendidi (se non di più!), più grande di me di tre-quattro anni al massimo… lieto di portarmi in giro con sé a far la bella vita prima del tempo!
Amiche e conoscenti dotate dalla nascita di fratelli maggiori mi hanno spiegato che il mio desiderio sarebbe stato comunque irrealizzabile perché con un fratello maggiore si litiga e si prendono le botte; se invece si va d’accordo vuol dire che lui non ha amici e conseguente vita sociale; nell’improbabile caso che i genitori lo costringano a portarsi dietro la sorellina è impensabile che frequentino amici strafighi; infine, nell’utopia che questi amici siano belli e interessanti, il fratello maggiore sviluppa uno spiccato senso di gelosia e protezione che te li terrà sempre a qualche metro di distanza.
In realtà non ho mai voluto crederci, anche perché il mio era un sogno e tale è rimasto. E i castelli, per definizione, ognuno se li costruisce come meglio crede e nessuno ha il diritto di smontarli! Tanto mi sono abituata presto a fare a meno di un fratello e mi sono arrangiata da sola…
Ho un cugino che incarnava perfettamente lo stereotipo del fratello maggiore, ma ci siamo frequentati molto poco … ecco, lui, in effetti, risponde anche alle caratteristiche del premuroso, geloso, protettivo… e ha sempre adottato nei miei confronti modelli di comportamento da uomo d’altri tempi, piacevoli ma decisamente spiazzanti, a cui non ero assolutamente abituata; specie ora che sono cresciuta e faccio sicuramente più paura di lui al prossimo!
Negli ultimi anni, da quando sono rientrata in terra natìa, abbiamo ripreso a frequentarci più assiduamente, anche e soprattutto in occasioni di lavoro, in cui mi ha presentato un numero indefinito di uomini, assolutamente privi di avvenenza alcuna e che, per di più, senza il minimo incoraggiamento da parte mia, si sono concessi il lusso di importunarmi per motivi di piacere (loro!). Ovviamente, ogni singola volta, ho riferito e mi sono ampiamente lamentata.
Mio cugino sostiene che il mio problema è che io piaccio a tutti ma a me non piace mai nessuno, mentre la maggior parte degli uomini crede di essere irresistibile a tutte le donne e quindi ci prova con una certa sicurezza e presunzione.
Questa conclusione, più o meno condivisibile, è una sua mera constatazione dei fatti che non risolve la seccatura degli approcci indesiderati, così, mi sono permessa di fargli notare che un tempo non avrebbe mai permesso che tutto ciò accadesse, ma che mi avrebbe protetta da queste situazioni …
Credo di averlo punto sul vivo perché è subito corso ai ripari, approfittando della prima occasione utile per allontanare il moscone di turno che gli ha confidato un interesse nei miei confronti, dicendogli: “Lascia perdere mia cugina! Non perché io sia geloso, non me ne frega niente, puoi fare quello che ti pare ma… lo dico per te, per non farti perdere tempo: mia cugina ha gusti un po’ particolari…”
Da queste testuali parole, si vede che è decisamente fuori allenamento: forse voleva dire che sono di gusti difficili, forse voleva comunicare al soggetto in questione che non è il mio tipo, che non gli assomiglia neanche un po’… ma messa così, non lascia tanto spazio alla libera interpretazione.
Dei colleghi, delle loro massime e minime, delle loro chiuse memorabili, …
L’ultima impedibile conversazione alla macchinetta del caffè a metà mattina, in saluto al novello sposo, appena rientrato dalle ferie matrimoniali, durante le quali ha visibilmente preso qualche chilo a via di ricevimenti, viaggio di nozze all inclusive, pranzi e cene con i parenti tutti. E la moglie indaffarata a dimostrare alla suocera di essere una buona cuoca!
Qualcuno, con profonda umanità, non perde l’occasione per dire la sua:
- Hai messo una faccia che sembra un culo!
- … (silenzio imbarazzante del neo-sposo delle basse marche che mal cela un’espressione offesa)
- … ma nel senso che hai una faccia bella tonda! Non mi guardare così… è un complimento!!!
- Ah??? Stavo a pensà…e se me volevi offende’, che me dicevi???
Succede sempre così, negli ultimi anni: ad un agosto estremamente variabile e tendente al maltempo succede un principio di settembre meraviglioso. Per gli amanti del mare, i week end settembrini sono i migliori: il cielo è di un celeste talmente intenso da sembrare colorato con i pastelli giotto; l’aria è pulita, priva della minima traccia di umidità; l’acqua è limpida come quella che esce dai rubinetti di casa e fresca come quella delle fonti di montagna…
Un vero sacrilegio perdersi queste giornate! Eppure le spiagge sono semideserte: i lidi che fino a qualche settimana prima erano stracolmi di clienti, ora contano solo poche anime, solo gli irriducibili che occupano le proprie postazioni mentre i balneatori iniziano a smontare, pulire, mettere a posto… regalando loro la malinconia della bella stagione che si chiude.
E’ un periodo difficile da gestire anche per gli ambulanti da spiaggia: chi non ha fatto grossi affari in alta stagione, tenta il tutto per tutto approfittando degli sgoccioli. La costa medio-adriatica raccoglie la più alta densità di venditori sotto gli ombrelloni. Se un tempo esistevano solo i “vu’ cumprà” carichi di tappeti e collanine, oggi il mercato costiero si è ampliato e diversificato sia come provenienza dei venditori sia come tipologia di prodotti. E così, oltre agli antichi marocchini, i primi a calcare la nostra rena per motivi commerciali, ci sono senegalesi, indiani, pakistani, cinesi, coreani, donne dell’est, meticci di dubbia provenienza (e anche qualche napoletano dai lineamenti ingannevoli che, da buon affarista, approfitta della situazione): oltre ai soliti pazziarelli tipo bandane, fasce, cappellini, mollette per capelli, si possono acquistare tarocchi perfetti delle migliori griffe declinati in borse, cinte, scarpe, abbigliamento vario; pareo, casacche e caffetani, gioielli indiani; biancheria per la casa; oggettistica varia etnica e non; massaggi rilassanti o curativi e tatuaggi all’hennè da fruire estemporaneamente; libri di favole africane per bambini e libri contro il razzismo. Il tutto sotto concerti di indefessi suonatori di fisarmonica e trombette.
Loro ci sono ancora, ci sono sempre a dispetto della stagione che si conclude. Loro sì, che sanno sfruttare fino all’ultimo le giornate di sole. Durante lo scorso week end c’erano più venditori che clienti e te ne accorgi anche senza guardarti intorno: perché se prima li vedevi passare accanto a te e non rivolgevi loro neanche uno sguardo, si dirigevano subito verso altri bersagli, ora non appena riescono ad intercettare un agglomerato di almeno 3 persone, si piantano lì con la scusa di saldi e liquidazioni e non vanno più via, disposti a tutto pur di alleggerirsi di qualche articolo…
E accade che te ne ritrovi intorno più di uno per volta, e accade che tutti parlano e si parlano in linguaggio misto di difficile comprensione, accade che tu non sai a chi dar retta per primo per non far torto a nessuno… ma poi ti accorgi che il venditore di libri sta convincendo all’acquisto il suonatore di fisarmonica… e allora puoi tornare in posizione supina senza sensi di colpa: se la vedranno tra di loro!