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Alla luce delle considerazioni generali e particolari dei post precedenti, si potrebbe facilmente giungere all’estrema conclusione di non sposarsi o quantomeno di non festeggiare. Ma non è questo il mio messaggio subliminale.
Non voglio essere assoluta, ma risoluta: sposiamoci pure, ma con criterio!
Il matrimonio è un passo importante che gli sposi rischiano di rimpiangere negli anni a venire; ma il rischio per gli invitati è quello di maledirlo dal giorno stesso a oltranza, ogni volta che ci sarà un pretesto per rievocarlo.
Io non escludo di potermi sposare, un giorno, e sarà per vero amore! O magari, invece, solo per interesse… ma tanto meglio se fosse per le due cose insieme!
Ora come ora non riesco, oggettivamente, a prevedere il momento. Non ho indizi sufficienti.
“Chi ha tempo, non aspetti tempo”, recita uno dei proverbi a me più cari: allora mi porto avanti con il lavoro organizzativo per prevenire le solite critiche: troppa gente, troppe portate in tavola, troppo lungo il ricevimento, pochi giovani, sempre le solite chiese e i soliti ristoranti, sempre la stessa solfa, …
Una possibilità è quella di fare una fuga d’amore con il proprio partner e poi tornare a casa e comunicare a tutti: ci siamo sposati! A quel punto però, sono certa che molti ci rimarrebbero male perché non hai dato loro un’occasione concreta per criticare. E si lamenterebbero del fatto che non hai festeggiato… e allora hai eliminato la causa della lamentela, ma non la lamentela in sé. E l’obiettivo non può dirsi raggiunto.
Ci vuole un piano B per festeggiare in modo originale, diverso dal solito.
Per il mio matrimonio organizzerò una gita fuori porta, della durata di un week-end, volo + soggiorno, presso una amena località balneare: una piccola isola tropicale, raggiungibile tramite un comodo volo charter appositamente riservato.
Gli invitati ai matrimoni sono sempre troppi? Un charter da 150 posti sarà più che sufficiente: a parte gli sposi, i genitori, i testimoni, il prete, si assisterà ad una defezione di massa da parte di tutti i parenti più anziani che non hanno la forza o la salute in regola per affrontare un simile viaggio (la fetta più corposa e meno gradita); si auto-escluderanno quelli che hanno paura di volare o che odiano il mare (e quindi non meritano di partecipare alle mie nozze), … e poi ci sono gli indecisi, che provvederò personalmente a scoraggiare in modo mascherato, insinuando terrore sui rischi del volo, sui limiti del bagaglio, sulle difficoltà di sopravvivenza nella natura selvaggia allo stato brado, …
Ecco che l’elenco dei partecipanti si ridurrà, in modo del tutto naturale, ad una allegra brigata di giovani pimpanti, pronti a farsi una mini-vacanza fuori programma. E tra loro ci sono sicuramente preparatissimi fotografi e registi amatoriali per lasciare memoria di quello che accadrà.
Il giorno dell’arrivo è dedicato alle operazioni di ambientamento degli ospiti, che prenderanno possesso dei loro bungalow vista mare (all’interno di un splendido resort 5 stelle) e confidenza con la sabbia color borotalco e con il mare cristallino.
La cerimonia avrà luogo l’indomani sotto un gazebo allestito nel contorno di un giardino tropicale a ridosso della spiaggia.
Niente problemi per la scelta dell’abito: basterà un costume da bagno e uno straccetto da buttarsi addosso durante la celebrazione del rito: dalla vestaglietta, al pareo, alla camicia hawaiana, ai bermuda… Tutto è concesso, ad eccezione dell’unico divieto di indossare calzature. A piedi nudi sulla sabbia senza la minima controindicazione (squisitamente femminile) per la circolazione sanguigna e la postura.
Il pranzo sarà semplice e leggero: una grigliata di aragosta, lucciole di mare e altri crostacei prelibati, cucinati su richiesta e al momento.
Già me li vedo i miei ospiti sdraiati al sole come lucertole o a sguazzare nel mare; i vitelloni e le vitellone che si allestiscono un piccolo buffet da mangiare direttamente in acqua sugli appositi gonfiabili; qualcuno che rincorre il figlio piccolo sulla riva; coppie che si appartano per soddisfare un’irrefrenabile desiderio di stare soli; chi si lancia in danze scatenate, rapito dal sottofondo musicale suonato dal vivo da una band locale…
La festa durerà un giorno intero, per chi lo gradisce; diversamente si potrà abbandonare la spiaggia in qualsiasi momento, per un riposino rinfrancante o per dedicarsi ad altre attività, anche esterne al resort.
Ognuno potrà disporre del giorno dopo come meglio si crede: un’altra giornata di mare, una visita della località, una bella dormita… E poi via, gli ospiti tornano a casa propria ma senza gli sposi, che si imbarcheranno su un altro volo per proseguire la luna di miele altrove, come è giusto che sia.
Sono certa che l’indice di gradimento sarebbe elevatissimo, come del resto il costo da sostenere…
Capito perché non ho ancora trovato marito?!
Il post precedente era propedeutico al documentario della cerimonia più lunga a cui abbia mai preso parte.
Sono stata, di recente, al matrimonio di un’amica carissima, iniziato con il rito in chiesa alle ore 11,30 e terminato, con l’abbandono degli ultimi superstiti per sfinimento, alle ore 24. Forse dovrei dire ex-amica…(?!)
Lei ci aveva preparato con grande entusiasmo ad un festeggiamento ad oltranza ma in tutta sincerità, nonostante la mia fervida immaginazione, mai avrei creduto si potesse tirare così tanto. Quando s'è fatta una certa, i camerieri ti buttano fuori dai ristoranti a calci.
Eppure, già dalla durata del rito qualche sospetto poteva venirmi… Rito originalissimo, peccato fosse difficile dada seguire se non per le prime file di banchi, causa lavori in corso in prossimità di una delle chiese più belle e ambite per celebrare le nozze (quasi il 70% dei matrimoni a cui ho partecipato) con betoniera imponente che non ha smesso neppure per un attimo di macinare.
Sicuramente uno scenario inusuale a fare da sfondo all’ingresso della sposa accompagnata dal padre, ma molto folkloristico: è stato il soggetto più gettonato dai fotografi amatoriali! Il leit-motive più ricorrente era “fammi una foto vicino alla betoniera”.
Siamo approdati al ristorante all’incirca verso le 14: affamati ci siamo lanciati in blocco sul buffet dell’aperitivo con la delicatezza delle mandrie di cinghiali selvatici, riducendo il prato del parco che ci ospitava alla stregua di un campo di polo post partita. Tutti sanno ormai che i buffet, pur essendo il primo stadio della magnalonga, sono talmente ricchi da esaurire il fabbisogno nutrizionale della giornata; eppure la tendenza è quella di approfittare a dismisura non lasciandosi sfuggire nessuna portata. Così, al momento di essere serviti a tavola, l’espressione di sazietà e di sdegno all’arrivo di nuove prelibatezze è impossibile da camuffare.
Finchè il sole ti assiste, puoi sgattaiolare all’aperto a fare due passi e magari approfittarne per saltare “distrattamente” qualche portata. Quando poi arriva la pioggia, come ampiamente previsto da tutti i meteorologi locali, non hai scampo: rimani inchiodato alla sedia e mangi. Io ho mangiato in quantità ignobile, soprattutto per non sentirmi dire “mangia che sei troppo magra” con l’inserimento della parola “schifo” ad libitum nella frase. Tuttavia, d’improvviso, la medaglia si è rovesciata e il jingle è diventato “beata te che puoi mangiare senza ingrassare!”. Voglio l’aureola, me la sono ampiamente guadagnata!
Alle ore 18 siamo al taglio della torta, il momento fatidico in cui si evince la selezione naturale darwiniana: la specie inadatta alla sopravvivenza, coglie l’occasione per salutare e rifugiarsi un habitat meno pericoloso, casa propria.
Da quel momento gli invitati affilano le unghia e digrignano i denti: diventa una sorta di reality show per i più coraggiosi. Ne resterà solo uno!
Chi è rimasto per assistere all’imperdibile momento del lancio del bouquet, dove le “giovani donne in età da marito” si radunano per ingraziarsi il lieto evento secondo tradizione popolare, ha assistito ad una scena fuori dagli schemi. La sottoscritta, dotata di riflesso e scatto sportivo assai raro nella popolazione femminile, che aveva già notato la pericolosità di un bouquet sostenuto da corposi fili di ferro intrecciati e sporgenti, decide di salvare il volto di un’amica dallo sfregio assicurato, afferrando al volo l’oggetto contundente. Salvo depositarglielo tra le braccia un istante dopo e allietarsi per il suo prossimo matrimonio con un caldo applauso. La scena è stata notata da una cricca di amici dello sposo, che hanno colto l’occasione per avvicinarsi e studiarmi da vicino come fenomenoda baraccone. Abituati ad assistere a scene di delirio collettivo in cui le donne si accapigliano pur di conquistare un solo petalo, non riuscivano a trovare una spiegazione plausibile al fatto che io l’avessi afferrato e poi passato come in una partita di rugby.
Ore 19: si aprono le danze scatenate in cui mi tuffo senza la minima incertezza, dopo aver abbandonato i conversatori, in grande spolvero, alla compagnia di due-tre amiche nei paraggi.
Fortuna che avevo preventivamente protetto i piedi, fasciandoli con i cerotti che usano le ballerine quando si esercitano scalze. Il dolore si è fatto vivo ugualmente, ma almeno ho evitato le piaghe dei santi che mi avrebbero impedito di conquistare la posizione eretta nei giorni a venire.
D’improvviso, mentre mi dilettavo in un lento con un invitato ad altezza tette, inizio ad avvertire un odore di sugo fresco. Quando ero ormai convinta che fosse il profumo del mio compagno di ballo, scorgo in lontananza l’arrivo di lavandini di bucatini all’amatriciana e un nuovo buffet di stuzzichini dolci e salati. Impensabile, per me, ricominciare! Tuttavia... due dolcini...
A mezzanotte, la mia ora, raccolgo le amiche sotto il comune denominatore della resa. Eravamo rimasti proprio in pochi: se da un lato questo ha permesso di rintracciarle con estrema semplicità, dall’altro ha reso assai più complesso defilarci. Così ho assicurato gli irriducibili che avremmo proseguito la serata in un locale a loro scelta… salutando con la promessa solenne “ci vediamo lì”.
Ma avevo le dita incrociate dietro la schiena…
[continua]
Matrimoni 1 : dalla parte degli invitati
Il giorno del matrimonio per la coppia di sposi è l’evento indimenticabile per eccellenza; anche gli invitati tendono a non dimenticarsene mai, ma per ragioni ben diverse.
Il giorno del matrimonio per gli invitati è un tour de force che richiede un’attitudine fisica e psicologica alla fatica non indifferente, per sopravvivere ad una mezza giornata di fatiche mascellari dedite alla masticazione di buffet luculliani e all’elargizione generosa di sorrisi e chiacchiere inutili.
Ci vuole una predisposizione innata per calarsi nel ruolo dell’invitato, oppure un periodo di training mirato a sviluppare le competenze necessarie.
Il matrimonio di un parente è il sacrificio più grande a cui un essere umano possa volontariamente sottoporsi: trattasi di una di quelle occasioni in cui abbracci e baci zii e cugini che non ricordavi neanche di avere, a cui spesso devi presentarti come figlio/a di…; occasioni per conoscere benemeriti estranei che scopri, con sorpresa e stupore, essere tuoi consanguinei. Il più delle volte, vai sicuro, è gente che ti rimane sullo stomaco, in aggiunta a tutto il ben di dio che ti propinano da mangiare.
Altra peculiarità, in queste circostanze, è la tendenza a formare tavoli di parenti in cui l’età media è quella degli sposi, quindi anche la tua; peccato che la si ricavi da un calcolo che contempla settantenni e dodicenni. La sagrata famiglia deve stare vicina: altrimenti come si fa a farsi i fatti di tutta la generazione di nipoti? Ci sono cariatidi che trasformano la cerimonia del matrimonio in un interrogatorio della santa inquisizione: dopo un esame orale di 1000 domande, delle più svariate, sulla tua vita, arriva quella per la lode, l’unica che per loro conta davvero, quella su cui devi per forza essere preparato, non puoi barare o girarci intorno: “e tu, quando ti sposi?”
Il matrimonio di un amico è diverso… all’inizio! Il primo amico che si sposa è un’emozione anche per gli invitati, la novità: è la scusa per organizzare in prima persona gli addii al nubilato e celibato, per fare cameratismo preparando scherzi terribili agli sposi, per movimentare il giorno della cerimonia da protagonisti della scena…e farsi odiare da tutti gli altri invitati più seri e pacati. Genitori degli sposi in primis.
Anche il secondo amico che decide di compiere il grande passo ti allieta, perché il primo ha scatenato la fantasia e l’euforia ma resta sempre qualcosa di “non fatto” e “non detto” che puoi riciclare. Ma dal terzo in poi, non si aspetta l’arrivo della partecipazione per auto-flagellarsi: la disperazione ti attanaglia dal primo annuncio verbale della coppia alla comitiva riunita. Roba che saresti disposto ad attaccarti a tutto pur di litigare e non essere invitato, ma gli sposi sono talmente felici che prendono anche l’insulto come manifestazione d’affetto e di sincera amicizia: non hai scampo!
Il matrimonio degli amici non si risolve in una giornata sacrificale: si comincia mesi prima ascoltando i loro racconti sulla scelta della chiesa, del ristorante, sul numero di invitati e sulla possibilità di incontro per i single, sul viaggio di nozze… e sulla casa, il mutuo, i mobili…non ci sono altri argomenti.
Quando la data del matrimonio cade in piena estate, gli uomini soffrono al solo pensiero di giacche e cravatte; quando cade in primavera o autunno, il problema dell’abbigliamento è appannaggio squisitamente femminile. Farà caldo? Farà freddo? E iniziano le tavole rotonde tra le donne per risolvere l’annoso dilemma del “che mi metto?”, fino ai convegni sui dettagli del tipo tacco si/tacco no: “essere strafighe senza dover rimanere tutto il tempo sedute: quale altezza giusta per un tacco?”.
Ciò che può sembrare un dettaglio stupido diviene di fondamentale importanza: se, approfittando delle tovaglie lunghe con cui si apparecchiano i tavoli, ci sfiliamo incautamente le scarpe per alleviare, anche solo per un attimo, la morsa che ci attanaglia i piedi, non saremo più in grado di infilarcele causa una legge fisica di immediata e irreversibile dilatazione della materia.
Io poi, che non sopporto le calze, soprattutto quelle da cerimonia, ogni volta che si rende necessario indossarle (in teoria sempre, ma io opto per un galateo che bandisce la forma in favore del mio benessere!) rischio di strapparmele di dosso presa da un raptus di isteria. E non è bello attirare su di sé sguardi che dovrebbero essere dedicati esclusivamente ai protagonisti indiscussi della giornata.
La costante nel periodo che precede l’evento matrimonio è la lamentela continua e imperitura degli invitati: ci si ritrova per lagnarsi del giorno fatidico che si appropinqua, utilizzando espressioni piuttosto pesanti. L’abbiamo fatto tutti, con tutti, tra di noi: e allora mi domando, quando sei stato tra coloro che commentavano il matrimonio imminente con un inequivocabile “che palle!”, con che coraggio ti sposi e ci inviti, sapendo che si dirà la stessa identica cosa del tuo?
[continua…]
Pensieri 3
per Oscarblog
La mia mente è affollata dai pensieri. Non so dove mi trovo, come ho fatto ad arrivare dove sono né come fare a tornare indietro; troppo difficile recuperare il bandolo della matassa, il punto di partenza.
Io penso sempre, tanto, troppo. Do vita a pensieri che gridano, saltano, si rincorrono, giocano a nascondino, mosca cieca, ruba bandiera: si moltiplicano a ruota libera con associazioni logiche o decisamente irrazionali, avanti e indietro nel tempo e nello spazio. Ora li inseguo, ora li fuggo. Ma prima o poi mi raggiungono sempre. E sono prepotenti, più di me. Mi prendono di forza; come l’altra sera, davanti alla tv, mentre indugiavo sulla copertina del mio libro nuovo. Insistono finché non concedo loro la mia piena attenzione, finché non escludo tutto il resto. Allora lo sguardo si fa vuoto e l’espressione è di incanto; abito segregata tra le pareti incrollabili di una stanza invisibile, inaccessibile dall’esterno, chiusa nei miei pensieri, inscatolata in una pratica incessante di riflessione, rotazione e traslazione dei pensieri… le proprietà dell’isometria… sono in un cubo! O sono io il cubo?!
Se fossi una figura geometrica sarei un esaedro regolare. Sei facce con 12 spigoli della stessa lunghezza: la sincerità, la bugia, la diplomazia, l’amore, l’odio, l’indifferenza, maschere intercambiabili che indosso a seconda della situazione, quando posso decidere tra essere e apparire, per una pura scelta di comodo o per assecondare il desiderio dell’altro di sentirsi appropriato. Le maschere, però, sono spigolose: hanno punte aguzze che possono far male, nonostante i buoni propositi. E’ il prezzo da pagare quando non ci vogliamo mostrare per quello che siamo o ci rendiamo complici dei nascondigli altrui.
I solidi platonici sono sinonimo di regolarità: disciplina, diligenza, puntualità e precisione mi corrispondono. In compagnia trovo subito la mia collocazione incastrandomi perfettamente con altre figure regolari a cui lascio il giusto spazio da riempire.
Il cubo, poi, è il simbolo dell’elemento terra; il mio elemento anche secondo lo zodiaco.
Il cloruro di sodio è una molecola di cristalli cubici: io sono sale e insaporisco, fino all’eccesso; fino a diventare amara. So anche essere dolce, ma senza mai diventare stucchevole: dispenso lo zucchero a piccole dosi, in zollette.
Non è affatto facile avere a che fare con me: può diventare un rompicapo di ardua risoluzione, come il cubo di Rubik.
Secondo Platone sarei l’anello necessario a fare da tramite tra il disordine dei fenomeni naturali e la perfezione del mondo iperuranio. Mi attribuisce un ruolo che veste a festa la mia incontenibile vanità (come regalare uno specchio a Narciso!), quasi mi avesse conosciuta di persona.
Vuoi mai che in un’altra vita io sia stata la sua amante?!
“Schifo” non si dice, mi insegnavano da bambina. Non si dice delle cose da mangiare e delle persone. Non si dice neanche per scherzo in tutti quei casi in cui si rischia di offendere qualcuno.
Io da bambina assorbivo tutti gli insegnamenti, o almeno davo l’idea di farlo perché mi conveniva. Certe cose, apparentemente insignificanti, mi sono rimaste dentro, marchiate a fuoco nella memoria; come il divieto di usare la parola schifo.
Con questo non voglio dire che io non sia capace di offendere una persona, anzi, e lo faccio avvalendomi di una terminologia ben più forte e mirata al caso specifico! La differenza la fa la volontà: il proposito di offendere contro l’offesa involontaria mal celata.
Ultimamente la parola schifo mi risuona nelle orecchie: da qualche mese a questa parte “fai schifo!” è un commento usato di frequente a suggello della constatazione del mio dimagrimento.
Ho perso 2 chili, forse 3, niente di trascendentale: è chiaro che 2-3 chili in meno, su una figura che non ne necessita perché già al limite del peso forma, si notano di più. E’ altrettanto chiaro che, non essendo un calo desiderato, è avvenuto in modo del tutto casuale, inteso con una duplice valenza: sia nel senso di “per caso”, cioè senza deprivazioni nutrizionali; sia nel senso “a causa di” sovraccarico di lavoro, iper attivismo, ansia, stress e una corposa bronchite che ha succhiato avidamente quello che ha trovato.
Sono la prima a pagarne lo scotto: non è che mi faccia piacere privarmi di parte del mio guardaroba, di quei capi che scivolano giù o che stanno su ma presentano evidenti punti di vuoto in zone strategiche; tanto meno sono lieta di vedere che pur mangiando 5 volte al giorno, assumendo integratori e facendo esercizi di potenziamento muscolare non ci siano risultati apprezzabili.
Come se io non avessi occhi per guardare e specchi su cui riflettermi, mi è stato fatto notare più volte, da più persone. A parte le poche che l’hanno fatto per sincero interesse, una sola volta, in modo cortese e delicato, c’è chi, da mesi, non perde occasione per ricordarmelo, reiterando il concetto di “schifo”.
Sorvolando l’offesa, intenzionale o casuale, nel caso specifico, ho notato che c’è una inspiegabile tendenza, generalizzata, ad attaccare gratuitamente le persone magre che solitamente si guardano bene dal commentare la fisicità altrui, non reputando le zavorre femminili e maschili argomento di propria pertinenza o interesse.
Io non ho mai detto né sentito dire a qualcuno in stato di abbondanza fisica “fai calare la tua panza altrimenti ci devi pagare il condono!”, “ammazza che culo hai messo su, hai trovato lavoro come porta aerei?”, “cosa te ne fai di quei cosciotti, li allevi per venderli a Montorsi?”; men che meno “fai schifo”.
Allora, perché questo accanimento a bacchettare vittime già sciupate dagli eventi quotidiani? Io sono stufa di pesare le parole, calibrare i toni, mantenere la calma nei confronti di chi non è capace di riservarmi lo stesso trattamento.
E’ una questione di educazione e maturità, prima che di diplomazia: non si può dire sempre tutto quello che si pensa!
Una volta, se notavo qualcuno mortificato da una insolita capigliatura, ero portata a pensare che avesse litigato con il proprio parrucchiere.
Oggi assisto a veri e propri fenomeni di costume che invalidano la regola, esempi eclatanti di autolesionismo estetico di massa.
Prendiamo un caso a caso recente: la manifestazione di gioia della Nazionale Italiana di calcio dopo la vittoria dei Mondiali. Non sappiamo se per scommessa, per reazione istintiva, per follia o per una semplice insofferenza al caldo, fatto sta che i nostri calciatori si sono tagliati i capelli a zero.
In tempo reale, un raptus collettivo di emulazione pedissequa ha colpito la maggior parte della popolazione maschile che ha deciso di rinunciare all’optional capelli.
La tendenza imitativa del taglio fai da te ha colpito, per gradi, anche una mia conoscente. Dapprima, sulla scia di Camoranesi, la giovane donna ha raccolto i suoi capelli in una coda e l’ha tranciata via dalla sua nuca, donando alla sua chioma una linea zigzagata decisamente femminile ed elegante. Poi, stufa di essere così sciantosa, ha pensato bene di procurarsi un rasoio per capelli e capire come funziona.
Strana è strana, per non dire matta da legare; poiché nessuno l’ha mai legata, oggi è un porcospino dall’aria spaurita. Ma forse questa è una storia a parte.
Io penso che chi soffre di problemi di calvizie sia più che legittimato a compiere il passo estremo di rasare la testa. Una bella testa glabra è decisamente meglio della fronte alta addotta, di una vistosa stempiatura o di una chierica; anzi, in quel modo la persona riacquista un discreto fascino!
Chi non ne ha bisogno perché dotato di bulbi iper produttivi, dopo un paio di giorni dall’atto drastico, si ritrova in testa una specie di moquette che, oltre a non essere piacevole all’occhio, non è affatto gradevole neppure al tatto.
Una scelta del genere, oltre che essere poco rispettosa nei confronti di chi non può scegliere (che se potesse, sono convinta, opterebbe per una testa rigogliosa di capelli), comporta una serie di attenzioni particolari per tutelarsi dai rischi del nuovo look: il vantaggio di non comprare più shompoo e di non usare phon, con un notevole risparmio di soldi e tempo per l’attività quotidiana della doccia, va a scontrarsi con risvolti assai più problematici.
Gli ovetti lisci per scelta li riconosci dagli ovetti lisci per necessità, dalle conseguenze dirette della noncuranza con cui trattano il proprio capo. Ignorando cosa comporti la mancanza di capelli sulla testa, sono quelli che al mare, non avendolo mai fatto, non sapevano di dover proteggere il cuoio capelluto dai raggi solari. La sfilata sulla battigia, quest’estate, mostrava modelli di lampadine osram da 100, di pitone nel periodo della muta, di bistecca al sangue, di cratere vulcanico post eruzione.
Io sarò anche un po’ antica, ma faccio sinceramente fatica a cogliere l'aspetto fascinoso di questi esemplari di maschio.
Chissà se gli ovetti per scelta, sanno che, nella brutta stagione, dovranno girare muniti di apposito cappellino di lana, pena uno stato influenzale cronico fino al nuovo ritorno di un clima mite; sperando che, nel frattempo, abbiano fatto tesoro dell’esperienza passata per affrontare l’estate con maggior consapevolezza di sé.
Non dico che si debba fare come me, che tengo ai capelli più che ad una gamba, ma tra una forma ossessiva come la mia e la mania del taglio estremo, la rosa delle possibilità è molto ampia.
I capelli sono un segno distintivo: biondi, bruni, neri, lisci, ricci, ondulati, lunghi, corti… permettono di essere riconosciuti a distanza. Le teste pelate, invece, da lontano sono tutte uguali!
E poi, quanto è bella la sensazione che si prova a poter passare una mano tra i capelli?! Ma se gli esemplari di essere umano dotato di capelli tendono ad estinguersi, che si fa? Non penserete mica di poter approfittare tutti della mia chioma?
E allora, per favore, accogliete il mio appello voi che potete: rimettetevi i capelli in testa!
Nel bel mezzo di una chiacchiera disimpegnata sul tema “hobby e sport”…
i - Lo sai che A. continua a chiedermi di seguire i suoi corsi di Karate?
G – Tu? Per favore, lascia stare. Pensane un’altra!
i - Perché? Dici che non sono portata?
G - No, non è per quello, anzi! Ti ci vedrei anche bene ma…
i - …ma giustamente non riuscirei a conciliarlo con le altre attività. Dove lo trovo il tempo?!
G – Ma va! Tu il tempo per fare quello che vuoi lo trovi sempre!
i - E allora?
G - Allora, dico, ti manca solo il Karate e poi…
i - E poi cosa???
G - E’ la volta buona che non ti si avvicina più nessuno!
per oscarblog
E’ un castigo per me, se devo calarmi nei panni del detective: per me che giallo è solo il colore dei cornuti e dell’invidia; per me che thriller è solo uno dei più grandi successi di Michael Jackson.
Perché Crizia è morta? Chi l’ha uccisa?! E che ne so! Ci vuole talento per le investigazioni: c’è chi dalla seconda pagina di un libro o dopo i primi 10 minuti di un film ha già capito chi è l’assassino. Io non lo capisco neanche dopo che è stato smascherato e arrestato; io, che non ho mai saputo giocare neppure a Cluedo!
Eppure mi devo immaginare ad investigare nascosta dietro occhiali scuri, sotto un cappello a falda larga, dentro un impermeabile con il bavero alzato (ma così conciata non passerei certo inosservata!); oppure nei panni di un commissario di polizia tra interrogatori, letture di reperti, intercettazioni telefoniche, a raccogliere indizi di ogni tipo sulla scena del delitto (anche se i campioni di pelle e sangue imprigionati sotto le unghia della vittima li lascerei prelevare, senza indugi, al collega di turno!)
Il mio problema? Il solito: gli eccessi. Le mie soluzioni sono sempre troppo banali o troppo fantasiose.
Penso al cd del progetto Timeo che contiene informazioni compromettenti sulla Triton Alliance, società di copertura al riciclaggio di denaro sporco. Sento puzza di mafia, quella grossa! Brian decide di chiamarsi fuori ed entra nel programma di protezione testimoni; la povera Crizia, invece, ritenuta ingenuamente al di sopra di ogni sospetto, era già sotto controllo, puntata e pedinata. La mafia arriva prima sia nel suo appartamento sia nella sua stanza d’hotel e inizia proprio da lei a farsi giustizia con i propri mezzi! Vatti a fidare degli uomini che dicono di amarti!
E se invece l’ambiente di lavoro non c’entrasse nulla? E se Crizia fosse vittima di un delitto passionale estraneo alle vicende che racconta? La moglie di Brian, stufa marcia dei tradimenti del marito che trascorre più tempo al lavoro che con lei, inizia a controllarlo e scopre la tresca con Crizia. Allo scuro totale del giro d’affari del marito, crede che quella stanza d’albergo sia il loro nido d’amore. Accecata dalla gelosia e dal pensiero di cosa avrebbero potuto pensare i vicini se avesse saputo, decide di eliminare per sempre la sua rivale. Spesso è molto più pericoloso farsi coinvolgere in una relazione extraconiugale che in affari loschi. Una donna ferita nell’onore è più pericolosa di un boss mafioso!
Mettiamoci del sentimento/ri-sentimento: il padre di Crizia lavora tutta una vita per lei e lontano da lei. Finalmente ricompare per donare alla sua amata figlia una cifra che le assicurerà il futuro a dispetto di ogni eventualità. Ma Bianca, figlia illegittima, si aspettava un trattamento paritario, solo per aver mantenuto per tanti anni il segreto. Quando ha le prove concrete della preferenza del padre per Crizia, la uccide; sperando di compensare da lì in avanti le carenze affettive ed economiche. Mai fidarsi degli estranei che si spacciano da subito per grandi amici!
Vogliamo giocare la carta imprevisto? Crizia è stata nascosta nell’hotel per tenerla al riparo da spietati concorrenti della Triton, disposti a tutto pur di accaparrarsi gli appalti di alcuni progetti importanti. Peccato non sapere che nella camera adiacente alla sua si nascondesse la vittima di una terribile faida della droga, tutt’altra storia. Crizia sente trambusto nel corridoio, pensa di potersi finalmente chiarire con il padre. Apre la porta con irruenza, vede il killer in volto…e lui non può far altro che zittire per sempre una potenziale testimone. La curiosità è donna e in quanto tale, spesso anche puttana: errare è umano, perseverare è diabolico. Chi si fa i fatti suoi campa 100 anni!
E se il blog di Crizia fosse solo un falso indizio? Se servisse a depistare completamente le indagini? Noi siamo tutti qui concentrati a ipotizzare una spiegazione plausibile ad un fatto che crediamo estraneo a noi, alla nostra quotidianità. Peccato per l’indizio del cd, uno di troppo e proprio quello più importante: un giro di scommesse illegali con un montepremi che farebbe gola a chiunque.
Crizia era una concorrente agli Oscar dei Blog, una delle migliori in gara. Quella che i bagarini davano
Io ingaggio subito una scorta e indosso un bel giubbotto antiproiettili. Almeno fino alla fine del concorso.
Voi fate come credete, ma non dite che non vi avevo avvertito!