Akille
Akio
Akyla
Angusto
Arcadi
Clarke
Clio
Entusiasmo
Fulvia Leopardi
Giovy
HomerJSimpson
Ian Starkiller
Il Muro
Illogica
InsaneSoul
Johnny Durelli
Juditta
Kaosct
Laislabonita
Lakota
Le Mie Mari
Lucamadeus
Marsettantuno
Mascia
Moz
Ninna_r
No Filter
oscarblog
Ossidiana
PensierInEccesso 2.0
Personalità Confusa
Prossimamente
rick_deckard
Sciroccata
Simple
Smartleaving
Stammtisch
Ste
strontium-dog
Sw4n
Televisionando
The Pixies
Todomodo
Zizio
ilallallero in Che accade?
utente anonimo in Che accade?
newdays in Che accade?
entusiasmo in Che accade?
ilallallero in Che accade?
akio in Che accade?
angusto in Che accade?
MOZmoz in Che accade?
ilallallero in Che accade?
LeMieMari in Che accade?
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
--- 2007 ---
visitato *loading* volte
Viviamo nell’era del personal. Amiamo circondarci di prodotti e servizi ad elevato livello di personalizzazione: tutto quello che, per definizione, ci comunica essere destinato all’uso da parte di una singola persona, progettato per soddisfare le necessità di un singolo individuo, idoneo a rispondere adeguatamente alle nostre esigenze, ci fa sentire importanti, unici, esclusivi.
In un mondo di personal computer, personal phone, personal card, personal security, personal assistant, personal trainer… io desidero un personal saint!
Vorrei una divinità tutelare che vegli solo ed esclusivamente su di me. Un santo protettore che ascolti solo le mie preghiere.
Basta con i santi condivisi da intere categorie di fedeli, per acquisito patronato per città, area geografica, mestieri, professioni, malattie… che si trovano a fronteggiare innumerevoli invocazioni: rispondere a tutti con efficacia ed efficienza, in tempi stretti, è impresa assai ardua.
Io cerco il mio patrono: un personal saint che corra tempestivamente in mio soccorso, che si occupi di intercedere unicamente per me, senza dover valutare l’urgenza e il peso della mia richiesta mettendola a confronto con quelle di altri devoti.
E non ne faccio una questione di status symbol, non mi serve per darmi un tono: il mio non è un capriccio, è una necessità!
“La salute passa anche da qui”, recita un noto pay off. Qui dove? Qui da me, no di certo.
Il mio bilancio del 2006, quanto a malanni di ogni genere e sorta, per qualità ed entità, si chiude in positivo: non mi sono fatta mancare proprio nulla!
Il primo accidente è arrivato a gennaio, come è giusto che sia, perché il buon giorno si vede dal mattino: una terribile infiammazione del nervo cervicale, degenerata, in men che non si dica, da un formicolio a due dita, a fitte di dolore sul dorso della mano destra, all’immobilità dell’intero braccio destro. E’ stata un’esperienza ad alto valore pedagogico: mi ha insegnato che siamo stati dotati di due braccia perché ci servono entrambe; a volte è utile, a volte proprio indispensabile, poter contare sulla funzionalità di entrambi gli arti.
E’ notorio che l’inverno sia foriero di virus influenzali. Non sapendo stabilire a priori se fosse peggio il virus delle vie respiratorie o quello intestinale, li ho provati entrambi: tuttavia, anche seguendo il metodo sperimentale, è una valutazione complessa, dipende dai gusti.
Agli alimenti che non tollero più si aggiunge una new entry che conquista i vertici della classifica: il cioccolato. Non riuscendo a rassegnarmi ad una scoperta così triste decido comunque di mangiarlo, ad intervalli di tempo, per valutare eventuali cambiamenti: i crampi allo stomaco e il senso di nausea sono sempre gli stessi.
Inizio a perdere peso: le indagini spasmodiche sulle potenziali cause rivelano come principale indiziato lo stress.
Guardo fiduciosa al futuro e intanto, per consolarmi, mi abbandono all’affetto di luculliane abbuffate di dolci. Peccato che le mie gengive delicate cedano presto all’attacco nocivo di un abuso di zuccheri, costringendomi ad una cura che non solo ne implica la rinuncia, ma include il cazziatone del dentista che, nella disgrazia, ci sta anche bene. La visita accerta che lo stress ha acuito la mia tendenza a serrare i denti e il mio dentista mi indica il bite come strada obbligata. E io pago!
L’apice dello stress si manifesta a luglio inoltrato, giungendo a bordo di un bastimento carico di bronchite acuta che mi mette definitivamente a tappeto e approfitta della mia inerzia per sottrarmi qualche altro chilo. Che stress, ‘sto stress!
Ma vige la regola “boia chi molla!”: sorrido e vado avanti.
Tutti i farmaci ingurgitati per annientare i vari malanni hanno sovraccaricato di lavoro il mio fegato che si è rifiutato di fare lo straordinario senza aumenti sulla busta paga. Entra in sciopero scaricando i rifiuti non smaltiti, senza differenziazione, sulla mia pelle che erutta sfoghi di vesuviana memoria.
Fortuna che la ciocca di capelli flambé all’accensione di sigaretta, la piccola ustione da forno su un dito e una leggera tendinite al ginocchio sinistro hanno scandito, finalmente, un periodo di tranquillità.
Ma non ci può essere sempre calma: così, per movimentare il triste mese dei morti, decido di dare ospitalità ad una spora tipica degli animali. C’è chi prende animali in casa e chi, come me, prende solo i loro funghi: mistero della fede!
Tralascio volutamente il sempiterno guaio dell’emicrania che una settimana al mese mi fa compagnia con la tripletta sinistr-destr-sinistr stile marcia militare, perché non è una novità anche se incide sul bilancio: è lo zoccolo duro che serve da base, per fare numero. Forse c’è dell’altro che ora mi sfugge, ma cerchiamo di non essere così fiscali!
Ora non mi resta che confidare con tutta me stessa (quel che ne è rimasto!) in un 2007 più salutare (e ci vuol poco!), mentre attendo con ansia il regalo di Natale: ho ancora tutto il mese di dicembre davanti!
per oscarblog
Sono pronta. Non sono proprio in vena di una serata mondana. Temporeggio: un quotidiano e un titolo a caratteri cubitali “Alieni di umane sembianze”. Leggo di sfuggita qualche riga: “ allarme del CICAP… recenti avvistamenti … entità extraterresti capaci di mutare il proprio aspetto… apparizioni fugaci sulla terra in forma d’uomo… si ignora il loro scopo e l’entità del pericolo per l’umanità intera … sparizioni sospette…”
Le solite baggianate! Faccio una smorfia allo specchio e provo la credibilità di un’ampia gamma di sorrisi di circostanza, consapevole che mi serviranno a breve per glissare discorsi insostenibili e avances fastidiose. Perché stasera andrà così. Va sempre così.
Mi bastano 10 minuti di conversazione per capire se il mio interlocutore può interessarmi oppure no: 4-5 scambi di battute e una radiografia a tutto tondo. Come è possibile che nessun uomo riesca più a far colpo su di me? Sarò io, troppo esigente e selettiva… Riuscirò mai ad innamorarmi di nuovo? Quando meno te l’aspetti, si dice: ma ormai è tanto che non me l’aspetto più.
Un’ultima occhiata allo specchio, di ammirazione: sospiro e penso “che spreco!”. Esco.
Gran bel locale, nuovo; peccato non si possa dire altrettanto delle facce, sempre le solite. Con la vaghezza circospetta di chi non vuole essere avvicinata, faccio un giro di perlustrazione.
D’un tratto incrocio due occhi, neri, fulminanti: non riesco a distogliere lo sguardo, il collo è bloccato. Immobile, i piedi inchiodati a terra, mi domando cosa abbia pestato. Temo per le mie scarpe, anzi no, non mi interessa. Viene verso di me. Ho 5 secondi di tempo per decidere: o si, o si! Colpita.
Troppo facile dare la colpa a quello sguardo calamitante, a quel sorriso così bianco che più bianco non si può, a quel fisico statuario, a quel portamento sicuro di chi non contempla il fallimento. Ha un odore buonissimo; la chimica non sbaglia mai. Mi parla come se sapesse esattamente chi ha davanti. Non vedo e non sento altro: il tempo, la gente, sono concetti superati. Affondata!
E’ intelligente, ironico, affascinante, sfrontato, passionale, presente a se stesso, risoluto... è l’uomo per me: ha le carte, ha tutto il mazzo! Usciamo. Si prende anche un bacio, afferrandomi il collo con mano decisa. Non posso opporre resistenza, non voglio! Deve andare, ma dice che tornerà... Scompare troppo in fretta dalla mia visuale, come la scia di una cometa. Provo a rincorrerlo: dissolto nel nulla. Nessuno ha visto. E io? Sto impazzendo, stavolta per davvero. Entro a raccontarlo? No, è la volta buona che mi rinchiudono e buttano via la chiave. Torno a casa. Crollo sul divano e accendo una sigaretta. Il giornale è ancora lì, aperto, alla stessa pagina. L’articolo sembra più vero, adesso.
Mi avevano detto che esistono forme di vita aliena; non ci ho mai creduto. Mi avevano detto anche che l’uomo per me non esiste sulla terra; non avevo mai creduto neppure a questo.
“…su cui fondiamo il timore che possano tornare a prendere cose/persone che abbiano trovato interessanti.”
Se mai fosse, non posso lasciarmi cogliere alla sprovvista. Devo essere pronta a prendere una decisione difficile, alla svelta: o si, o si!
Sono già trascorsi cinque mesi dalla prescrizione del byte, con consegna immediata, da parte del mio dentista-terrorista: una simpatica dentatura realizzata con un polimero non poroso che ricorderebbe tanto un oggettino carnevalesco… se non fosse che si applica solo sull’arcata inferiore ed è priva di canini lunghi e aguzzi. Mi sarebbe piaciuto richiedere una versione personalizzata, magari con una piccola gemma incastonata in corrispondenza di un incisivo… ma anche senza pietra, si è rivelato comunque un articolo molto prezioso, quindi ho rinunciato all’idea di eventuali optional.
Pare che in virtù della sua trasparenza, sia indossabile in ogni momento della giornata, senza che nessuno se ne accorga. Beh, in parte è vero: se non proferisci parola.
Il dentista-terrorista mi consigliò, per abituarmi all’oggetto estraneo, di indossarlo un paio d’ore al giorno, a casa, nelle ore serali prima di andare a letto, perché altrimenti sarebbe stato troppo traumatico; ignaro della mia stoica capacità di sopportazione di costrizioni e corpi esterni cui sono avvezza, dalla prima infanzia.
Quando hai una madre che per un arco plantare non ancora perfettamente sviluppato ti obbliga all’uso di scarpe ortopediche dai primi passi fino alle scuole elementari… qualsiasi eventualità successiva è una passeggiata di salute!
E così ho preferito adottare il metodo drastico e portarlo il più possibile durante il giorno e per tutta la notte. Passi per la notte, che sprofondo di sasso in una dimensione imperturbabile e tiro dritta fino al mattino senza accorgermi di nulla; ma le giornate sono state un po’ difficili da gestire, a partire dal prendere familiarità con la mia nuova pronuncia alla Jovanotti. In ufficio i colleghi mi guardavano basiti… curiosi di comprendere quale arcano fenomeno di trasformazione vocale si stesse verificando in me.
Al telefono era ancora più difficile, perché all’interlocutore era preclusa la possibilità di vedermi per avere la certezza che dall’altro capo ci fossi proprio io e di seguire il labiale per agevolare la comprensione del suono; quindi, ero spesso costretta a togliere e mettere ‘sto diavolo di byte e mi sentivo tanto mia nonna con la dentiera… mi mancava solo il classico bicchiere d'acqua in cui immergerlo!
Dopo mesi di sofferenza auto-somministrata con consapevole crudeltà, ho scelto di risparmiare un po’ della mia tendenza ad esagerare in tutto e per tutto, per non complicare oltremodo la mia vita lavorativa.
Ma il mio byte è stato sempre con me: mi ha fatto compagnia tutte le notti (quasi tutte!) e in tutte le occasioni della giornata in cui mi ritagliavo spazi di solitudine.
Sarà perché ultimamente non sono abbastanza tesa da serrare le arcate dentali, sarà perché non ho notato quei benefici attribuiti alle capacità taumaturgiche di questo strumento all’avanguardia (primo fra tutti, una apprezzabile riduzione degli attacchi di emicrania)… ma sono già stufa di addentare quella gomma antipatica senza poter apprezzare risultati concreti. Mi serve una motivazione per continuare ad indossarlo.
C’è qualcuno che voglia cimentarsi con me in un incontro di boxe?!
A proposito della mia giornata da regina, c’è un particolare che merita un discorso a parte.
Immersa nella vasca dell’idromassaggio, sul finire del mio percorso, mi diletto ad osservare i bagnanti che dividono le bolle con me: un re, una marchesa, un barone… e una coppia di giovani principini, due teenager che, stando alle apparenze, non raggiungevano l’età della patente. Erano proprio bellini, sia fisicamente sia negli atteggiamenti: collo a collo, come due anatre mandarine, si scambiavano tenere effusioni.
Stavo quasi per fare un salto indietro nel tempo. Dico quasi perché alla loro età neanche sapevo cosa fosse un centro benessere. Eppure questo salto al passato volevo farlo a tutti i costi e si sa, io sono testarda: se mi impunto su qualcosa devo anche poi spuntarla.
Allora ho iniziato a girarmi un film in testa, partendo dall’ammissione, per assurdo, di trovarmi ai miei tempi nei loro panni. “Mamma mi daresti 80.000 lire per andare al centro benessere con il mio ragazzo?!” E lei, in pronta risposta, mi avrebbe elargito all’istante 80 mila ceffoni per accedere al più vicino centro di terapia intensiva. Mio padre, invece, mi avrebbe direttamente carbonizzata con lo sguardo per poi raccogliere le mie ceneri in un urna.
Ecco perché quando volevo fare qualcosa, che sapevo mi sarebbe stata proibita, la omettevo e se serviva, mentivo spudoratamente con ottimi risultati. Questo mi porta a immaginare che, per aggirare il consenso dei genitori, i principini dovevano necessariamente disporre di un budget di spesa discreto…come procurarselo? Sicuramente risparmiando sulla paghetta settimanale rinunciando ora ad un cinema, ora ad una pizza, ora ad un pomeriggio in sala giochi… Io avrei impiegato un bel po’ di tempo per alzare una cifra che mi consentisse l’ingresso base a quel centro benessere.
Ma i tempi cambiano e anche le paghette settimanali subiscono i tassi di inflazione. Mi basta pensare ai racconti di alcuni colleghi per capire come giustificare certi lussi: la paghetta base viene arrotondata dai risultati scolastici, cioè, ad ogni voto alto che il figlio prende, tipo un 8, corrisponde una contropartita di 20 €; un 9, ben più raro, può portare addirittura nelle casse dello scolaro ben 50 €. Roba che se un figlio si fa furbo e si dedica ad uno studio matto e disperatissimo e si fa interrogare 3 volte a settimana per arrotondare i risultati di un compito in classe, può arrivare a disporre di uno stipendio da manager d’azienda: il fisso più le provvigioni. La scuola diventa, così, la prima vera palestra su cui si gioca il futuro di potenziali business man di domani.
Ai miei tempi questo non succedeva. Se prendevo un 8 i miei si complimentavano dicendomi “hai fatto la metà del tuo dovere!” e se provavo a recriminare una gratificazione mi liquidavano con un “guarda che lo stai facendo per te, mica per noi!”.
Eppure noi ci credevamo furbi, perché anche senza mezzi la facevamo in barba ai nostri raggiungendo comunque gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Dopo questa parentesi sulle differenze, torno a battere un bel ciack sulla somiglianza rimasta: la bugia, il segreto su quella fatidica domenica pomeriggio di fuga romantica in motorino! Forse solo qualche amico sapeva, tra i più fidati, pronto a coprire la coppia in caso di sospetti e verifiche.
Ma quanto mi sentivo complice! La sensazione che si prova nel fare le cose di nascosto non si scorda mai: il batticuore nell’attimo prima di uscire di casa e la faccia di bronzo quando rientri, con il resoconto delle ore trascorse fuori, studiato a tavolino. Il ricordo di certe emozioni ti rimane dentro, scolpito, tatuato. Ero pienamente partecipe della loro avventura, anche se non conoscevo neppure i loro nomi, ma io sono così, esagerata!
Li guardavo da connivente, con l’espressione di chi vuol comunicare “tranquilli, io so! L’ho fatto anch’io!”.
Ormai stavo per far scorrere i titoli di coda del mio film, ero sul punto anche di assegnarmi la Palma d’Oro come miglior documentario dell’adolescenza, quando me li ritrovo in sala relax alle prese con la loro tisana.
Tendo l’orecchio per carpire se era giunto il momento per loro di accordarsi sulla versione ufficiale da raccontare a casa, quando un imprevisto rovina la mia pellicola fino ad allora perfetta: l’ingresso della receptionist che comunica al principino “C’è tuo padre. Vi sta aspettando fuori.”
Colpo di scena! Immagino che almeno si alzino in tutta fretta per andarsi a cambiare; invece no, si attardano ancora con calma serafica e solo quando hanno terminato la loro bevanda si avviano verso gli spogliatoi, alla velocità di due bradipi che non temono ramanzine del tipo “è mezzora che aspetto!”.
Documentarista dei tempi moderni? Io??? Macchè, antica, antichissima sono! La mia scenografia è da buttare!
Si chiama così il pacchetto più completo di trattamenti relax di un rinomato centro benessere della zona, ricevuto come regalo di compleanno da parte degli amici più cari, per comunicarmi sì che mi vogliono bene, ma soprattutto più rilassata.
La tentazione di usufruirne subito è stata forte, ma ho preferito aspettare il momento propizio. Il calo improvviso della temperatura esterna da 25° a 5° unito a ritmi lavorativi che già mi portano a fare il count down alla immancabile vacanza invernale, mi hanno spinta a segnare un appuntamento sull’agenda di domenica.
Alla reception mi accoglie una signorina sorridente che parla con un filo di voce. Mi accompagna nello spogliatoio a temperatura tropicale, dove mi libero di panni pesanti e gelidi per indossare un bikini e un accappatoio. Lego i capelli e sono pronta per uscire. Mi attende un’altra signorina (speravo in bell’omaccione, ma in tal caso, dubito che sarei riuscita a rilassarmi!) piccolina, robusta, con una faccia tonda come il sole; la sua espressione serafica è contagiosa, solo a guardarla mi sento già meglio!
E’ la mia “personal relaxer”, quella che veglierà su di me accompagnandomi per tutta la durata del percorso benessere. Entro in un ambiente soffuso e ovattato, dove regnano penombra e silenzio. Vedo, o meglio, scorgo (vedere è una parola grossa!) poche persone che bisbigliano e altre signorine vestite di bianco, come la mia. L’unico suono che percepisco è il flip flap delle calzature di gomma delle “personal relaxer”, che d’ora in poi chiameremo, per comodità, “le ciabattine”.
La mia ciabattina mi conduce davanti ad una vasca d’acqua arricchita di sali del mar morto, pavimentata da uno strano mosaico blu e verde. Parla, ma io non la sento. La vedo muovere le labbra, ma non odo suoni. Capisco da un suo gesto che devo immergermi. Eseguo. L’acqua a 38° sortisce un effetto immediato: i muscoli iniziano a distendersi e io mi sento leggera. Non riesco a star ferma nella vasca, c’è troppo spazio: muovo gambe e braccia, lentamente, con gusto. Mi faccio accarezzare dall’acqua finché il mio corpo si ferma. Non risponde più agli impulsi del cervello. Sono come in trance. Mi sarei aspettata un sottofondo musicale, un odore caratteristico … ci stavano bene! Dopo poco inizio a sentire una melodia lounge e anche un profumo speziato e mi dico “quanto sei suggestionabile! ecco perché non hai mai fatto ricorso alle droghe, non ti servono!”.
Invece odore e musica c’erano, dall’inizio: io li ho avvertiti quando la mia testa ha cancellato il ricordo di odori e rumori forti. La soglia percettiva, per alzarsi, doveva eliminare la sua memoria.
Ricevo un cenno d’uscita e vengo accompagnata nel Rasul: un bagno di vapore fitto, al vago sapore di mandarino, in una stanza bianca per fumi e colore delle mattonelle, dove vederci chiaro era un optional. La mia pressione, notoriamente bassa, scende al di sotto dei minimi sindacali. Per essere più rilassata potevo solo svenire. Mi domando come facessero Ridge e Brooke a praticare attività focose di coppia in ambienti del genere. Io sono in compagnia, nella nebbia scorgo una presenza umana. O parlo o respiro (figuriamoci altro!). E opto per la seconda.
Il mio livello di stress è già a zero, così come la mia soglia attentiva. Riconosco un flip flap familiare: è la mia ciabattina che viene a prelevarmi per farmi entrare nell’hammam. E’ quasi buio, ma vedo un tavolone di marmo su cui mi sdraio, prima prona e poi supina. Sono inondata da nuvole di schiuma con cui mani esperte mi lavano via dal corpo la fatica e i pensieri negativi dalla mente, con risciacquo a base di gavettoni d’acqua tiepida.
Confusa e felice, seguo la mia ciabattina in sala fanghi: mi ricopre di una morbida miscela di alghe, torba e argilla per poi farmi riposare chiusa in una coperta termica, mentre lei si prende cura del mio viso: peeling profondo per purificare e un lungo massaggio per coccolare. Cerco di concentrarmi sui suoi movimenti: vorrei memorizzarli per essere in grado di ripeterli su qualcuno, per fare colpo. Non ci riesco. Passo dal reverie al sogno. Lo stato di veglia è un lontano ricordo. Sono in un’altra dimensione quando mi sussurrano che è ora della doccia. Ho una temperatura corporea equatoriale! Lavo via i fanghi e gli affanni sotto un unico getto d’acqua e mi rimetto al seguito della mia adorata sconosciuta fino alla sala massaggi. Il tempo del massaggio con oli profumati è infinito. Lato A e lato B. Quando riprendo coscienza lei è lì che mi sorride. Ha assorbito tutte le mie negatività e penso che se non si scarica, nel giro di poche ore crepa stecchita! Inizio a sentirmi in colpa, mi dispiace; ma una volta dentro la vasca tonificante con idromassaggio a 37° dimentico di essere colpevole di omicidio e mi preoccupo di non annegare, vista l’assenza totale di riflessi. Il tempo passa, credo, ma senza cognizione da parte mia. Sono inebetita. Una voce mi chiama con fare più severo: non è la mia ciabattina (ecco, lo sapevo, è morta!), ma un’altra, più autoritaria. Una di quelle che ti verrebbe da chiamare Mister o Coach. Mi ordina di effettuare il camminamento nella corsia di acqua fredda (forse vuole vendicare la precoce scomparsa della sua collega). Le mie gambe ringraziano ma il resto del corpo, percorso da un brivido isterico, un po’ meno. L’allenamento dura poco: il Mister mi consente di passare nella vasca pulchra a 35°. Ormai esanime, comincio a riprendere conoscenza e familiarità con le mie volontà. Ho fame. Desidero follemente un maritozzo con la panna, lo vedo, davanti a me, ma non riesco ad afferrarlo. Il vuoto cosmico del mio stomaco scatena voglie differenti che si rincorrono, gridando di essere esaudite. E la testa si risveglia pian piano dal torpore pensando come e dove procacciarsi gli oggetti dei suoi desideri.
Il percorso si conclude nell’area relax, un ambiente che permette al corpo di recuperare la sua temperatura ideale (inutile specificare che la mia era quella di 38°!). Ho un disperato bisogno di zuccheri, ma non vedo cibi. Nonostante la mia avversione per gli infusi, bevo una tisana, ma non prima di averla trasformata in caramello! Distesa sui morbidi cuscini di un lettino approfitto per idratarmi con un’ottima crema, per non piombare in un sonno irreversibile stile bella addormentata nel bosco: con l’attuale penuria di principi avrei rischiato di non svegliarmi più.
Assolutamente incapace di intendere, rallentata nei movimenti, nei pensieri e in tutte le funzioni del mio corpo, cerco un letto. Il mio.
Il giorno dopo sono ancora assente, in uno stato di beatitudine e imperturbabilità che nulla ha a che fare con la mia quotidianità.
Una vaga idea l’avevo già da tempo, ma ora ne ho la certezza assoluta: da grande voglio fare
per oscarblog
C’era una volta, in una grande foresta popolata da tantissimi animali, una volpe di nome Ilalla, educata ad essere disponibile e generosa con tutti, soprattutto quelli meno fortunati.
Cervi, cinghiali, scoiattoli, leoni, martore, gufi, scimmie, serpenti… erano diversi da lei e tra loro, per storia e abitudini di vita: buoni e cattivi, sinceri e bugiardi, pacati e irascibili, affabili e dispettosi. Impossibile andare d’accordo con tutti! Eppure lei ci riusciva, perché sapeva vedere il positivo di ognuno. Per questo era circondata da tanti animali che potevano contare su di lei e lei su di loro. Il suo segreto era l’amicizia: una cosa che rende ancora più speciali i momenti felici della vita e che può consolarti nei momenti più tristi e difficili; una miscela di ingredienti fondamentali come lealtà, rispetto, empatia e fiducia.
Un bel giorno, incontrò un’orsa solitaria e musona. Era un’orsa malata di egoismo, viziata e incostante: chiunque le si avvicinava, se la dava in fretta a gambe levate, a causa del suo caratteraccio. Anche la volpe, d’istinto, avrebbe voluto evitarla, ma poi si chiese: “Perché il destino l’ha messa proprio sulla mia strada? E se avesse solo bisogno di conoscere l’amicizia?”
Allora le tese la zampa, per condurla tra gli altri animali e curare il suo male con pazienza infinita e abbondante dolcezza.
L’orsa era brutta e grassa. La volpe le insegnò a curare il suo aspetto, a fare del sano movimento, a procacciarsi solo i cibi più salutari. Divenne carina e un po’ soprappeso. (Era una volpe, mica faceva miracoli!)
L’orsa voleva avere sempre ragione. La volpe le insegnò a mettersi nella pelliccia e nelle piume degli altri. Ma lei si rifiutava. (Problemi di taglia?!)
L’orsa criticava chiunque: “Il cervo mi sta in culo! Il gufo mi sta in culo! La scimmia mi sta in culo!...”. “Ma quanto è grande questo culo?!” avrebbe voluto dirle la volpe, invece di perseverare nel vano tentativo di guarirla dall’egoismo.
Pretendeva la comprensione di tutti, senza mai sforzarsi di capire nessuno. Comunque la volpe gliela mettesse, non andava bene. (Forse la volpe avrebbe da subito dovuto mettergliela in quel posto?!)
Passarono gli anni. Ilalla era ancora lì ad insegnare a dare invece di pretendere, a condividere gli stati d’animo invece di scaricare rabbia e frustrazioni, a riconoscere i propri torti invece di biasimare gli altri.
Iniziarono gli scontri tra volpe e l’orsa, perché ogni tanto la volpe si stancava di essere trattata con sgarbo e tracotanza. (Non era una santa, anche se scoprì presto di essere in lista per la beatificazione!).
Arrivarono pure le discussioni tra la volpe e gli altri animali, che mal sopportavano le prepotenze di un’orsa ormai troppo cresciuta per fare i capricci e incapace di affetto e rispetto: “Lascia perdere!” le intimavano in coro.
Dopo ben 23 anni trascorsi a comprendere, giustificare, perdonare e ingoiare tante rogne, inaspettatamente… arrivò il boccone di troppo!
Ilalla capì sul proprio pelo cosa significhi “essere fuori di sé dalla rabbia” ed ebbe paura.
Da quel momento, stanca di sforzarsi sempre di leggere tra le righe, decise di concedersi il lusso di iniziare a leggere solo le righe.
Per poter curare qualcuno, bisogna che questo qualcuno riconosca di essere malato.