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Vita da Strega

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Strega per gioco e per passione, amo la vita perché riserva sempre sorprese speciali.



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lunedì, 26 febbraio 2007
Discipline ufficiali del C.U.S. 

Dall’attenta osservazione delle abitudini di un campione casuale di soggetti appartenenti al Club Uomini Sposati è emersa una crescente tendenza ad importunare le belle donne libere da legami sentimentali, tanto da farla assurgere a sport nazionale, giocato in due categorie: professionisti e dilettanti.

I professionisti si allenano con assiduità e costanza, non perdono occasione e non si lasciano sfuggire una donna che sia una. Si è portati a pensare che i professionisti si riuniscano in piccoli sottogruppi, per condividere le esperienze, scambiarsi consigli e soprattutto per stilare la classifica mensile/settimanale dei campioni.

I dilettanti sono quelli che, anche senza allenarsi, sentono il desiderio di giocare una partita ogni tanto e forse per invidia, sicuramente per incoerenza, tendono a denigrare pesantemente la categoria dei professionisti, al punto da essere considerati insospettabili.

Un’intervista alle belle donne libere da legami sentimentali, bersaglio, loro malgrado, di questo irrinunciabile passatempo, ha segnalato ipotetici fattori scatenanti: problemi con i figli, frequenti litigi con la moglie, il desiderio di confermare il proprio fascino, il bisogno di rispolverare l’ormai desueta attività sessuale. Ma restano da dimostrare.

Com’è, come non è, i membri del CUS ci provano, forti della convinzione della propria riuscita che si basa sul seguente postulato: le belle donne libere da legami sentimentali sono delle gran maiale e ci stanno con tutti, per definizione.

Lo sport nazionale del CUS può assumere svariate modalità di conduzione, dalla sottile allusione e dalla proposta diretta. I membri del CUS non hanno imparato ancora a scegliere la tattica più giusta a seconda della bella donna di turno, ma si basano solo sull’umore del momento. Un sorriso ammiccante fuori luogo, una mano che “casualmente” va a cercare l’altra, un invito ad appartarsi, una telefonata di troppo, complimenti esagerati, confessioni personali sulla propria vita privata o domande sulle abitudini e sui gusti della preda, sono i tentativi più frequenti di preparare il campo per giocare la partita. Ma c’è anche chi, senza preavviso e senza mezzi termini, avanza una richiesta precisa che non lascia il minimo spazio all’interpretazione.

Non esiste un regolamento ufficiale che vigili sulla corretta conduzione del gioco, ma neanche norme implicite regolate dal buon senso. Per esempio, logica vorrebbe che i membri del CUS azzardassero le avances solo ed esclusivamente a quelle belle donne libere da legami sentimentali che, in qualche modo, si dimostrano bendisposte nei loro confronti. Invece, i membri del CUS, non amano vincere facile: preferiscono lanciarsi dal trapezio senza la rete di protezione. Sono per l’effetto sorpresa. Senza considerare che la sorpresa può avere un violento effetto boomerang.

La bella donna libera da legami sentimentali, per definizione, ha la facoltà di scegliere chi, come, dove, quando e perchè: non se ne sta certo in un cantuccio in attesa che un qualsiasi membro del CUS si faccia avanti.

In più, se provvista anche del dono dell’intelletto, si guarderà bene dall’andarsi a cacciare in una situazione difficile e perigliosa, che la priverebbe di quella luce negli occhi, di quella leggerezza d’animo, di quella movida tipica della condizione di indipendenza di cui gode.

Ma per i membri del CUS non ci sono sfide impossibili: le avances sono un’arma infallibile che fa sempre centro. Non hanno mai valutato quanto un’avance possa risultare sgradita nella misura in cui è la fonte stessa ad essere sgradita o più in generale l’intera circostanza. Non hanno mai valutato quanto l’imbarazzo che suscita una proposta diretta e inequivocabile, possa diventare secondario rispetto alla delusione profonda che si prova nei confronti di chi l’ha avanzata. Perché il rispetto non è subordinabile a nulla, neanche alla vecchia storia dell’uomo cacciatore: perché la caccia in molti posti è vietata, ci vuole la licenza, ci sono specie protette…

Perché se il cacciatore si butta su una preda occasionale e la preda sfugge, pazienza: non si rivedranno mai più. Ma se il cacciatore è chiuso nella stessa voliera della preda, per cause indipendenti dalla scelta personale e quindi inevitabili, la situazione si fa molto pesante.

Senza entrare nel vischioso campo del giudizio morale che potrebbe sollevare inutili vespai, non biasimo il desiderio dei membri del CUS nei confronti di una donna che non sia la loro moglie, perché è umano; tuttavia non è sempre il caso di esternare i propri pensieri. Solo ai bambini è concesso di poter dire sempre tutto quello che passa loro per la testa.

Propongo, pertanto, di stabilire un regolamento ufficiale che disciplini la pratica di questo sport: i membri che saranno sorpresi a giocare senza ottemperare attentamente alle norme vigenti, saranno messi in condizione di proseguire la propria carriera alle Paralimpiadi.


Postato da: ilallallero alle 09:41 | permalink | commenti (37) |

giovedì, 22 febbraio 2007
Sogno o son vecchia? 

Ci sono sintomi che denotano l’avanzare degli anni, come la percezione della stanchezza.

Ero  un caterpillar che non conosceva ostacoli, una wonder woman che non si fermava mai, un pupazzetto della duracell con le batterie sempre cariche, giorno e notte, notte e giorno, a ciclo continuo.

Ora, invece, sono vinta dal bisogno di riposare: mi capita spesso di soccombere alla palpebra calante, all’incapacità di articolare frasi di senso compiuto, alle membra pesanti come fossero di cemento, ostacoli che spesso, alla sera, impongono di porre fine alle attività della giornata.

Poi c’è la difficoltà a ricordarsi le cose.

Avevo una memoria da elefante: giorno per giorno, mi meraviglio di quante cose io riesca a dimenticare tra quelle che mi servono nell’immediato.  A volte mi sveglio nel cuore della notte con il pensiero di ricordare gli impegni del giorno dopo, ma al mattino l’effetto svanisce di nuovo.

L’aumentare degli impegni è spesso proporzionale all’aumentare dell’età, il che rende assai difficile stabilire con esattezza la variabile, tra le due, che pesa di più. Ho provato ad arginare quantità e qualità delle mie dimenticanze avvalendomi di supporti cartacei e multimediali, ma con scarsi risultati. Sono bravissima ad annotare tutto sull’agenda, fin nei minimi dettagli; peccato però che poi io mi dimentichi di aprirla al momento giusto. Fortuna che c’è il secondo paracadute della funzione organizer sul telefonino: un suono martellante mi avvisa quotidianamente, anche più di una volta al dì, che devo dire, fare, baciare, lettera, testamento. Il guaio è che se non dico, faccio, lettera, testamento entro i successivi 3 minuti dalla notifica audio, ripiombo magicamente nel mio beato oblio.

Avrei bisogno di un supporto umano. Una segretaria andrebbe bene per cominciare, ma sarebbe riduttivo che si occupasse solo degli impegni di lavoro; meglio una badante che mi assista anche nella vita privata, assicurandosi che tenga fede a tutti gli impegni presi e alle necessità più strette.

Ultimamente, al mio repertorio di manifestazioni di senilità, si è aggiunto un nuovo sintomo: la lacrima facile.

Sto vivendo una condizione di ipersensibilità agli eventi esterni, che mi porta a commuovermi per un pensiero o davanti a un film o per una notizia del TG. Io piango. Piango per un nonnulla.

Se fossero in palinsesto programmi come “Carramba, che sorpresa!” o “C’è posta per te” mi pagherebbero per sedere in prima fila tra il pubblico negli studi di registrazione.

Non c’è bisogno di scene forti ed eclatanti, di disgrazie grosse e palesi, di drammi sentimentali… la mia lacrima è imprevedibile e mi sorprendo a piangere per l’inatteso calo dell’indice mibtel.

Condizione indispensabile per avvertire il vuoto allo stomaco, il groppo in gola e l’eccessiva umidificazione degli occhi che straripa in due corsi d’acqua salata discreti e silenziosi è la solitudine, perché conservo ancora il senso della dignità;  ma soprattutto perché temo fortemente che, chi  mi conosce da tempo, affretti una diagnosi di nervi a pezzi e mi faccia rinchiudere in una stanzetta, all’ultimo piano di una clinica neuropsichiatria, dando precisa indicazione di buttare via la chiave.

A raccontarlo, quasi non ci credo neanche io. Mi par di sognare. Oppure sto invecchiando.


Postato da: ilallallero alle 10:20 | permalink | commenti (41) |

venerdì, 16 febbraio 2007
Lo schiaffo 

per oscarblog

Parole, parole, parole. Parole taglienti come la lama di un coltello appena affilato, dirette come il gancio di un pugile professionista, brucianti come un dardo infuocato; sono le mie parole, scelte, pesate, combinate per far male.  

Pur nella loro gravità, le parole volano: si librano nell’aria, danzano, fanno capovolte, si fiondano con veemenza al raggiungimento della loro meta.              

Le mie parole sono un’arma impropria e pericolosa ma possono nascondere grossi limiti, indipendenti dalla loro natura, dalla foggia o dall’impiego che ne faccio. Le parole, a volte, anche le più pesanti, diventano deboli: perdono di impatto ed efficacia perché vengono rifiutate. Le parole diventano impotenti quando lo scudo della tua indifferenza prende il posto dell’attitudine all’ascolto e le respinge.

E all’improvviso si fa buio: un buio fitto che avvolge un ostacolo insormontabile.

Lo schiaffo rompe il muro della chiusura, lo sgretola, lo distrugge. Lo schiaffo è vivo e urlante: abbatte ogni difesa, ti spoglia da ogni possibilità di scelta. E’ un atto di prepotenza che si appropria della mia umanità e ruba anche la tua. Solo impoveriti della più grande ricchezza, forse, si riesce ad apprezzare ciò che si ha.

Puoi non ascoltare le mie parole, ma lo schiaffo, tuo malgrado, lo senti.

E’ un moto di rabbia: è la debolezza dell’istinto che prevale sulla forza del ragionamento. Non fai in tempo a decidere, a ponderare: lo pensi e lo scarichi nello stesso istante.

E’ la mano destra che si spalanca e scatta senza controllo: 5 dita di fuoco che raggiungono una guancia e la bruciano. Lo schiaffo è rosso: è il rosso della rabbia che acceca, è il rosso di una passione ardente, è il rosso della sconfitta inaccettabile. E’ il rosso di una mano ferita che, a sua volta, ferisce: si stempera su un volto e diventa vergogna, la vergogna che si vela e si svela di quello stesso rosso.

Lo schiaffo è la voce di cinque dita che imprimono un segno; un segno che resta stampato solo pochi secondi sulla pelle, ma che può rimanere indelebile, per tutta una vita, nella memoria.

Lo schiaffo è un evento inatteso: è la sorpresa che diventa consapevolezza.

La violenza dello schiaffo non risiede nel dolore fisico immediato, quello destinato a scemare nel breve: si manifesta nella ferita che lascia dentro, quella che inizia a dolere in ritardo e che continua a far male nel tempo, nel ricordo che non si cancella. La memoria del dolore è breve, la sofferenza fisica di dimentica in fretta: è un meccanismo di difesa, di sopravvivenza dell’uomo. Eppure lo schiaffo sembra svincolato da questa regola, perché non è un colpo qualsiasi. La sua intensità non vive nell’immediatezza del gesto, ma lascia il passo alla riflessione che, lenta e profonda, ne rivela a distanza significato e valore. E più passa il tempo più fa male: nel ricordo brucia ancor di più che nell’istante in cui l’hai ricevuto. Lo spavento momentaneo di essere stati colpiti disorienta e poi svanisce. Il senso di mille parole rifiutate, racchiuse in una mano, è una cicatrice emotiva che resta. E non smette di gridare.


Postato da: ilallallero alle 15:08 | permalink | commenti (43) |

lunedì, 12 febbraio 2007
L’influenza secondo me 

“Una settimana di influenza è proprio quello che ci vuole per riposarsi”: me l’ hanno detto tutti, ma proprio tutti! Cosa che mi fa sentire proprio una marziana, volendo dissentire. E io lo voglio, fermamente. Chiamatemi bastian-contrario, signor-no o come più vi aggrada, ma non sono assolutamente d’accordo.

Sarò banale e scontata, ma la mia idea di riposo è in salute, meglio ancora se lontano da casa, in qualche ambita meta vacanziera.

Riposo, per me, significa ozio misto a distrazioni: significa svolgere tutte le attività di mio gradimento, senza la minaccia del tempo che scorre, accompagnate da sonni profondi senza il governo della sveglia. Riposo è, per me, sinonimo di libertà.

L’influenza invece, è prima di tutto una forma di prigionia spazio-temporale: sei agli arresti domiciliari e le tue giornate sono scandite dagli orari fissi di misurazione della temperatura, pasti ospedalieri, medicine, vitamine, suffumigi…

Le notti da influenzati sono foriere di sonni della peggior specie: intermittenti, tormentati, sudati, deliranti. E non vedi l’ora che arrivino le prime luci dell’alba per abbandonare il letto delle torture.

Pensi che potresti approfittarne per leggere finalmente il libro che hai comprato da un mese, ma gli occhi acquosi e la testa pesante accavallano le righe rendendo l’impresa impossibile.

Allora non ti resta che vegetare sul divano davanti alla TV, nonostante un palinsesto decisamente deludente, per usare un eufemismo. Per una come me che sta tutto il giorno fuori casa per lavoro, da anni, ritrovare ancora Beautiful e la stessa Brooke come l’avevi lasciata, che gioca allo yoyo con Ridge, che ti fa domandare per quante puntate ancora lo terrà lontano da sé, è un punto fermo decisamente rassicurante; mentre, dopo il naturale sonnellino postprandiale, spalancare gli occhi di soprassalto, per soffiarsi il naso in preda ad una crisi di soffocamento e vedere Costanzo è spiazzante: che anno è? che giorno è? è già notte? ma quanto ho dormito? ho saltato la compressa di antibiotico? Il disorientamento dura finché non ti dicono che sì, è tornato, ma con uno show pomeridiano.

E lì a rimpiangere i bei tempi dell’influenza, quando la TV ti accompagnava con “Il mio amico Arnold”, “Alice”, “I Jefferson”, “Happy Days”… and so on.

Parlare al telefono con qualcuno è impensabile: un po’ perché le persone che vorresti sentire sono al lavoro, un po’perché le sillabe baritonali impastate rendono necessaria la presenza dell’interprete simultaneo. A patto che, chi si trova dall’altra parte della cornetta, non riconoscendoti, pensi ad uno scherzo e ti copra di insulti un attimo prima di riattaccare.

Non appena recuperi la forza di stare in piedi, deambuli per casa come un’anima in pena: un fantasmino che medita atroce vendetta nei confronti del collega untore, causa del contagio, che ha lavorato 3 giorni al tuo fianco, trascurando di rivelarti che aveva 38 di febbre. Ti osservi allo specchio per sperimentare la faccia più cattiva che puoi, con cui rientrare in azienda: ma scorgi a mala pena una figura simile ad prugna raggrinzita di colore grigiastro. Pensi che se avessi avuto gli occhi verdi, l’abbinamento con l’incarnato sarebbe stato migliore…tuttavia, hai il viola delle occhiaie che ci sta ugualmente bene. Peccato solo per il naso alla Mastro Geppetto che fa un tutt’uno con il labbro superiore alla Alba Parietti…


Postato da: ilallallero alle 09:34 | permalink | commenti (49) |

martedì, 06 febbraio 2007
E' arrivata l'influenza 

Coff coff  hhhh coff coff
ehh eehhh ehhptciùuuu
coff hhhh coff coffff
babbia bia gome sdo baaale


Postato da: ilallallero alle 10:28 | permalink | commenti (28) |

venerdì, 02 febbraio 2007
Forse non tutti sanno che… 

per oscarblog

La prima vita non si scorda mai. Se trascorsa nell’ozio e nello sfarzo, poi, la si rimpiange sempre. La mia secolare carriera da strega ha un antichissimo esordio da regina: non una qualunque, ma niente popò di meno che Cleopatra VII Tea Filopatore, per gli amici Cleopatra. Ben 7 regine avevano portato il mio nome, ma famosa come me nessuna mai: perché ero un gran bel pezzo di gnocca, roba che colpisce più di tante chiacchiere e gesta valorose. Certo, avevo molto tempo da dedicare alla cura del corpo e 10 ragazze per me, solo per me: ancelle attente e servizievoli, ma anche adorabili compagne di chiacchiere da salotto. Ogni pomeriggio ci raccoglievamo sul divano e io conducevo il nostro Harem: dibattiti di gossip sul banchetto della sera prima. Ne davo uno al giorno, quindi c’era sempre qualcosa di cui sparlare.

Per essere la più bella del reame, mi lasciavo morire di fame, ma il digiuno forzato non bastava: per mantenermi soda e tonica mi affidavo all’ineguagliabile equipe bellezza e benessere al mio servizio.

La giornata iniziava con il risveglio muscolare: una cammellata attorno alla mia residenza in Alessandria o una corsetta a piedi nudi sulla sabbia, con Sfinge al guinzaglio, il mio cucciolo. A seguire, un’oretta di Via col ventre, la lezione di danza di Etra, la migliore ballerina sul mercato.

Al programma fitness era abbinato l’idromassaggio ai Sali del Mar Rosso, agitato ad aria dalle ancelle immerse nella vasca con me e la seduta di fanghi del Nilo: Azzurro anticellulite e Bianco rassodante, a giorni alterni.

Ogni pomeriggio, mentre mi rilassavo con un bagno di latte d’asina, prodotto tramandato nei secoli dei secoli fino ai mitici anni 80 (quando raggiunse l’apice del successo con il mio nome, Cleo Bagnolatte), ricevevo Castalda, la mia consulente d’immagine, che avanzava le sue proposte su look, trucco e parrucco. Sempre le stesse, che barba! Tessuti trasparenti, pesanti diademi che a fine serata mi davano un gran mal di testa, acqua di rose del deserto, eyeliner marcatissimo attorno agli occhi e caschetto con frangettone. Non c’era verso di farle capire che odiavo la frangia, per via dei fastidiosi brufoletti che mi faceva spuntare sulla fronte: diceva che non potevo rinunciarvi perché esaltava il mio profilo greco. Non era una consulente, era una tiranna d’immagine! Per calmarmi e distendere i tratti del volto dopo le immancabili discussioni, mi serviva la miracolosa tisana di mandragola di Leda e la maschera antirughe a base di miele, datteri snocciolati e succo di palma fermentato, invenzione di Briseide. Vantavo l’incarnato più liscio d’Egitto, neanche una misera zampa di gallina, nonostante le ore di tintarella sfrenata sul terrazzo. Risultato: l’invidia delle donne e l’ammirazione degli uomini!

Ah, gli uomini… li stordivo! Ero bella, simpatica, astuta e spietata: condite il tutto con vino a profusione, profumi inebrianti e… liberate l’immaginazione! Ma la mia arma segreta era la lingua universale. E’ noto che sapessi comunicare, senza l’aiuto di interpreti, con Etiopi, Siri, Arabi, Parti e molti altri… Beh, non certo perché parlavo l’Esperanto, capiamoci!

E’ stata la lingua universale a conquistare Cesare: compagno divertente, premuroso, e grande amatore, che non guasta. Mica come Marco Antonio! Tutte me lo invidiavano, ignare del suo grave problema, definito secoli più avanti “il dramma del bell’Antonio”. Riuscii a salvare la sua reputazione dallo scandalo, scovando un infiltrato tra gli eunuchi, Cefalo, che funzionava fin troppo, visto il risultato: gemelli! Un gesto altruista il mio, peccato che Antonio l’abbia presa male, al punto da uccidersi con la sua spada tra le mie braccia. Così, per consolarmi, partii a bordo della mia sfarzosa Dahebeya, con l’insospettabile Cefalo, per una meravigliosa crociera sul Nilo e poi giù, ad ammirare lo spettacolo dei fondali a Makadi Bay. Mi ero già calata nei panni della vedova allegra e iniziavo a pregustare la mia libertà quando, al ritorno, trovai la mia reggia occupata da Ottaviano che mi pretendeva in sposa. Non potevo cedere: non con un arrogante tracagnotto dall’alito pesante, non dopo aver scoperto la vera passione con Cefalo.

Decisi allora per un gesto estremo: di notte, avvolta dal silenzio, il velenoso bacio di Aspide sul mio seno, per uscire dalla sua vita… pur se ha significato uscire anche dalla mia.

Chi di vipera muore, vipera rinasce. Per sempre.

 


Postato da: ilallallero alle 09:27 | permalink | commenti (32) |