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La moda è ciclica. I look passano e poi tornano e poi passano di nuovo. Succede per i capi d’abbigliamento, per le scarpe, ma succede anche per le capigliature. E accade così che le fashon victims finiscano in trappola, come allodole abbagliate da uno specchietto fatale.
Finché si acquista un capo di vestiario o un accessorio “sbagliato”, perché inadatto alla propria fisicità o perché, una volta tornati a casa non esercita più il fascino desiderato, si può sempre rinsavire ed evitare di sfoggiarlo; ma quando ci si lancia in una modifica del proprio look, incidendo direttamente sulla fisicità, si paga lo scotto per più tempo.
Da ottobre, l’uscita dei nuovi trend per i capelli, ha rilanciato la frangia che è presto divenuta un vezzo ad altissima tiratura.
Non ricordavo una diffusione così elevata della frangia dal 1993. Lo affermo con sicurezza, non perché io mi segni le annate con i relativi trend, ma perché l’anno è stato significativo per altri motivi e lo ricordo in associazione al fenomeno “frangia di massa”.
Come mai sono trascorsi più di 10 anni prima di un revival della frangia? La risposta è sulla faccia delle donne che l’hanno adottata: la frangia non è per tutte. E’ veramente difficile che la frangia doni: non basta la fronte alta, serve anche una linea del viso particolare, un’espressione azzeccata. Ci vuole la faccia da frangia. La frangia è come la testa rasata: non sta bene a tutti e soprattutto, te ne accorgi solo dopo che l’hai fatta. Spesso, anche il viso più bello, per colpa di una frangia perde, diventa insignificante.
Il mare magnum delle frange in circolazione offre diversi esemplari: quella da frate francescano, a metà fronte, che da quell’idea di malformazione nello sviluppo; quella lunga, un sipario che scende davanti agli occhi, che chiude ogni contatto con il mondo esterno; quella folta e fitta, che sembra un posticcio carnevalesco; quella sottile, formata da 4 peli che si aprono a raggiera e si schiacciano sulla fronte, a mo’ di tatuaggio, che sembra dire “vorrei ma non posso”; quella riccia che somiglia ad un gomitolo di lana intrecciato …
La frangia non perdona: è un gesto che, una volta fatto, chiede un’assunzione di responsabilità.
La frangia, quando l’hai fatta, non puoi più ignorarla: devi starle dietro mensilmente, sia che tu sia soddisfatta e abbia deciso di conservarla, sia che tu appartenga alla categoria dei pentiti e voglia trovare rimedio facendola crescere sotto un’altra forma. In entrambi i casi va spuntata, ritagliata, sfilata, re-indirizzata… altrimenti, quello che si vede in giro (che vedo!) è la crescita numerica, nella popolazione femminile, di esemplari neo-mitologici, metà donna-metà shnautzer.
Il must del mio gruppo vacanze è da sempre il “viaggiare pratico”, che trova la sua massima espressione nella cosiddetta “valigia intelligente”: quella, cioè, che contiene lo stretto indispensabile, tagliato sulle caratteristiche della destinazione e soprattutto, proporzionato alla durata del soggiorno.
Il must del mio gruppo vacanze non è mai stato il mio must. Io vivo all’insegna di tutt’altro manifesto programmatico: l’esagerazione!
Eppure stavolta, per una volta, anche io, si io, proprio io, ho deciso di mettermi alla prova, raccogliendo la sfida della valigia intelligente: una scommessa con i miei compagni di viaggio, ma soprattutto con me stessa.
Non che la mia sia stata mai una valigia stupida, tuttavia bisogna riconoscere che sia portatrice di qualche lieve handicap. La mia valigia è diversamente abile: non la riempio di indumenti o accessori inutili per la meta o per il periodo, semmai ho la tendenza a premunirmi di fronte ad ogni eventualità, privilegiando il vezzo della previdenza, valorizzando la qualità senza rinunciare alla quantità.
Per farla breve e chiara: di solito mi porto appresso questo mondo e quell’altro! Ho l’occorrente per cambiarmi anche 3-4 volte al giorno, neanche fossi Milli Carlucci che presenta qualche Gala. Molto spesso la metà degli indumenti che mi seguono non hanno proprio occasione di uscire addosso a me alla scoperta di un posto nuovo: e ripeto, non perché inadatti ma perché decisamente di troppo. Poi, quando è ora di tornare a casa, i panni intonsi si mischiano con quelli sporchi che hanno villeggiato e folleggiato, e devono essere lavati anche loro. Risultato: solo un gran sbattimento!
Complice di questa insana abitudine è sicuramente la mia valigia: più che una valigia è un mini-appartamento sulle rotelle. Finché c’è spazio da riempire, il senso della misura tende a dissolversi: così, all’atto pratico, ascolto sempre quella vocina che mi sussurra “ci entra, portalo!”. E se aggiungete che ho avuto, secoli fa, un fidanzatino scout che mi ha insegnato tutti i trucchi salva-spazio, capirete che Mary Poppins e Doraymon, in confronto a me, sono solo dilettanti.
Per una vacanza al mare di una settimana arrivo a portarmi anche 10 bikini. E se ricordate la mia incapacità di rinunciare al pendant, per coordinarli con tutto il resto, i capi nella valigia si moltiplicano in modo esponenziale: bisogna fare per 10 le magliette, i pantaloncini, i pareo, le fasce per i capelli, le ciabattine, gli occhiali da sole…
Il difficile, stavolta, non è stato limitare la scelta a quei 3-4 colori di base attorno a cui far ruotare diverse possibilità di combinazione, ma trattenermi dal portare a compimento una serie di acquisti non preventivati per colmare alcune lacune.
Ho dovuto comprare appositamente alcuni accessori passepartout, -concetto contrario alla mia religione-, che mi togliessero dall’imbarazzo di raddoppiare le quantità preventivate. Passi per un paio di ciabattine, per una borsa, per una cinta, per i prodotti di igiene e bellezza in formato mignon … forse potevo risparmiarmi l’ennesimo paio di occhiali da sole, ma non l’ho fatto.
E in ultimo, anche se da capolista, il vero primo passo verso la valigia intelligente è stato quello di acquistare una valigia di dimensioni intelligenti. Per evitare la frana di tutti i miei buoni propositi al minimo accenno di spazio ancora disponibile, per non ricadere nel sordido tranello antico “melius abundare”:
La sfida, alla fine, l’ho vinta. Ma a conti fatti, mi è costata cara.
D’altra parte, l’intelligenza …paga!
In una notte tempestata di stelle, mentre passeggiavo sul piccolo molo di Santa Maria,
Tanto tempo fa, il Sole, come sua consuetudine, stava riscaldando la superficie del nostro pianeta quando, all’improvviso, la sua attenzione fu attirata da un riflesso che sembrava fargli l’occhiolino dal cuore dell’oceano Atlantico. Incuriosito, il Sole si avvicinò e concentrò i suoi raggi su quel chiarore magico, cercando di penetrare lo specchio dell’acqua. Questa dolcemente evaporò, scoprendo la costellazione di cristalli di sale che aveva inviato quell’ occhiata seduttrice. Il Sole aveva tolto il velo, denudando il sale con il quale si sarebbe unito, come l’oro con l’argento. Emerse un’isola: Sal era nata.
Qualche post fa, Oscar mi regala un biglietto omaggio per viaggiare, dove e come voglio, e io sparisco per qualche tempo. Che combinazione! Si potrebbe facilmente dedurre un rapporto di causa-effetto tra l’ultima prova del concorso e la mia settimana di vacanza: ma non è come sembra.
Potrei attribuirgli la responsabilità di aver reso ancora più urgente, con l’ultima prova sul viaggio, il mio desiderio di partire: ma non è neanche così.
Si tratta solo una bizzarra coincidenza: un biglietto l’avevo già in mano per davvero.
Se partire è sempre emozionante, per quel senso misto di attrazione, preoccupazione, ricerca, fatalità che l’ignoto scatena, tornare lo è ancora di più, per la voglia di riconfermare il valore affettivo di una meta.
Sono tornata sulla mia piccola scheggia di terra vulcanica, a rivedere quel paesaggio lunare spianato dall’erosione, che permette l’incontro di due giganti: il deserto e l’oceano.
Ho ritrovato l’allegria di un popolo semplice e colorato, come le sue barche e le sue case che paiono disegnate ad acquerello. Ho riscoperto quel senso di vertigine nel guardare, in cima ad un faro abbandonato, migliaia di chilometri di mare smeraldo. Ho riabbracciato il vento caldo che ti segue ovunque e ti resta dentro: vitale come il respiro, intimo come l’anima. Ho camminato su spiagge infinite, morbide, dorate, tra sabbia e schiuma. L’onda ha cancellato le mie impronte e il vento ha dissolto la schiuma. Ma quel mare e quella spiaggia rimangono.
Ma non ditelo in giro. Ai soliti lividi curiosi che faranno domande sulla mia abbronzatura, risponderemo che non è come sembra: che ho fatto l’abbonamento al centro lampade UVA qui di fronte!
Le trasmissioni riprenderanno al più presto possibile.
per oscarblog (per l'ultima volta)
V come vertigine: la vertigine di un volo leggero e veloce, con un istinto infallibile per la direzione; ma anche la vertigine scatenata da sensazioni contrastanti come curiosità, desiderio di scoperta, voglia di novità e ansietà, incertezza, timore dell’ignoto.
I come imprevisto: un contrattempo, un disagio o lo stupore della sorpresa che supera il carico di aspettative con cui si parte, che spalanca le porte del nuovo mondo offrendo molte più occasioni di quelle attese.
A come avventura, quello che verrà, che non si conosce ancora: muoversi, sentire l’acuto prurito della propria vita, scendere dal letto di piume e fare esperienza di spazi diversi da quelli abituali.
Andare, come risposta all’irrequietezza umana. Andare da qualche parte, si, o anche solo andare; perché a volte, più importante del dove, è il come ed il perché del nostro andare.
G come gente da incontrare, osservare, conoscere: altro da sé a cui mescolarsi, adeguarsi, nel rispetto delle diversità, lasciando a casa le certezze, i preconcetti e il senso di superiorità; gente a cui relazionarsi, con una immensa voglia di comunicare, capace di superare ogni barriera linguistica.
G come girare il mondo per familiarizzare con nuovi orizzonti: l’orizzonte aperto a 360° del mare, l’orizzonte brusco di un’aspra parete di roccia che blocca lo sguardo, l’orizzonte pianeggiante del deserto che sfugge sempre più avanti e sembra non farsi mai raggiungere, l’orizzonte morbido di boschi e colline che permette allo sguardo di vagabondare in libertà. E il proprio orizzonte, quello immenso della mente, che le lascia sognare infiniti altri spazi al di là di tutti questi.
I come incontro di identità, culture, abitudini: ogni viaggio ha in serbo un dono per il visitatore e ogni visitatore porta qualcosa al luogo che visita. Azione e reazione sono una legge insuperabile: l’equilibrio di due effetti che si raggiungono, senza essere premeditati, perché insiti nella natura delle cose.
A come arrivo ad una meta che è un nuovo punto di partenza: il viaggio non inizia e non finisce lì.
R come ritorno. Viaggiare per fuggire dalla routine, ma anche per abitudine; per svago, per inseguire un sogno o per dimenticare un amore finito; per conoscere o per semplice desiderio di libertà; per la gioia di partire... e per quella di tornare. La fine di un viaggio è sempre l’inizio di un altro, basta avere un buon pretesto per ripartire.
E come emozione: l’emozione di fare esperienza dello spazio, dei colori, degli odori, di amare anche il brutto, il disordine naturale, l’imperfezione di un luogo fuori dal nostro controllo. Solo così paesaggi e persone non scivolano addosso, ma restano attaccati alla pelle per sempre.