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La borsa è il più comune e diffuso accessorio femminile, deputato al contenimento e trasporto di oggetti vari, utili e futili, che una donna non può fare a meno di portare con sé.
Gigante o lillipuziana, sportiva o elegante, da giorno e da sera, estiva o invernale, pratica o ornamentale, la borsa è sempre la più fida compagna delle donne.
Puoi vederla appesa ad una spalla, ciondolante da un polso, tenuta a mano o stretta sotto il braccio, portata con disinvoltura o come un peso insostenibile, ma difficilmente vedrai una donna che se ne va in giro senza borsa. Il modello, il materiale di cui è fatta e il modo di tenerla raccontano la donna, la sua individualità, il suo stile di vita. Se la foggia affascina, il contenuto è a dir poco avvincente. Curiosare nelle borse delle donne equivale a fare un viaggio emozionante nell’universo femminile perché il kit di base soldi, chiavi, documenti e telefonino è corredato da un personalissimo pacchetto di sopravvivenza, variabile lungo il continuum che va dallo stretto indispensabile fino alle risorse per affrontare il più inaspettato degli imprevisti. La borsa diventa così un guazzabuglio di cosmetici, carta, elettronica, generi di conforto, medicine e parafarmaci, … e tanto altro ancora che non è dato di sapere: ciò che realmente si cela in una borsa resta un segreto tra la borsa e colei che la possiede.
La borsa è anche l’accessorio più chiacchierato dall’universo maschile. L’uomo tende a sminuire la sua importanza, a criticare le sue fattezze, a sottovalutare la sua capienza, a sottolineare il fastidio di portare addosso un’appendice. Lui, che riempie le tasche dei pantaloni fino a deformare la propria silouette, lui che in virtù di pesi, spesso mal distribuiti, assume un’andatura goffa e storta, si permette di sindacare sull’uso della borsa.
Perché? Perché la storia è ciclica, perché i fatti si ripetono, perché nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma: perché se Freud fosse ancora vivo ai giorni nostri, abbandonerebbe la teoria dell’invidia penis femminile per dedicarsi ad uno studio approfondito sull’invidia borsae, nevrosi contemporanea di esclusivo appannaggio maschile.
L’uomo, nel suo inconscio, è afflitto dalla discriminazione sessuale esercitata dalla borsa. La borsetta nasce come oggetto prettamente femminile e ha accompagnato la storia dell’emancipazione delle donne, della libertà di portare con sé gli oggetti desiderati, senza doverli mostrare in pubblico.
La borsa è un simbolo, un simbolo che non gli appartiene e la difficoltà di accettare che la donna possa godere di un privilegio che a lui è stato negato viene compensato da un meccanismo di difesa dell’io che si esplica nella denigrazione del privilegio stesso: oggetto inutile e simbolo di debolezza.
Eppure, questi stessi uomini, non appena hanno accanto una donna borsa-munita, la pregano di accogliere al suo interno il proprio necessaire, tenuto a stento tra le due mani giunte, con l’espressione compassionevole di un mendicante, costretti a svelare, loro malgrado, il proprio kit di sopravvivenza.
E quanto la prendono a male se la donna borsa-munita dichiara di non avere spazio sufficiente o voglia di appesantire il carico con altri articoli che non siano i propri!
L’uomo svela le proprie carte, la donna cela i propri misteri anche nella borsetta più minuta.
Ci accusano di indossare borse troppo piccole, di possederne troppe, di riempirle troppo, di non essere in grado di trovare quello che ci serve quando serve, trovano i modi più subdoli per sbirciarne il contenuto, inventano storie assurde per convincerci ad uscire senza … pur di sapere quante e quali diavolerie ci portiamo appresso!
Potrei raccontarvi per filo e per segno come si è svolta la giornata a partire dal mio risveglio.
Potrei elencare tutte le persone che ho conosciuto e tutti i link che hanno assunto fattezze umane e …anche disumane.
Potrei confidarvi il piacere di aver rivisto alcuni amici dopo tanto tempo e di aver fatto piacevolissime conoscenze.
Potrei aggiornarvi sull’elenco dei testi “che non possono proprio mancare” nella vostra biblioteca personale.
Potrei ammettere con sincerità che non pensavo mi sarei divertita così, pur rinunciando ad una splendida giornata di mare.
Potrei relazionarvi su tutti gli interventi tecnici dando sfoggio delle nozioni accumulate (a questa non ci crede nessuno, io per prima!)
Potrei, ma non lo farò.
Una sola su tutte ve la voglio dire: mai e poi mai avrei immaginato che in un Pub Camp avrei avuto occasione di muovere i miei primi passi di tango sotto la guida di un vero maestro!
In una calda sera infrasettimanale di inizio estate, quando sei troppo elettrico per dormire ma poco invogliato ad uscire, quando hai bisogno di cimentarti in un passatempo capace di conciliare il sonno ma non puoi contare sul palinsesto televisivo, che fai? Io devo concentrarmi in qualche attività manuale che mi aiuti a scaricare l’adrenalina in eccesso. Di solito creo: infilo collane e bracciali, decoro maglie e pantaloni, tingo scarpe, realizzo cornici, personalizzo qualsiasi oggetto mi capiti a tiro. Ma si tratta di operazioni che richiedono attenzione e concentrazione, e l’altra sera non ne avevo proprio. Così, girovagando per casa come un’anima in pena, ho pensato bene di curiosare in quelle “zone dimenticate”, quei buchi neri che inglobano tutte le cose che non vuoi vedere ma che, proprio perché nascoste, ti dimentichi di buttare. Casa mia è disseminata di aree a rischio, dove aleggiano, visibili solo a me, cartelli minatori del tipo “non aprire quella scatola!” oppure “non frugare in quel cassetto!” o ancora “gira alla larga da quel ripostiglio!”. Vivo sul set di un film horror, mi muovo su un campo minato, ma la colpa è solo mia, perché tendo a conservare un po’ di tutto nei meandri degli spazi abitabili, aspettando la forza e il coraggio di disfarmene.
Tra il riso e il pianto, entrambi segnali di disperazione, l’altra sera ho rinvenuto, in ordine di comparizione e in lizza per il miglior offerente:
-maglia a mezze maniche beige, lunghezza chanel, con una testa di tigre stampata sul davanti, regalo di compleanno di una zia lontana, che è bene stia lontana da me anche fisicamente. La taglia è abbondante, diciamo pure che funziona da comoda maglietta tandem, per due della mia stazza e un po’ di più.
Perfetta per le signore di mezza età che si sentono ancora ruggenti dentro e vogliono comunicarlo anche fuori.
-collezione di cucchiaini di plastica da gelato di tutte le dimensioni, fogge e colori. Servizio da n pezzi tendenti a infinito, raccolto –credo- in almeno un decennio. Li cedo insieme alla scatola cilindrica di latta che li contiene (perché se la tengo, mi verrà presto in mente di riempirla di nuovo con qualche altra trovata geniale delle mie).
Utile per chi ha spesso ospiti per il gelato e vuole risparmiare i cucchiaini del servizio buono; ancora più utili per chi sta aprendo una gelateria artigianale, per sgravare dall’investimento iniziale il costo dei cucchiaini.
-collana intera di romanzi della Prof.ssa S.C., gent.ma concittadina, follemente innamorata di mio padre, da sempre. Ogni volume è stato infilato nella buca delle lettere direttamente dall’autrice e contiene una dedica autografata a mio padre in cui dichiara la sua passione camuffata dietro dichiarazioni di stima e di affetto. Trattasi di romanzi snelli d’aspetto ma pesantissimi nei contenuti, si suppone che ci siano elementi autobiografici e soprattutto che la stampa sia autofinanziata dalla scrittrice in persona. Nessuno mai, tra familiari, amici e conoscenti, ha avuto il fegato di spingersi oltre il primo capitolo del primo libro.
Consigliata ai divoratori incalliti della carta stampata, capaci di appassionarsi a qualunque forma di lettura, incondizionatamente, codici a barre compresi, o ai possessori di caminetti e barbecue.
-raccolta di barattoli di varia capienza, originariamente contenitori di prodotti cosmetici in crema, in gel o in polvere, perfettamente tirati a lucido dentro e fuori, e conservati al riparo dalla polvere.
Indicata a chiunque desideri realizzare una Matrioska singolare, con lo stesso principio dell’originale russa ma dall’aspetto più internazionale.
L’asta è aperta.
"Kubeia (da kubos, ’cubo’, cioè dado per giocare) è un progetto in cui i princìpi del gioco (abilità, spazio, regole, tempo, casualità,..) vengono trasportati nell’ambiente coreografico, creando un andare e venire tra i due ambiti. Vorrei quindi sviluppare situazioni basate sull’agire un gioco-partita. Questo permetterà alla danzatrice e al musicista di danzare-suonare esplorando diversi livelli di coinvolgimento: dall’uso di strutture precostituite fino all’improvvisazione, che saranno messe ’in gioco’ rispetto ad uno spazio simbolico al quale si accederà attraverso il lancio di un dado che consentirà di mantenere l’aleatorietà delle azioni.”
Mi fermo qui. Chi ha capito non ha bisogno del prosieguo. Chi invece non ha capito, può risparmiarsi comunque di leggere il resto, perché non gli sarebbe di grande aiuto. Come non lo è stato per me, fidatevi.
Questo è il preludio della presentazione di uno spettacolo di musica e danza a cui ho assistito, attirata dalla voglia di sentire dal vivo Paolo Fresu. Peccato che non abbia suonato: tromba live ed elettronica era lo specchietto per le allodole come me, che in realtà stava ad indicare “rumore, rumore”.
Mai sentita prima, la ballerina; per l’appunto, ora non ne ricordo il nome.
Soffiare la stessa nota in quella tromba per diversi minuti, dimostra sicuramente un fiato senza pari. C’erano fior fiori di persone in ammirazione. Peccato però, che quando un bambino di 5 anni fa lo stesso, con una trombetta giocattolo in casa, dopo averlo rimproverato aspramente, gliela strappi di mano.
L’aspetto elettronica non è secondario né trascurabile, peccato che per descriverlo io possa avvalermi solo di onomatopee, che non rendono al meglio l’idea, ma ci provo ugualmente: “chchchchchchch”, “frrrrr frrrrrrrrr fsssshhhhhhhhhhh”, “sdeeeeeuuuung”, “sdeeeeeuuuung”, “chchchchchchch”. Anche questa, una performance degna dei migliori giochi improvvisati dei bambini che, però, sarebbero stati di nuovi dissuasi dal proseguire con un convincente e inequivocabile ceffone.
Nel bel mezzo del frastuono una ballerina che non tiene le posizioni e l’equilibrio. “ Beh, ma sta improvvisando!”. Ho capito, ma è una ballerina, mica hanno fermato la prima sciancata che passava per strada! Si è ripresa sul finale, facendo acrobazie, nuda, in un cubo trasparente illuminato da fasci di luce blu. Qualcuno ne avrà apprezzato le pudenda, io ho notato una eccellente forza muscolare. Ma ero lì per vedere una performance di danza.
La location è stata originalissima: un ex mattatoio. Ganci enormi pendevano sulla platea, quasi a voler giustificare l’atmosfera da thriller. Per un attimo ho sperato che uno di quelli si staccasse dal soffitto e infilzasse uno spettatore a caso, per calcare un dramma di urla e sangue che si sarebbero intonati perfettamente al resto; finché non mi sono accorta che ce n’era uno penzoloni proprio sopra la mia testa.
Si, d’accordo, sono grezza e ignorante, non sono in grado di apprezzare certe finezze. Ma posso dire liberamente che non mi è piaciuto? Non capisco perché si debba necessariamente uscire da questi spettacoli estasiati, perché si debba trovare a tutti i costi un piglio positivo. Di positivo c’è senz’altro l’ingresso gratuito. Che poi abbiamo preso un granchio, però, non è secondario. Perché bisogna a tutti i costi giustificare gli artisti, colpevolizzandosi per non essere riusciti a capire lo scopo, il messaggio, il fine ultimo della performance e quindi non avere in mano le carte per valutare?
Per me è molto più semplice: qualunque cosa ci sia dietro o sotto o di lato, poco importa. Non mi è piaciuto.
Non ho mai fatto mistero della mia incapacità di curare le piante: ne ho parlato agli esordi del blog, raccontando una serie di aneddoti significativi di morti premature e non credevo che avrei di nuovo trattato l’argomento.
Ma ho un padre talmente fissato e ostinato che ogni estate, quando mi sposto nella residenza al mare, mi fa trovare nuove fioriere di gerani “indistruttibili” da accudire, rimettendomi di fronte alla sfida di trasformare il mio punto debole in un nuovo punto di forza.
Non c’è forma vegetale piantata in un vaso che sia in grado di convivere con me. Non serve che vi prodighiate ad elargire consigli sui pochi accorgimenti utili per trasformare un pollice qualunque in un pollice verde, sono un caso irrecuperabile. Non raccontatemi l’arte di far fiorire e rifiorire, perché sarebbero parole vane. Io sono ferma allo stadio primordiale, neanche al primo stadio; non all’ABC, ma alla A dell’ABC; alla conditio sine qua non, tanto banale quanto fondamentale: innaffiare.
Io mi dimentico di innaffiare le piante.
Le piante si annaffiano la mattina presto o la sera tardi, così ho provato ad associare l’operazione di innaffiare con le mie azioni quotidiane, sfruttando i trucchetti che ci insegnavano alle elementari per fissare le nozioni, tipo il “Ma Con Gran Pena Le Reti Calan Giù” per ricordare i nomi delle Alpi: mattino-colazione, così come faccio colazione io devo far fare colazione alle piante; sera-doccia, mi rinfresco io e do una bella rinfrescata anche a loro.
Ma al mattino presto, con i minuti contati per assumere sembianze umane prima di recarmi al lavoro, mi passa di mente; e alla sera, terminato il mio programma di decompressione e relax, resetto l’elenco di tutte le attività che si trovano nella directory del dovere.
Io mi annoio ad innaffiare le piante.
Apri il rubinetto, riempi l’annaffiatoio, svuotalo in un vaso e ripeti l’operazione n volte per n vasi. Ho provato a superare lo scoglio della ripetitività, operando in velocità: la riduzione dei tempi d’azione come antidoto alla noia. Un annaffiatoio da 5 litri, ad esempio, si riempie una volta sola. Ma scorazzare da un balcone all’altro della casa con una simile zavorra richiede uno sforzo muscolare notevole e la quantità d’acqua che si rovescia lungo il tragitto è sempre superiore a quella che finisce ad abbeverare le piante.
Quindi, ricapitolando, il problema è che mi dimentico di innaffiare e, nell’improbabile caso che me ne ricordi, tendo a rinviare l’attività a “dopo”. Un “dopo” molto elastico e indefinito, che va dal “tra 10 minuti” al “domani”; un domani che le mie piante, prima o poi, più prima che poi, non arrivano a vedere.
Una sola volta i miei gerani sono sopravvissuti fino ad agosto, salvo soccombere sotto una breve ma incisiva grandinata; generalmente, a metà luglio, i miei vasi contengono antiestetici rametti secchi degni di un gelido inverno.
E non è un bello spettacolo. E me ne dispiace. Non mi diverte il ruolo di serial killer di fiori. Vorrei che mio padre lo capisse, gliel'ho detto in tutti i modi, ma lui è più testardo di un mulo. E’ lui che le uccide, per mano mia. Io sono il braccio, inconsapevole; lui è la mente, la parte lucida di questa associazione a delinquere.
Il mio fallimento degli ultimi anni, quanto meno, lo ha spinto a ridimensionarsi: ridurre il numero dei vasi da
Non mi resta che saggiare la loro tenacia ad una vita di stenti. Stavolta, però, con l’aggravante del dolo.
In una calda mattina di luglio di qualche anno fa –facciamo anche qualcuno in più- io e la mia amica-sorella-compagna di merende appetitose in quel di Bologna, svestite di tutto punto, dividiamo, al solito, la sella di uno scooter per dirigerci alla volta di una delle nostre meravigliose avventure.
Lungo i viali, complice un semaforo rosso, un taxista ci affianca, abbassa il finestrino ed esterna il suo pensiero: “Se rinasco motorino, voglio nascer quel motorino lì”.
Abbiamo riso allora e ridiamo ancora adesso. Ogni volta che si parla della possibilità di rinascere in nostra presenza, torna fuori quell’omino dall’espressione furbetta e dall’accento inconfondibile.
Oggi penso di nuovo a lui, senza ridere. Oggi, per la prima volta, prendo spunto da lui in modalità semi-seria: forse è solo un desiderio di evasione, un bisogno di cambiamento, un senso di insoddisfazione che torna ciclicamente e mi porta a fantasticare sulla possibilità di una mia prossima vita. Oggi voglio cavalcare una chimera che si presenta con le sembianze di Pegaso e guardare tutto dall'alto, a distanza.
Io non lo so se rinascerò, ma se rinasco un’altra volta…