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I miei ex fidanzati avevano una caratteristica in comune: si chiamavano con un nome doppio, come Gianluca, Gianpaolo, Gianluigi… Ciò che è sempre sembrato a tutti una pura casualità, per me non lo era.
La spiegazione che mi sono data è abbastanza semplice: per me ci vuole un uomo che valga per due. E ci ho sempre creduto, finché giorni fa, ho ricevuto un’email di Pupina che mi ha fatto riflettere in proposito... Quindi, depongo la mia teoria e abbraccio la seguente, quella sui 5 segreti di una donna felice:
1 E' molto importante trovare un uomo che condivida con te la responsabilità e i compiti della casa e che abbia un buon lavoro.
2 E' importante trovare un uomo allegro, che sappia godere del ballo, delle passeggiate e che ti faccia ridere.
3 E' importante trovare un uomo tenero dal quale si possa dipendere affettivamente ma che non ti sottometta e inoltre che non menta.
4 E' importante trovare un uomo che sia un buon amante e adori fare sesso con te.
5 E' molto, ma molto importante, che questi 4 uomini non si conoscano tra loro.
“A Natale sono tutti più buoni”. Questo è quello che ci hanno inculcato fin da bambini. E magari noi vorremmo crederci, vorremmo anche esserlo, ma ci viene assai difficile. Quello che invece vediamo, che ci colpisce e ci travolge, è che a Natale sono tutti più aggressivi e iracondi. E’ colpa dei regali!
La corsa ai regali di Natale è la più grande forma di espiazione dei peccati: i credenti ne sono consapevoli, gli atei lo fanno senza saperlo e senza volerlo. Non ho ancora mai sentito una persona dichiararsi lieta di comprare i regali di Natale. Pare sia un grandissimo sacrificio, prodotto di due costanti: l’entità della spesa e la mancanza di idee. Visto che il risparmio è un’esigenza comune, direttamente proporzionale al numero di regali da acquistare, e col passare degli anni abbiamo già sfruttato tutte le idee a basso costo, affrontiamo lo shopping natalizio come una gogna da cui fuggire prima possibile.
Sono chiaramente escluse dal computo quelle poche persone a cui fa piacere fare il regalo e da cui fa piacere riceverlo; il dramma risiede nel corposo numero dei pensierini che si “devono” fare per forma (o per forza). Troppi. Ogni anno di più. Ed è assai difficile trasformare la percezione di dovere nella sensazione di piacere. La lotta intestina tra quello che vorresti fare e che invece devi fare, è foriera di grande stress.
L’ansia raggiunge livelli sensibili allo scattare dell’8 dicembre, per trasformarsi in isteria di massa la sera del 24: perché c’è anche chi preferisce lo scatto in velocità alla maratona.
Io ho notato 3 macrotipologie di Babbo Natale: sono quelle a me familiari, ma vi invito a farmene conoscere delle altre.
Ci sono i “previdenti”, quelli che arrivano agli inizi di novembre che hanno già fatto tutti i regali. Sono persone che vivono costantemente in modalità “regali-di-natale”, quindi, ogni occasione, in qualsiasi periodo dell’anno, è buona per acquistare pensierini natalizi. Anche a ferragosto, mentre sono in vacanza dall’altra parte del mondo, se vedono su una bancarella un gingillo non meglio identificabile ma decisamente economico, i previdenti lo prendono subito perché senz’altro riusciranno a rifilarlo a qualcuno al prossimo Natale.
Ci sono poi gli “organizzati”, quelli che iniziano a calarsi nella giostra dei regali a tavolino. Carta, penna e calamaio, dividono il foglio in tre colonne: nome, regalo dell’anno precedente, regalo ipotizzato per le festività in corso. Si tratta di persone che comprano anche pensierini a stock, per risparmiare; sono da ammirare perché, quanto meno, si sforzano di non omaggiarti della stessa cosa per due anni di fila. Io, per esempio, ho ricevuto per 3 anni di seguito un porta rossetto da borsetta con piastrina in argento, lo stesso identico per ben 3 volte (e voglio tralasciare il fatto che io non usi il rossetto).
Spesso, però, nel marasma generale della merce a stock, ti regalano cose che non sono assolutamente pensate per te. Anche su questo dovrei omettere le volte in cui ho ricevuto sciarpe, guanti e maglioni di lana, nonostante la mia notoria allergia alla lana.
Ci sono infine i “riciclatori”, quelli che scartano con la pazienza e la minuzia dei mastri restauratori il loro pacchetto, perché già sanno di richiuderlo perfettamente e rispedirlo indietro a qualcun altro al Natale seguente. Peccato che tra di loro ce ne siano di disattenti, che spesso lo rimandano al mittente. Mi è successo anche questo, si.
A che categoria appartengo io?! Io sono inclassificabile, sono un ibrido! Mi capita di scrivere cosa regalare e a chi, come di comprare un pensiero di natale in anticipo; mi impegno a scegliere un regalo tagliato su chi lo deve ricevere così come mi è successo di prendere una cosa solo perché rispondeva ad esigenze di budget. Ma non ho mai riciclato nulla. Credetemi. Non l’ho fatto solo perché porta sfiga!
Fare l’Albero di Natale in azienda è una gran rottura di palle. Ecco perché quando il Boss, anni fa, con l’inaugurazione della nuova palazzina uffici, ha deciso che voleva un albero nuovo fatto ad arte, ho lasciato che le mie colleghe si scannassero tra loro per scegliere gli addobbi e disporli. Ho solo fatto presente di comprare un albero più piccolo di quello che avevano puntato, per diminuire la spesa e le tempistiche di allestimento; ma hanno fatto orecchie da mercante.
Le festività 2004 sono state all’insegna dell’entusiasmo: 4 colleghe hanno rinunciato per due giorni alla pausa pranzo pur di dedicarsi “anema e core” alla preparazione dell’albero di Natale perché fosse più bello di tutto il mercato industriale worldwide. L’anno dopo, passata la novità, nessuna aveva più voglia, interesse, piacere di addobbare l’albero. Specie chi, in seguito ad una riorganizzazione degli uffici, aveva di nuovo cambiato palazzina. E così, è rimasto tutto in mano alla centralinista: una tapanella di
Al 12 di dicembre del 2005, l’albero non era ancora stato fatto. Chiedo come mai alla centralinista, che si abbandona ad una crisi isterica e mi aggredisce dicendomi che lei ha tanto da fare. Mi armo di santa pazienza e mi faccio portare il necessaire dai due energumeni che qui prestano servizio facchinaggio, pulizie, spostamenti (i veri addetti alla logistica!). Sotto gli occhi sbalorditi della centralinista, mi limito a spiegarle che anche io avrei da fare e che preparare l’albero di Natale non mi diverte neanche a casa, ma si deve fare e io sto guardando al positivo: fare un po’ di lavoro manuale per far riposare la testa. Unica precisazione: due ore della mia giornata di lavoro spese ad addobbare l’albero, costano all’azienda almeno il doppio delle sue.
I complimenti per il mio albero fioccano da tutti i piani e da tutti i reparti aziendali, ma rivolti a lei, la centralinista, che se li prende comunque, senza troppe precisazioni.
Decidiamo, da allora, di riporre l’albero addobbato: così più nessuno dovrà perdere tempo inutilmente. Il compito reputato della massima responsabilità per l’immagine aziendale è rimbalzato di mano in mano, per piombare addosso ai due energumeni e arrestarsi lì. Sono due anni, quindi, che l’albero di natale è sempre pronto all’uso: basta solo schioccare le dita e i due signori, certo non famosi per delicatezza e cura, si adoperano al trasporto. Come stanno facendo or ora. Tuttavia, continua ad essere una rottura di palle. Stavolta in senso proprio. Sento le palle che si rompono. Vanno in frantumi. Fanno rumore. Sono quelle dell’albero di Natale aziendale.
… che mi sono simpatici gli antipatici. Ma perché, per esempio, Dott. House, Platinette, Teo Mammucari, Alessandro Rostagno, … sono antipatici?! A me fanno ridere.