Akille
Akio
Akyla
Angusto
Arcadi
Clarke
Clio
Entusiasmo
Fulvia Leopardi
Giovy
HomerJSimpson
Ian Starkiller
Il Muro
Illogica
InsaneSoul
Johnny Durelli
Juditta
Kaosct
Laislabonita
Lakota
Le Mie Mari
Lucamadeus
Marsettantuno
Mascia
Moz
Ninna_r
No Filter
oscarblog
Ossidiana
PensierInEccesso 2.0
Personalità Confusa
Prossimamente
rick_deckard
Sciroccata
Simple
Smartleaving
Stammtisch
Ste
strontium-dog
Sw4n
Televisionando
The Pixies
Todomodo
Zizio
ilallallero in Che accade?
utente anonimo in Che accade?
newdays in Che accade?
entusiasmo in Che accade?
ilallallero in Che accade?
akio in Che accade?
angusto in Che accade?
MOZmoz in Che accade?
ilallallero in Che accade?
LeMieMari in Che accade?
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
--- 2007 ---
visitato *loading* volte
Ho terminato le sedute di laser per eliminare alcune macchie che ombreggiavano la pelle della mia fronte. No, non erano dovute ai bagni sfrenati di sole che mi concedo spesso e volentieri, come qualcuno starà già mormorando: mi sono state gentilmente offerte, nel 2000, quando ancora tendevo a fidarmi della professionalità altrui, da una dermatologa inqualificabile se non con appellativi poco signorili. Dopo 7 anni trascorsi a mascherare la visibilità della sua malefatta, senza mai smettere di augurarle il cagotto cronico col fischio, ho finalmente conosciuto il Dott. Goldrake, che, schiacciando un pulsante magico, diventa un ipergalattico capace di cancellare dalla mente e dal viso il ricordo del passaggio di quella donnaccia.
(Che, però, non è esonerata dal trascorrere gran parte della sua vita seduta su un gabinetto.)
Tra tutte le armi che aveva a disposizione (alabarda spaziale, lame rotanti, disintegratori paralleli, doppio maglio perforante…), il Dott. Goldrake ha scelto per me la pioggia di fuoco, da applicare una volta al mese per 4 mesi. Tralasciando l’aspetto drammatico del dolore atroce e incommensurabile, la cui memoria, sappiamo bene, è assai breve, mi concentrerei sul lato comico, naturale alter ego di ogni rispettabile dramma.
Uscivo dall’ambulatorio del dott. Golgrake che sembravo un peperone rosso nel pieno della sua maturità, arrostito sulla brace, per quella sensazione unica di bruciore diffuso che mi teneva compagnia per le due ore successive al trattamento.
L’indomani, il mio volto faceva -l’effetto che si dice- una bella lontananza: dalla giusta distanza sembravo tornata da una vacanza equatoriale; da vicino, ero un mascherone che lasciava ampio spazio alla libera interpretazione e definizione.
Io mi vedevo come un toast alla francese, un crock monsier: per fortuna senza fuoriuscite di formaggio fuso, neanche premendo sulle guance. C’è chi mi ha detto che sembravo l’asfalto grattato, preparato per una nuova colata; chi un campo arato ad arte per la semina, dove si evinceva chiaramente la zona adibita a coltivazione di pomodori, di bietole, patate ecc…. Mi hanno chiamata Niki Lauda, The Mask e Scarface.
Indizi troppo disparati per costruire un’immagine mentale dell’ilalla in crosta, me ne rendo conto: ma le mie mutevoli sembianze, direi camaleontiche, da un giorno all’altro, erano dovute all’iter evolutivo della maschera di pelle bruciata, addensata in microcrosticine, che passa per stadi peggiorativi fino a giungere alla sua scomparsa: da semplicemente brutta a tremendamente mostruosa. No, non mi sono vergognata ad andare in giro con la faccia ridotta così; ma credo che qualcuno si sia vergognato a girare con me.
L’unica seccatura era dover rispondere a interviste approfondite, ché la gente non si accontenta mai di una sola risposta, per quanto esauriente. Non basta sapere cosa ti è successo: il dovere di cronaca richiede anche il come, dove, quando e perché. “Ma dove diavolo le avevi le macchie, che io non me ne sono mai accorto/a?!” era la più gettonata, seguita, in ordine di comparizione, da “Perché su tutto il viso se le macchie le avevi solo sulla fronte?!”. E lì a spiegare che se avesse agito solo sulla fronte, si sarebbe poi vista la differenza con il resto del viso. Un po’ come succedeva con le prime auto di vernice metallizzata: se le rigavi, dovevi riverniciare tutta l’auto sennò si vedeva la differenza. Avrei fatto meglio a indire una conferenza stampa: almeno parlavo una volta sola per tutti!
Ma l’aspetto più divertente lo devo agli sconosciuti, o a chi, pur conoscendomi, non aveva sufficiente confidenza per chiedere delucidazioni: sguardi sbalorditi, spauriti, sbigottiti; sfuggenti, preoccupati, increduli; disgustati, imbarazzati nell’incrociare il mio.
Ora è tutto finito. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Ma il passato non si scorda. Me lo ricorda ogni mattina il mio incarnato alla Biancaneve, nel quale, dopo 30 anni e passa da olivastra, proprio non mi riconosco. Un incarnato che non mi concede più nomignoli come Marocco o Brasil, ma mi ha fatto guadagnare quello di Micheal Jackson. E forse mi sta anche bene. Forse me lo merito. Because I’m bad!
Ho vissuto a Bologna per 10 anni, prima per studio e poi per lavoro. La mia Bologna era la città universitaria per eccellenza, a misura d’uomo e ricca di occasioni di socializzazione e divertimento. E io non ne ho persa una.
La mia Bologna viveva di giorno e viveva di notte. Ed io con lei. C’era chi sceglieva se studiare o darsi alla pazza gioia. Io, che non ho mai saputo scegliere, facevo entrambe le cose. Nella mia Bologna non avevo tempo per dormire. Ogni sacrosanto giorno della settimana canonica aveva la sua notte brava da vivere: il locale giusto da frequentare, l’evento speciale da non perdere, l’inaugurazione della stagione estiva e di quella invernale, il lancio di una nuova discoteca che, molto spesso, era sempre la stessa che cambiava solo nome e gestione.
Dal lunedì al sabato l’agenda era piena, gli appuntamenti già fissati: la domenica, come fece il Signore, mi riposavo. Ma talvolta anche no. Per condurre questa vita ci vuole il fisico, ma finché sei negli “enti” il tuo fisico, per questioni endogene, è naturalmente tarato su questi ritmi, senza bisogno di ricorrere a forme di doping esogene. Quello che invece conta davvero è conoscere la “gente giusta”, gestori di locali e PR che ti mettono in lista, ti fanno scavalcare le file all’ingresso, ti ospitano al loro tavolo, ti inondano la cassetta della posta di inviti per le serate esclusive, quelle dove senza cartoncino glitterato nominale non si entra. Insomma, il top della vita notturna a costo zero.
Al termine degli studi, c’è stato il tirocinio, poi l’abilitazione, e subito dopo la prima opportunità di lavoro. Ma Bologna continuava a vivere anche la notte, e perché io avrei dovuto smettere?! Dalle 7 alle 3, orario continuato: 4 ore di sonno e si ricominciava. Col passare degli anni, il sistema di pierraggio si è evoluto insieme alla prima sensibile diffusione dei telefoni cellulari: bastava essere inseriti nelle mailing list giuste e ricevevi, comodamente, ovunque ti trovassi, l’sms di invito. Eri sempre al corrente della serata giusta nel locale giusto, dove ti avrebbero trattata come ospite di riguardo. Praticamente timbravo il cartellino sia di giorno sia di sera.
Sono trascorsi già 7 anni da quando sono rientrata in terra patria. Per motivi di lavoro? Per nostalgia della mia terra e del suo clima fantastico? Per amore? Per motivi di famiglia? Si, queste sono le ragioni ufficiali… ma, in realtà, sono tornata per cercare di prolungare la mia esistenza terrena di un decennio: varcata la soglia degli “enta” il mio fisico ha detto stop. Come il Big Ben.
Eppure c’è chi non si è ancora fermato. Sono i PR della mia Bologna, che continuano a bombardarmi di sms sulle serate da non perdere. Quasi ogni giorno vengo prontamente informata su dove recarmi e per festeggiare cosa. C’è un nuovo trend: ora vanno per la maggiora i compleanni dei PR, sempre gli stessi di una volta, che, a giudicare dagli sms, compiono gli anni ogni 4 mesi circa. Già erano più grandi di me… di questo andazzo, a conti fatti, dovrebbero sfiorare il centenario.
Qualcuno avrà perso la vista, qualcun altro la memoria…e si nota. Si capisce dal fatto che non si sono ancora accorti che manco dal un bel pezzo dal loro territorio. O forse non riescono a dimenticarmi, non si rassegnano di avermi persa… Quando ricevo i loro sms, specie quando sono al lavoro o in attesa di altri sms, o quando giungono ad orari strani e mi chiedo “chi mai sarà” o “cosa sia mai successo”, mi viene una gran voglia di tornare a Bologna. Proprio ora che arrivo a sera con una crepa che mi attraversa per intero, ora che alle 23, mentre allora iniziava il rito di vestizione, trucco e parrucco, gli occhi si chiudono come fossero telecomandati, tornerei a Bologna: per cancellarmi personalmente da tutte le mailing list.
E’ bello il parquet. E’ caldo. E’accogliente. Sta bene ovunque. Ha il potere, già da solo, di arredare una casa.
Certo, è delicato. Si riga facilmente. A volte basta appena uno sguardo più penetrante e lui… resta segnato.
Ci sono due scuole di pensiero sul parquet: quella che “il parquet è bello solo se intonso e perfettamente lucidato” e quella che “il parquet è ancora più bello se vissuto, anche strisciato”.
E che problema c’è? De gustibus… dicevano gli antichi. In effetti, ognuno è libero di trattare il proprio parquet come meglio crede. Il guaio insorge quando due persone di diversa scuola di pensiero condividono lo stesso parquet; come me e mia madre, per esempio.
Mia madre ha la concezione della casa-museo, una mostra permanente che hai paura solo a guardare; una casa in cui muoverti -piano!- sempre sul “chi va là?”, perché irta di insidie e di trappole, perché come ti giri rischi fare danno. Lei, quindi, neanche ci cammina sul parquet:: ha la facoltà di levitare per non lasciare impronte, ha un’energia auto-aspirante per non far cadere briciole e una capacità di asciugatura istantanea anti gocciolamento mani e panni sul parquet. Possiede una gru (anche se non ho ancora scoperto dove la tiene nascosta) tempestata di feltrini sulla base, con cui solleva i mobili quando ha bisogno di spostarli.
Io non sono il tipo per tutte queste accortezze. Non sono un carro armato, intendiamoci, non gioco a Terminator: ma in casa devo rilassarmi, voglio sentirmi libera di muovermi senza pesare i pro e i contro di ogni azione che mi accingo a compiere. E se rientro con un malefico sassolino incastrato sotto la scarpa e me ne accorgo tardi, come è accaduto… pazienza!
Casa mia è sul mare e ha il parquet. Non puoi pensare di stare al mare e non portare sabbia in casa. Se, ragionando per assurdo, non ce l’hai sotto le suole, ti entra dalle finestre. Il mio parquet è costantemente sottoposto all’azione di sabbiatrici umane: me e tutte le persone che vanno e vengono. Gli faccio lo scrub a granuli, in continuazione. E’ tutto segnato, più o meno uniformemente; forse è per questo che nessuno lo nota, neanche mia madre che è molto fissata.
Mia madre, infatti, mi dice che quel parquet è tenuto meglio del suo. Che poi è anche mio, nel senso che quella casa per metà è mia… quindi, non dico tutto, ma la metà di quel parquet dovrebbe essere mia.
Proprio per non fare confusione, io uso la mezza misura: condivido per metà anno la casa con lei e per l’altra metà mi trasferisco al mare. E ingenuamente ho sempre pensato, per lo stesso principio della mezza misura, che potessi trattare metà dei metri quadri di parquet a suo modo e l’altra metà a mio modo… ma sbagliavo.
I 10 anni trascorsi fuori mi hanno depauperata dei miei diritti di comproprietaria: neanche il parquet della mia stanza posso considerare mio. Ogni minimo graffio mi viene fatto pesare con lagne e rimbrotti. Credo che mi madre, quotidianamente, faccia una accurata perlustrazione del parquet, con un faretto da stadio e la lente di Sherlock Holmes, annotando i segni riscontrati, in ordine di comparizione, sulla carta che riproduce in scala la pianta della casa. Sennò non si spiega come faccia ogni sera a farmi l’elenco dei graffi, dal più antico al più recente. E comunque, in qualunque stanza si trovino, è sempre colpa mia.
La mia stanza, conserva il primato dello scandalo: è lo scempio immane che l’ha spinta all’acquisto dell’ultimo ritrovato dei prodotti per la cura del legno, capace di guarire anche le ferite che solo una vandala della mia portata sa infliggere ad un indifeso parquet.
Così, domenica mattina, ho indetto la giornata della pace tra madri e figlie, decidendo di mettere la mia abilità manuale e la mia precisione certosina al servizio del parquet: armata della pozione magica e di un cotton fiock, dopo aver prima sperimentato la buona riuscita del lavoro in camera mia (che tanto era data per persa!) ho strisciato a terra per tutta casa, come i marines, procedendo contro luce, per restaurare l’intera pavimentazione.
E mi sono sentita proprio come quella ragazza della pubblicità degli assorbenti, quella che restaurava i busti del Pincio. Come dite? Lei lo faceva in “quei giorni”? Anch’io! E non so lei, ma io ho ricevuto pure il sorriso orgoglioso di mia madre!
Quando le chiavi di ricerca conservano le impronte di chi le ha usate:
investigazione+chi+cosa+come+dove+quando+perché (Fulvia Leopardi cercava l’ispirazione per scrivere un comunicato stampa.)
"perché sei donna voglia di vivere favola splendida" (ti riconoscerei tra 1000, Akio, mio adulatore …)
sulla spiaggia con l'asciugamano in vita che vergogna! (Appenaintempo, la tua preoccupazione è esagerata: vedrai che da qui all’estate smaltirai i chili presi sotto le feste!)
stivali marroni abbino ( beccata la ladra dei miei stivali nello spogliatoio della palestra! )
lezioni di anatomia + anatomia infantile (Pupina si prepara a seguire con maggior cognizione di causa la nuova serie del Dott. Aus!)
guepiere capelli coi boccoli foto (Todomodo ovalizza semiassi e, a tempo perso, confeziona intimo sexy e parrucche!)
acconciature per balli caraibici (Mari… ti stai preparando per una nuova gara?!”)
la felicità è un attimo stock 84 (JD, stufo del Mcallan?!)
mi piace indossare abiti femminili (tana per Strontium: ecco perché hai la fissa delle scarpe col tacco!)
mutande dimagranti (Moz, solo a te poteva venire in mente!)
rimedi per la stitichezza (Maxime, problemi di ispirazione per postare?!)
a quale viso sta bene la frangia (Newdays, non insistere: sai come la penso sulla frangia.)
a chi dare la precedenza ai rondò stradali? (Clio, mi sa che questa è la moglie di Ascella!)
quanto dura un brutto raffreddore (Insane, porcellone, hai ancora la febbre, eh?!)
fastidioso prurito durante la notte (Juditta, è colpa dei sogni che fai!)
centocelle nightmer video (Kaos, è così che ti prepari a sconfiggere l’ansia da prestazione?!)
come innaffiare le piante in agosto (Sig.ra Mamma di Fulvia, ha sbagliato consulente: io sono peggio di lei con le piante!)
archivio foto mutandine (
trucco e parrucco da strega (Entusiasmo, non ci provare: non mi somigli per niente!)
Il tema dei saldi merita una seconda puntata, deidcata ad esaltare il talento di chi ha fatto dell’ “occhio al prezzo!” il manifesto programmatico della propria esistenza quotidiana. Perché è di talento che si tratta: innata ed invidiabile inclinazione, che trova la sua massima espressione artistica durante il periodo dei saldi.
I talentuosi del risparmio sono eurostressati come noi altri, ma con una ben più spiccata attitudine al risparmio, che li porta, naturalmente e senza grossi sforzi, a condurre una vita in offerta speciale.
Queste persone le riconosci da poche indicative abitudini:
- fanno la spesa dei generi di prima necessità in 3 o 4 supermercati diversi, per rincorrere i vari sottoprezzi: qui comprano l’acqua, lì la pasta; in quel posto la carne, nell’altro frutta e verdura,… Il costo del bottino scende di qualche euro… che verrà prontamente reinvestito nell’acquisto di un cachet, indispensabile a curare l’insopportabile pesantezza frontale da abuso di ipermercati.
- prima di fare benzina organizzano il tour dei distributori dell’interland, per verificare quale sia il più economico del giorno; solo in seguito alla loro personale indagine di mercato si fermano per rimettere nel serbatoio … giusto quello che hanno consumato durante il giro ispettivo;
- prenotano le vacanze fai da te, quelle “tuttoescluso”: quelle che, invece di pagare il giusto all’atto della prenotazione, facendo due conti al ritorno, ti accorgi di aver pagato il doppio;
- fanno acquisti personali solo negli outlet o negli spacci aziendali, solitamente a non meno di
Queste stesse persone diventano risorse irrinunciabili durante la stagione dei saldi, se utilizzate come filo d’Arianna nel pericolosissimo labirinto degli sconti. Solitamente loro possono accedere al privilegio dei pre-saldi: ricevono per posta o via sms l’invito dei negozi a prendere visione della merce a saldo prima ancora dell’inizio ufficiale della vendita promozionale, in modo da poter effettuare la prima scelta anticipando le resse degli altri comuni mortali. Hanno già fatto la ricognizione dei cartellini tenendo a mente il prezzo pieno, così sono in grado di sventare gli eventuali finti ribassi. Farsi accompagnare da loro è una garanzia.
E’ buona norma, per queste persone, stabilire un budget di spesa e focalizzare l’attenzione solo sulla merce “utile”, quella che non passa mai di moda: per esempio, per le donne, il classico e intramontabile tubino nero, quello che non può mancare nel guardaroba di una donna perchè “risolutivo”. Tutte le donne hanno, infatti, nel guardaroba, almeno un tubino nero che puntualmente non indossano mai.
Ma occorre anche svecchiare il proprio stile con l’accessorio gggiovane, che esalta la mise banale o sdrammatizza quella troppo seria: che, insieme al tubino nero, serve a fare volume negli armadi.
Nel rispetto del budget, queste persone sono in grado di comprare o farti comprare indumenti di una taglia più piccola convincendoti che ci entrerai comodamente dopo aver smaltito quel po’ di ritenzione idrica post-festività, o più grandi, perché basta spostare il bottone, puoi farlo anche da sola, e il gioco è fatto: a questi prezzi!
Essendo abituate al cost saving tutto l’anno, per loro il saldo si definisce tale solo se la merce è veramente low cost: parliamo quindi di una spiccata propensione ai cartellini che segnano 9,99 € o 19,99 € fino ad un massimo di 49,99 €, ma deve proprio valerne la pena. Si evince quindi che, con un budget di 200 €, accompagnati dalla persona giusta, se si è fortunati, si riesce a portare a casa: l’ennesimo tubino nero per aumentare la collezione; un paio di decolleté paillettate da fare invidia alle ballerine da sala di liscio; una lunga collana di palle di vetro, pesante come un bambino, con cui tentare il suicidio da un ponte; un paio di occhiali da sole alla Sandra Mondaini che non donano a nessuna, neanche alla Mondaini; la borsetta di peluche di zebra o di leopardo e uno scialle in rete da pesca a strascico, solo per le più ardite. Solo 200 € di spesa per chiudere quel fastidioso vuoto nell’armadio, proprio quello lì, in basso a destra. Chi si salda?!
Si è aperta da una settimana la stagione della caccia: è tempo di saldi!
I saldi e la caccia sono due fenomeni equivalenti, nel mio immaginario sono addirittura sinonimi. La prima somiglianza stretta, banale per quanto ovvia, è nella periodicità: la caccia è stagionale come, del resto, lo è la merce che va a saldo.
La caccia è riprovevole: che siate animalisti o meno, non fa differenza. Non è certo apprezzabile andarsene in giro ad uccidere animali per il puro gusto di appendere sulla parete di casa una testa cornuta o per avere come soprammobile un uccello imbalsamato. Pure i saldi comportano attività disdicevoli: i commercianti sono indegni quanto i cacciatori, quando si dilettano a riesumare i capi cadavere dai magazzini, quelli appartenenti ad arcaiche collezioni moda, ormai in via di putrefazione, con l’intento di camuffarli tra i capi della collezione corrente. Lo sono anche perchè si dilettano nell’altrettanto pessima abitudine di alzare il prezzo base della merce per simulare uno sconto superiore a quello reale. E sono scorretti, perché tra un capo di stagione in saldo e due cadaveri, seminano le primizie dei nuovi arrivi a prezzo pieno e il più delle volte te ne accorgi solo alla cassa. Se lo noti prima che hai pagato, puoi anche arrabbiarti e tornare indietro per sbollire l’irritazione della sventata presa per i fondelli. Se te ne accorgi dopo che hai pagato, la rabbia te la prendi doppia e te la tieni; come irrinunciabile pendant della fregatura ricevuta.
La caccia è ritenuta una disciplina sportiva e come tale necessita di una certa preparazione atletica. Ci vuole il fisico anche per affrontare il periodo dei saldi. Ci vogliono braccia muscolose per portare le buste; gambe forti per affrontare lunghe maratone, fatte di passo costante e sostenuto; agilità e allenamento cardiovascolare per sostenere scatti di velocità allo scopo sottrarre al concorrente l’unico modello rimasto della propria taglia, come nel gioco del ruba bandiera. Ci vuole una schiena solida e sana per resistere a lungo in piedi, in coda davanti agli ingressi dei negozi che fanno entrare a scaglioni. Ci vuole una salute di ferro per sostenere i repentini sbalzi climatici tra esterno e interno dei locali, con anticorpi grossi come bisce per non prendere a prezzo di saldo anche i virus influenzali.
La caccia richiede una buona mira: trovare quello che fa al caso nostro nella baraonda dei panni a saldo, pure.
Nella caccia, come nei saldi, serve anche un pizzico di fortuna: altrimenti troverai solo capi che non ti interessano o peggio, proprio quelli che cercavi ma non della tua misura.
La caccia e i saldi richiedono un lungo dispendio di tempo: le prede non ti vengono incontro per farsi ammazzare, così come i capi giusti per noi; bisogna indugiare nella ricerca.
La caccia si pratica armati. Anche in giro per saldi si può andare solo armati: bisogna armarsi di infinita pazienza per sopportare le attese, le file, le resse e contrastare l’isteria collettiva di commessi e clienti.
Io che un tempo ero famosa per la mia pazienza, oggi l’ho finita. E’ per questo che non mi esibisco più nella lunga ed estenuante pratica dello shopping da saldo. Vado sempre di fretta. Al massimo, se capita, al di fuori di ogni se pur minima programmazione, posso concedermi giusto 4 saldi in padella. Pratici e veloci.
L’anno è nuovo, la vita è la vecchia: sempre il solito giro di cm nonostante i bagordi. Il vecchio ciclo sonno-veglia è stato completamente sballato; le occhiaie, quindi, sono nuove.
Sentirmi dire “quanto sei dimagrita!” è un jingle vecchio; salire su una bilancia per dimostrare a tutti che sbagliano e accorgermi che quella in errore sono io, è una nuova infelice presa di coscienza.
Scartare inutili regali di Natale è una vecchia tradizione; scoprire che i pacchetti contenevano oggetti azzeccati è una sorpresa nuova.
Cacciarmi in un brutto guaio è una capacità vecchia; esserne tirata fuori in un battibaleno dall’uomo giusto che passa al momento giusto per pura combinazione, è una nuova casualità.
Accettare una disgrazia senza perdere l’ottimismo è una filosofia vecchia; sperimentare su se stessi che non tutti i mali vengono per nuocere è una gioia nuova.
L’emicrania è un male vecchio, gli attacchi che si riducono di numero e intensità sono una gradita novità.
Il cellulare che non smette mai di squillare è un tormento vecchio; ricevere proprio quella telefonata che non avresti mai creduto potesse arrivare è una sensazione nuova.
Smarrire a ripetizione cose a cui tengo e rassegnarmi al fatto di averle perse è una vecchia routine; ritrovarle inaspettatamente è una gran bella novità.
Cercare di salvare sempre capre e cavoli, per non lasciare scontento nessuno, è un vecchio atteggiamento; iniziare a dare priorità a me stessa è un comportamento nuovo.
Perdere al gioco sotto le feste è una vecchia consuetudine: vincere ogni volta è una esperienza del tutto nuova.
“Anno bisesto, anno funesto” è un detto vecchio: credere che sarà un anno fortunato, per me, è una sfida nuova. Dimetto la vecchia similitudine “ilalla come Paperino” e lancio quella nuova “ilalla come Gastone”: voglio credere all’inversione del trend.
Buon 2mila8 anche a voi!