Akille
Akio
Akyla
Angusto
Arcadi
Clarke
Clio
Entusiasmo
Fulvia Leopardi
Giovy
HomerJSimpson
Ian Starkiller
Il Muro
Illogica
InsaneSoul
Johnny Durelli
Juditta
Kaosct
Laislabonita
Lakota
Le Mie Mari
Lucamadeus
Marsettantuno
Mascia
Moz
Ninna_r
No Filter
oscarblog
Ossidiana
PensierInEccesso 2.0
Personalità Confusa
Prossimamente
rick_deckard
Sciroccata
Simple
Smartleaving
Stammtisch
Ste
strontium-dog
Sw4n
Televisionando
The Pixies
Todomodo
Zizio
ilallallero in Che accade?
utente anonimo in Che accade?
newdays in Che accade?
entusiasmo in Che accade?
ilallallero in Che accade?
akio in Che accade?
angusto in Che accade?
MOZmoz in Che accade?
ilallallero in Che accade?
LeMieMari in Che accade?
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
--- 2007 ---
visitato *loading* volte
"Quest'anno non mi sono ammalata, incredibile!"
Ptciùùùùù
brrrrr brrrrrrrr
coff coff coff
Ho rotto il cellulare. Un’altra volta. Dopo soli pochi mesi che l’avevo ri-comprato. I casi sono due: o hanno iniziato a costruire i cellulari con i materiali di scarto della Fisher Price, oppure ho sviluppato un’energia distruttiva, talmente potente, da dover richiedere il porto d’armi.
Dopo anni di telefonini indistruttibili, di quelli suicida che si tuffavano fuori dalle borse o schizzavano via dalle mani e di quelli semplicemente sventurati, che io stessa lanciavo sul letto con scarsa mira, che catapultavo giù da scrivanie e non contenta, prendevo a calci, calpestavo…ora, proprio ora che presto più attenzione, si rompono! E non ho cambiato marca: io resto fedele nei secoli, come i carabinieri. Soprattutto perché non provo diletto a cimentarmi con nuovi software e manuali di istruzioni.
Galeotto fu un modello a conchiglietta che mi fece innamorare al punto da decidere di rinunciare ad un hardware aziendale, perché fuori dai “canoni” aziendali. Capisco che, quando il telefonino è un benefit, sia necessaria una politica d’acquisto che dia una regolata alle velleità individuali. Quello che non capisco è perché, invece che stabilire un budget, venga imposta una selezione limitata di modelli tra cui scegliere e con le stesse caratteristiche: alto contenuto tecnologico e altrettanto ingombro. Cosa me ne faccio di innumerevoli funzioni, sigle impronunciabili e accidenti vari se poi, alla sera, non riesco ad infilarlo nella borsetta?! Ognuno, nella vita, stabilisce le sue priorità! Molto meglio, per me, un gingillo in miniatura, assai più stupido e decisamente più femminile. Peccato che il glamour in azienda non sia contemplato, perchè sono le donne, in quanto minoranza etnica, a doversi adattare alle esigenze degli uomini.
Così, ho sollevato le invidie dei colleghi che trascinavano pesantemente i loro mattoncini con custodia a zainetto mentre io, agile e scattante come una gazzella, chiudevo la mia conchiglia in una manina. “Perché tu hai quel telefono?!” tuonavano gli orchi, “perché me lo sono comprato da sola” rispondeva la principessina smorfiosetta. Peccato che la conchiglia, per ben due volte, si sia rivelata una cozza e, come tale, si sia aperta in due.
La mia vanità è stata punita: per inseguire il glamour mi sono ritrovata con un telefono assai poco glamour, sapientemente incerottato con nastro isolante elastico super-professionale, che ne sta salvaguardando il gioco apri-e-chiudi … a forte discapito dell’impatto estetico. Decisamente poco fashion e poco professionale rispondere in pubblico.
Poiché dubito che reggerà a lungo e non so ancora che telefono mi si addica, mi rimetto alla politica aziendale e attendo impaziente l’arrivo del mio nuovo hardware, a sorpresa: sarà un foratino? una mattonella? un citofono? una cabina telefonica? Lo scopriremo insieme e lo sottoporremo subito al test di affinità di coppia con me: schiantarlo a terra dalla gioia per capire subito di che pasta è fatto.
Già la mattina è dura, per tutti; ma quando si presenta in formato videogame lo è ancora di più, perché non capisci se stai vivendo una proiezione fantastica della realtà oppure se, ancora una volta, la realtà riesce a superare la fantasia. Tutto è cominciato quando sono montata sulla sua macchina con 10 minuti di ritardo rispetto al solito. L’uscita su strada del garage multi piano era ostruita dal primo nemico: un camioncino che si esibiva in una sosta decisamente bizzarra, e decisamente poco apprezzata dalla lunga coda di automobilisti in ritardo cronico. Ilalla, in modalità improperie, si insinua come una biscia abbagliando un automobilista con un sorriso fosforescente, grazie al quale riesce a guadagnare la sua posizione nell’interminabile fila sonora: una sorta di processione scandita da suoni di clacson di varia tonalità e durata, causata dal blocco di una via di fuga dalla città, a senso unico, dove i lavori in corso, da mesi, complicano il quadro della mattina agli onesti lavoratori.
La strada alternativa è più intasata del solito: c’è la difficoltà vigilessa che, non si capisce come mai, faccia da tappo invece che favorire il flusso dei veicoli. Quando ilalla supera il secondo quadro, ha già perso una vita (oltre che un sacco di tempo!) e deve utilizzare una scorciatoia rinunciando ad un opportuno rifornimento di carburante.
Inserisce la modalità “piedino pesante” e schizza via verso una strada a scorrimento veloce che la porterà fuori città in men che non si dica, non senza rischiare di investire il pedone suicida, materializzatosi davanti a lei dall’asfalto, precisamente in mezzo alla carreggiata.
Lo scorrimento veloce -mica tanto- è teatro di una seconda processione, più silenziosa: subentra l’ostacolo tamponamento a tre. Ilalla, che il triangolo non l’aveva considerato, perde un’altra vita.
Il lento incedere delle auto è inversamente proporzionale allo scorrere del tempo: ilalla si guarda intorno e anche alle spalle, studiando quali pulsanti azionare per difendersi dall’eventuale discesa degli alieni su navicelle infuocate. Giunta finalmente all’aiuola di smistamento degli onesti lavoratori, il traffico è di nuovo fermo: la pattuglia della polizia stradale segna il passaggio ad un quadro ancora più complicato: un formicaio di interfaccia uomo-macchina, donna-macchina, uomo-suv, uomo-camion e uomo-carretta, una specie di tetris irrisolvibile col sottofondo musicale di super mario bros che comunica a ilalla che le sono rimaste due vite. Inoltre una spia lampeggiante la avverte che il carburante si sta esaurendo. Ecco che finalmente la nostra eroina, capisce di trovarsi in un quadro di gran lunga più complesso dell’ordinario e vorrebbe giocarsi il bonus “elica” per sollevarsi e scappare da quel manicomio. Purtroppo, non l’ha maturato: avrebbe dovuto strombazzare violentemente al camioncino davanti al garage, polverizzare la vigilessa e investire il pedone suicida. Come poteva saperlo se a questo quadro non ci era mai arrivata?!
Attende pazientemente la disintegrazione del tetris, dispensando sguardi infuocati ai furbastri di quartiere che tentano di passarle avanti. Lei procede con aria di sfida, puntando alle loro carrozzeria sfavillanti; la fuoriuscita di unghia affilatissime dal suoi parafango scoraggia i suoi nemici dall’atto di prepotenza.
Arriva finalmente all’agognata rampa di accesso alla superstrada: la trova chiusa. Chiusa! Chiusa per lavori di potatura delle piante. Altro che attenzione ai man at work, lei vorrebbe lanciare un razzo contro i man at work, ma teme di far saltare anche la strada; così decide di tenerselo, certa che potrebbe tornarle utile più avanti.
A quel punto è costretta a tornare indietro per percorrere una strada alternativa. Nel dubbio si gioca il bonus “disperazione”, quello che si matura già al suono della sveglia: la telefonata al suo fido e insostituibile Tom Tom interattivo e viene condotta dal soave suono della sua voce a prendere la stramaledetta superstrada, confidando che il peggio del traffico, data l’ora, sia ormai passato. Proprio quando si prepara a percorrerla in modalità “pista da diporto”, realizza di non essere l’unica pronta al decollo e si affida alle indicazioni dei controllori di volo dotati di fotocamera.
L’ingresso fuori orario di punta nella nuova città le facilita le formalità di arrivo a destinazione e parcheggio. Scende dall’auto ma non si sente ancora propriamente al sicuro. Prende con se il razzo inutilizzato, non si sa mai. Procedendo a piedi verso l’ufficio viene attirata da un vecchietto in macchina che le fa cenno di avvicinarsi al finestrino. Credendo di poter compiere la prima buona azione della giornata per rimettersi a pari con gli accidenti scagliati, spinta da una forte solidarietà nei confronti di una persona in difficoltà, si avvicina allo sportello del passeggero: l’anziano signore si trasforma in un vecchio schifoso che le fa cenno di salire a fare un giro con lui. Ilalla gli lancia il razzo sul sedile e se ne và. Game over.
La prima impressione è quella che conta.
La seconda possibilità non si nega a nessuno.
Al tre scatta la sentenza. Irrevocabile.
La condanna non contempla possibilità di redenzione. E prima di accusarmi di essere impietosa nei giudizi, apprezzate la mia magnanimità.
Ci sono persone che a febbraio sentono già aria di primavera: basta un’ora di luce in più o un cielo più terso del solito per sentirle vaneggiare che si respira primavera; basta pensare che febbraio è il mese più corto dell’anno e passa in fretta. Io non riesco ad ingannare i miei sensi con uno scarto di due soli giorni; me ne servirebbero almeno sette. A chi mi dice che la primavera è alle porte, rispondo che sono le porte ad essere ancora lontane. Nella mia percezione, febbraio è il mese più lungo e lento da trascorrere: ogni giorno guardo il calendario e dico “ma è mai possibile che sia ancora febbraio?!”
Eppure io queste persone le ammiro: le ammiro per la fantasia e per il talento. Perché ci vuole una fervida immaginazione e una attitudine rara per sentire di aver scavalcato l’inverno, specie quando le temperature si attardano a mostrare clemenza. Non so da voi, ma qui è tornato un freddo del terrore! Non che se ne sia mai andato, in realtà; eppure da qualche giorno una nuova perturbazione proveniente dai Balcani si sta facendo sentire. Lo senti addosso e lo senti dire in giro. Prima di una conversazione, di uno scambio di convenevoli, prima ancora del saluto, vieni accolto dal tormentone del “che freddo che fa”, arricchito a piacimento da aggettivi o avverbi qualificativi che spaziano dall’italiano forbito al dialetto stretto. Ieri, poi, ho incrociato per strada un ragazzo che parlava da solo, imprecava per il freddo e contro il freddo a voce alta, litigava con il vento gelido. E allora ho capito che la mia teoria è dimostrata: il freddo fa male, fa sragionare, può portare alla psicosi. Io stessa potrei fare quella fine. Nuova perturbazione dai Balcani porta freddo e neve. Nucleo freddo in arrivo dai Balcani. Abbassamento delle temperature causa venti freddi provenienti dai Balcani. Ondata di gelo dai Balcani. Ma chi è che li lascia aperti, ‘sti balcani, mi domando! Li vogliamo chiudere, per favore, che c’è corrente?!
Me l’hanno insegnato da bambina che l’assunzione di piccole dosi di “veleno” non fa male, ma che anzi, quel poco alla volta, a lungo andare, favorisce una sorta di processo di immunizzazione.
Al mare, per esempio, quando le mamme rimproveravano i bambini di fare il bagno a bocca chiusa, perché l’acqua di mare non andava bevuta, mia madre, rassegnata, faceva spallucce sostenendo che con qualche sorso mi sarei fatta gli anticorpi per l’inverno.
Questa teoria è stata perfezionata negli anni: a sentire certe case cosmetiche pare che il veleno, oltre a non essere nocivo per la salute, faccia addirittura bene alla bellezza.
Giorni fa, mentre sceglievo prodotti per il demaquillage, la mia “pusher” di fiducia, con il luccichino all’occhio, quello che compariva sui cattivi dei cartoni animati, mi domanda se voglio provare il veleno di vipera. “Grazie, non ne ho bisogno: lo auto-produco!”. Lo swarosky incastonato nell’angolo del suo occhio sinistro finisce rovinosamente a terra, causa l’esplosione di ilarità scatenata dalla mia risposta.
Pare che il veleno di vipera, o meglio, un elemento in esso contenuto, abbia un forte potere dissuasore nei confronti delle rughe. Ma non parliamo di scoraggiare le rughe che stanno per arrivare, parliamo di cancellare quelle che ci sono già. Un siero che riempie e distende anche le facce segnate come i vecchi dischi in vinile: il volto diventa liscio come una camicia appena stirata a vapore, con l’appretto.
Un po’ mi rattrista pensare ad intere generazioni di chirurghi plastici, che finora si sono arricchiti praticando lifting, iniettando filler e botox, collagene e silicone, destinate ad un inevitabile declino socio-economico. D’altra parte non possiamo arrestare il progresso. Ormai la scienza è superata: si va per la fantascienza.
Mentre i medici estetici iniziano a piangere e la mia pusher ancora sta ridendo, io ho poco tempo per pianificare un nuovo business: diventare un dispenser umano di veleno. Lo elargirò a morsi: andrò in giro ad affondare i miei canini sui volti delle donne afflitte dalle rughe. Non ho mai preso l’essere tacciata per vipera come una nota di demerito. Ho sempre creduto nell’utilità sociale delle donne vipere.
Accorrete donne, è arrivata la vipera, (altro che l’arrotino e l’ombrellaio!) fatevi mordere: il veleno vi farà belle! Affrettatevi! Forza che vado via!
E quanto a me, come benefattrice di nuova generazione: buon profit mi faccia!
E sono le sei del mattino. E già non è una cosa bella di per sé. E avvertire una fitta paralizzante alla mandibola. E indugiare qualche secondo nel letto. E sperare che sia solo una sensazione. E accorgersi invece che il dolore perdura. E concentrarsi sulla fitta per cercare di identificarla. E sentirsi come chi ha preso un gancio destro, di quelli ben assestati. E sforzarsi di ricordare chi te l’abbia sferrato. E decidere di alzarsi dal letto per affrontare la prova dello specchio. E scoprire che non è un ematoma da ring, ma un brufolo formato melone e rosso come l’interno dei cocomeri. E ricnonscere al primo sguardo la razza: di quelli prepotenti che nascono già grandi, che non puoi eliminare e non puoi mascherare; puoi solo parlarci ogni giorno pregandoli di sparire così come sono arrivati. E odiare tutti quelli che dicono che i brufoli sono segnale di gioventù. E chiedersi perché “quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia” non si porti dietro anche i brufoli, che proprio non fanno pendant con gli acciacchi da nonnina.