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C’era una volta il manicomio. Il manicomio era una struttura che aveva lo scopo di ospitare gli individui “asociali”, le prostitute, i vagabondi… una sorta di casa di reclusione per i disadattati, per tenerli al riparo dalle insidie della vita che non erano in grado di gestire e avversare. Il manicomio doveva proteggere i matti dai sani. Maniaci, incendiari, furiosi, esauriti e dementi dividevano le stesse stanze. Ma chi proteggeva dai matti coloro che dovevano prendersene cura? Nessuno. E fu così che anche i sani impazzirono, per lo stesso principio secondo cui chi va con lo zoppo impara a zoppicare: si lasciarono prendere la mano dalle maniere forti e qualcuno decise che il manicomio andava chiuso. Via, tutti liberi! Il gene della follia si insinuò come un virus attraversando le genti di generazione in generazione, di Paese in Paese, di città in città, nei secoli dei secoli, subendo variazioni infinitesimali.
Oggi, infatti, il confine tra la follia e la sanità è molto labile, le forme in cui si manifesta la malattia mentale sono cresciute in modo sorprendente, in quantità e qualità. Chi sono questi matti di nuova generazione? Personalità egocentrico-narcisistiche, anti-sociali, affette da manie di persecuzione, complessi di inferiorità o deliri di onnipotenza, fobici, isterici, ninfomani, depressi cronici… soggetti che vivono al confine tra nevrosi e psicosi, che meriterebbero di ricevere le giuste cure e le giuste attenzioni.
Dove sono finiti questi matti di nuova generazione? Le cose non sono molto cambiate da quando i matti li chiudevano nei manicomi: sono tuttora costretti a convivere in cattività, almeno 5 giorni a settimana, per circa 8 ore al giorno. Hanno chiuso i manicomi e hanno aperto gli uffici. Si sta tentando il recupero dei folli attraverso il lavoro. Come andrà a finire stavolta?
La Pasqua è bassa. La pressione atmosferica pure.
Tenete alto l'umore! Almeno quello.
Il senso del dovere, la propensione al risparmio, l’insegnamento al fare oggi con uno sguardo al domani hanno sempre fatto parte della nostra educazione. La favola della cicala e della formica è stata usata per inculcarci un esempio pratico di come non si possa vivere il presente senza curarsi del futuro. Eppure io a questa storia non ho mai creduto. Non mi ha mai convinto fino in fondo che l’eroe della vicenda fosse la formica; no, io tifavo per il suo antagonista.
Vuoi perché la favola si svolge in estate, la mia stagione preferita, quella che aspetto tutto l’anno e che non sacrificherei per nulla al mondo, vuoi perché anche Heater Parisi, mio mito, cantava a favore delle cicale, io ho sempre amato il personaggio della cicala: canterina, godereccia, mi assomigliava molto di più di una formichina dedita solo al lavoro. Una tipa allegra e di compagnia come la cicala non poteva fare quella brutta fine ipotizzata da La Fontaine, ho sempre creduto che la favola del francese fosse una rivisitazione a posteriori, specchio del suo tempo, ma che in realtà lo spirito originario fosse tutt’altro.
La favola, infatti, è uscita dalla penna di Orazio, non il marito di Clarabella, un altro Orazio, quello del “carpe diem”, quindi, converrete con me, che c’è qualcosa che non torna. La favola di Orazio si può ricostruire sinteticamente più o meno così: dopo un’estate intera in cui la formica faticava per procacciarsi le provviste per l’inverno, senza concedersi mai una pausa, neanche alla sera, nemmeno per fare due chiacchiere con gli amici al bar, mentre la cicala se la spassava in compagnia, dilettando tutti col suo canto, godendo le belle spiagge di giorno e i locali giusti di notte, arriva il maltempo. (Si noti il rispetto del costrutto latino!)
Così, la formica si rinchiude nella sua umile dimora zeppa di cibo fino al tetto e la cicala va a bussare alla sua porta… si, ma per salutarla! La cicala infatti, durante un’esibizione delle sue, era stata avvicinata da un manager degli artisti che l’aveva scritturata per una stagione di lavoro al caldo. Diciamo a Miami, tanto per fare un esempio.
La morale originale della favola, quindi, non è “chi nulla fa, nulla ottiene” bensì “non risparmiare mai sul divertimento” ché lavorare troppo porta benefici solo nelle favole di La Fontaine!
L' Abruzzo è una regione compresa all'interno dei propri confini. È’ bagnata ad Est dal mare Adriatico e al suo interno dal Montepulciano d'Abruzzo. L'Abruzzo, originariamente situato nel centro Italia, oggi è slittato al sud, perché probabilmente a qualcuno fa più comodo così: da polmone verde dell’Italia sarebbe quindi, per posizione, diventato fegato, perdendo decisamente quella connotazione positiva legata al verde.
Gli abitanti si chiamano Abruzzesi, Aprutini o certe volte anche con appellativi poco gradevoli; dipende da chi li chiama.
L’economia abruzzese si regge sulle seguenti attività principali: industria, agricoltura, pesca, pastorizia, agriturismo, ricerca di finanziamenti europei, sagre ed eventuali.
Il clima è variabile da zona a zona, di giorno in giorno, nel corso dell'intero anno solare.
L'unità monetaria in corso è 'Li sold' altrimenti detti 'Euri', che oltre al potere d'acquisto conferiscono anche prestigio e notorietà. Se ostentati possono generare la mmìdia (l'invidia).
Gli sport principali praticati dagli abruzzesi sono: lu pallon’ (il calcio), lu bàsk (la pallacanestro), la pallavvò (la pallavolo), lu bàgn (il nuoto) e le tàzz (l'etilismo). Alcune minoranze pedemontane praticano jù regbi (il rugby).
Le banche, aiutate da un particolare microclima appenninico, fioriscono in maniera spontanea nelle città (in particolare nei centri storici), sostituendosi ad altre attività. Se visitate una città abruzzese, evitate di affezionarvi a qualsivoglia attività commerciale poiché al vostro ritorno, in una successiva visita, è facile che non la ritroviate più.
L' abruzzese 'forte e gentile' è molto orgoglioso dei suoi cibi (consigliati), dei suoi vini (suggeriti), ma soprattutto dei suoi parenti (raccomandati), anche se il vanto supremo è rappresentato da Rocco Siffredi, in arte Rocco Tano.
L'Aquila è il capoluogo e in quanto tale non ce l'ha con nessuno e si fa i fatti suoi: ci fa sempre un freddo cane, è piena di salite senza neanche una discesa e tutti giocano a rugby, anche vecchi e bambini. Se durante una passeggiata vi sentite placcare da un'anziana signora, tranquilli: è un’usanza del posto. Pescara ce l'ha con L'Aquila perché vorrebbe essere lei il capoluogo, in quanto ha i soldi. Però con i soldi ancora non è riuscita a comprare una delle poche cose che ancora le mancano:
Teramo ce l'ha con l'Aquila, con Pescara, con Chieti, con Roma e anche un po' con Teramo, perché non la caga nessuno e soprattutto perché non le lasciano un soldo (esclusa
L'originale di Marko Ferrari lo trovate su www.myspace.com/markoferrari
(non me ne voglia l'autore per le mie personali variazioni sul tema)