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Metti 6 amici su una barca a vela. Destinazione Croazia. Fai soffiare il vento necessario durante la traversata, ma senza esagerare, perché arrivino a destinazione intonsi. Falli veleggiare per una settimana di isola in isola, di rada in rada, di porto in porto: Lastovo, Korcula, Palmizana, Hvar, Starigrad, Vis.
Quando torneranno a casa, se si rivolgeranno ancora parola, potranno definirsi un gruppo navigato!
D’obbligo una bella foto insieme alla partenza, abbracciati e sorridenti; perché, non si mai, poteva essere l’ultima foto da “amici”…
La barca è piccola e la ciurma mormora. Bisogna portarsi dietro il minimo di vestiario e il massimo di spirito di adattamento e pazienza. Si vive a strettissimo contatto, giorno e notte. Corpo e mente. Si diventa monaci buddisti asessuati. Si convive gomito a gomito, schiena contro schiena, culi in faccia.
L’ansioso, il premuroso, il giullare, il vanitoso… e le veline, io e la mia amica-sorella. Chi dice che sono sempre le donne a lamentarsi, fare capricci, impuntarsi e provocare liti, si è dovuto ricredere. Decisamente.
A partire dai bagagli. Ci hanno trapanato di inutili raccomandazioni, modello martello pneumatico: “borse piccole e morbide, portate poche cose, il minimo indispensabile, che non serve molto e poi non ci si entra, che voi donne esagerate sempre...”. Inutili perché, incredibile ma vero, le borse più piccole e funzionali erano le nostre!
Se a marzo ho imparato a preparare la valigia intelligente, stavolta, sempre più difficile, siori e siore, ho fatto un bagaglio geniale!
Vento a parte, siamo stati trainati da una fantastica vena comico-ironica che ci ha permesso di trasformarci nelle caricature di noi stessi: ogni minimo difetto, paranoia, abitudine radicata è diventata oggetto di scherno e protagonista di irripetibili gag.
Non abbiamo imparato a cazzare, perché eravamo già in grado. Infatti di cazzate ne abbiamo fatte parecchie: io che fumo mentre facciamo carburante “perché tanto, che vuoi che succeda, siamo in mare!”; quello che scioglie la cima con la prontezza di riflessi di un bradipo e rimane sulla banchina mentre la barca si allontana; quello che pensa di far scorrere la scotta tra le mani durante una virata, trasformando una banale strambata nella “strambata di Padre Pio”; quello che ha pensato bene di lasciare i materassini sul tender, giusto un attimo, giusto il tempo perché imbarcassero vento sufficiente a cavalcare l’onda e sparire dalla nostra visuale; quella che, non rendendosi conto che la barca ormeggiata girava su se stessa, era convinta che ci fossero due discoteche sulle due rive opposte della rada; ... o quella volta che abbiamo deciso di chiudere il tendalino in 3, spaccandoci la schiena perché pretendevamo di sollevare la randa senza allentare la scotta… più che di uno skipper avevamo bisogno di un assistente sociale!
La crociera del Don Orione, nonostante i ripetuti tentativi di suicidio collettivo per soffocamento da risate o per l’improvvisazione di giochi senza frontiere acquatici, nonostante le capocciate, gli sbattimenti plurimi di rotule e mignolini dei piedi, i tagli e i lividi, nonostante una traversata di ritorno un po’ movimentata, non si è conclusa in tragedia. Neppure i flutti ci hanno voluto!
