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Mi hanno finalmente consegnato il tanto atteso cellulare high-tech, in sostituzione del mio gingillo glamour incerottato. Ci sono voluti quasi due mesi, un periodo interminabile in cui pregavo e speravo che il mio telefonino cool (o quel che ne restava) non tirasse definitivamente le cuoia proprio quando, settimanalmente, agonizzava tra le mie mani mentre lo medicavo e gli cambiavo le fasciature; in cui mi vergognavo come una ladra a rispondere a chiamate o a sms in pubblico; in cui ho bombardato personalmente il fornitore con telefonate minatorie, dalle quali si difendeva solleticando la mia curiosità sull’effetto sorpresa che avrei ricevuto portando ancora un po’ di pazienza, perché mi stava riservando un trattamento davvero speciale. Avrei dovuto tremare davanti alle sue dichiarazioni, certa del fatto che questo signore conoscesse ben poco me e i miei gusti, in generale e in materia di telefonia mobile.
E così, quando ormai avevo esaurito la forza di marcarlo stretto, ecco che arriva in ufficio il mio pacchetto. Dall’immagine sembra carino: certo non è mini come piace a me, ma neanche troppo ingombrante e tutto sommato piuttosto leggero. La scatola ha un doppio fondo: cavi e cavetti, manuale, opuscoli e driver mi mettono un po’ soggezione… ma reagisco al primo impatto con fiducia, con quell’ottimismo che mi caratterizza e che, ogni tanto, mi tradisce anche.
Una volta a casa, terminata la carica della batteria, inizia il processo di conoscenza reciproca, una lotta impari: troppe icone e troppi tasti contro la mia scarsa propensione al cimento tecnologico. Forte della decisione di padroneggiare solo le 4 funzioni di base, decido di procedere empiricamente per prove ed errori: un po’ come buttarsi nella fossa dei leoni credendo di uscirne solo con qualche graffio.
Sistemo subito data e ora e la sveglia per il giorno seguente e penso: “accidenti se sono brava!”. Peccato dovermi smentire subito: non riesco ad utilizzare di default la rubrica della sim così, approfittando di cotanta memoria hardware, decido di copiare la rubrica della sim sul telefono, uno dei procedimenti più banali, anche per me. Dopo infiniti tentativi di effettuare l’operazione in un colpo solo, mi riduco a copiare una scheda per volta: una maledizione per ogni voce copiata. Con l’occasione, la mia rubrica è stata volutamente dimezzata.
Mi adopero in fretta a sostituire la suoneria perché il “Nokia tune” è il rumore più insopportabile che io conosca. La fretta è solo intenzionale, visto che il procedimento si rivela più arduo del previsto: apro un video musicale che non riesco più a chiudere. La ricerca delle suoneria diventa una missione in stile Indiana Jones. Alla fine Indiana Jones trova la pietra filosofale, ma proprio alla fine!
Decido che il metodo intuitivo non è adatto alle mie capacità limitate e ripiego a testa bassa sul manuale: un tomo voluminoso come l’elenco telefonico di Roma dalla A alla L. Lo sistemo sulle ginocchia e inizio a sfogliarlo: browser web, connessioni, attivazione della casella email, collegamento GPS, sistema audio/video, PPT, Chat… ma… mi domando “non ci si telefona più con questi aggeggi?!”. Il manuale è stato impaginato al contrario: per capire che hai in mano un telefono devi andare all’ultima pagina. Inizio ad immaginare situazioni tragicamente veritiere ma che sanno tanto di scusa inverosimile, tipo “ti volevo telefonare …ma poi è partito un film e …giacché c’ero l’ho visto... è stato più semplice che chiamarti”.
“Cosa te ne fai di un telefono così? Dallo a me!” tuonano gli amici. “E’ come mettere una Ferrari in mano a chi non ha la patente!” “Non dirmi che lo usi solo per telefonare?!?”. Ma no! Mando anche sms, mms, scatto qualche foto che non ritroverò mai più perchè non so dove verrà salvata… e… ah, beh, l’organizer, la mia memoria di scorta!
